Lavorare di più e guadagnare di meno
Sull’ultimo Rapporto di Previsione del Centro Studi della Confindustria, intitolato “Guerre, dazi, incertezza: a rischio la crescita” abbiamo intervistato gli autori, Emiliano Gentili e Federico Giusti, dopo avere letto i loro interventi pubblicati da Antidiplomatico, dal sindacato Cub, da Diogene Notizie
Si parla di aumento dei costi di produzione industriali con diminuzione dei volumi delle merci prodotte e aumento del valore aggiunto, quindi il Governo Meloni va a gonfie vele e la sinistra e il sindacato dovrebbero cambiare giudizio?
Intanto i settori industriali in calo, in primis l’automotive (-10,8% nel 2025), che anche per questo motivo è attualmente oggetto di parziale riconversione a fini bellici. A noi non sembra incoraggiante l'andamento dell'economia e meno ancora le scelte operate dal Governo, temiamo che i sindacati vadano dietro alla moda del momento ossia la riduzione delle tasse sul lavoro pensando che questa sia la sola scelta possibile per incrementare le buste paga.
Stando al Rapporto oggi si lavora «quasi un’ora in più a settimana rispetto al 2019» e l’aumento dell’orario riflette una scelta delle aziende «nelle fasi di elevata incertezza» economica. Per il 2027, nonostante siano previsti un aumento degli occupati dello 0,3% e un analogo incremento delle ore lavorate, anziché arretrare le ore lavorate per singolo occupato rimarrebbero stabili. Quindi se aumentano, pur di poco gli occupati e le ore lavorate restano stabili siamo davanti a contratti part time con esiguo potere di acquisto e in prospettiva scarni assegni previdenziali per non parlare poi del ricorso ormai permanente agli straordinari.
Veniamo alle retribuzioni....
Negli ultimi tre anni le retribuzioni nominali sono aumentate all’incirca del 2% all’anno o poco più e non si prevedono grosse differenze per il prossimo biennio. Tuttavia il contesto di alta inflazione compromette gravemente il potere d’acquisto dei salari: se «Nel biennio 2024-2025 il recupero [delle retribuzioni reali in Italia] cumulato e? stimato pari al +2,3%, a fronte di una contrazione del -7,1% nel 2022-2023», per il 2026 è atteso soltanto un +0,1% e per il 2027 un +0,6%. La inflazione è causa della guerra in corso contro l'Iran e non basta dire che questa guerra non vede l'Italia tra i suoi attivi sostenitori, le ambiguità del centro destra rispetto ad Israele e Trump sono ormai un fatto storico acclarato da infinita documentazione. E tanto più lunga sarà la guerra maggiori saranno i contraccolpi negativi sull'economia, i dati di Confindustria del resto prevedevano entro Pasqua la fine del conflitto che in Libano sta mietendo decine, anzi centinaia di morti al giorno.
Nel documento Confindustria palesa la scarsa dinamica della produttività del lavoro: il Costo del Lavoro per Unità di Prodotto è cresciuto del 9,7% negli anni 2022-2023 ed è poi aumentato «di un altro 4,7% nel biennio 2024-2025». Questo viene spiegato dal Centro Studi col fatto di «una dinamica della produttività del lavoro che, seppur tornata positiva (+1,3% medio annuo, da -3,2% nel 2023), è rimasta ben sotto rispetto a quella salariale» nominale.
Ma la produttività?
Il mancato avanzamento della produttività del lavoro dipende dalla scarsa crescita complessiva del PIL e non dalla riduzione dei ritmi di lavoro che di fatto non c’è stata. La causa della mancata crescita della produttività va attribuita alle imprese e non ai lavoratori.
Previsioni per il futuro?
Per gli anni 2025, 2026 e 2027 l’inflazione è calcolata rispettivamente a. +1,5%, +2,5% e +2,0%, se la guerra in Iran finisse ora. Invece, «se la guerra in Iran dovesse prolungarsi, tenendo in campo per più mesi l’aumento registrato da petrolio e gas in media a marzo (pari a circa il +40% mensile), l’inflazione in Italia potrebbe salire di vari punti percentuali».
Per queste ragioni pensiamo sia preoccupante l’andamento delle retribuzioni reali anche in vista dell'aumento dei prezzi dei beni durevoli, che – diversamente da quelli energetici o da quelli alimentari – riflettono i rincari dell’energia con circa sei mesi di ritardo e che pertanto potrebbero finire col compromettere ulteriormente il potere d’acquisto dei salari.
Del resto «La variazione dei prezzi finali dei beni di consumo è da tempo più moderata dei corrispondenti prezzi nella fase della produzione, misurati al cancello della fabbrica» e questo indica con chiarezza una debolezza della domanda e quindi una difficoltà, da parte delle famiglie di lavoratori dipendenti, a mantenere i livelli di acquisto degli anni passati.
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