L’andamento delle retribuzioni nel settore privato
L’andamento delle retribuzioni nel settore privato
L’Inps rileva una
variazione in positivo del numero delle giornate lavorate, che appare «stabile
o leggermente crescente», e giudica tale aspetto come «in contraddizione con
l’idea diffusa di una precarizzazione dei nuovi posti di lavoro».[1]
L’aumento delle giornate lavorate, difatti, può indicare una riduzione del peso
dei contratti a tempo determinato o stagionali rispetto agli indeterminati.
Tuttavia, da un altro punto di vista è
possibile affermare che la presenza di una dinamica salariale estremamente
contenuta «che ha reso il lavoro relativamente più conveniente rispetto ad
altri fattori di produzione, interessati da forti rincari nel biennio 2021-22»[2]
(si pensi all’aumento dei prezzi dell’energia e alle strozzature delle catene
di fornitura, dovuti all’aumento delle tensioni internazionali), unita alle
forti agevolazioni fiscali concesse alle imprese per trasformare i contratti a
tempo determinato in indeterminato, abbia soltanto appena consentito di
mantenere stabile il tasso di precarietà lavorativa durante gli ultimi anni.
Dunque, dietro questo dato si nascondono la riduzione del costo reale del
lavoro, il rincaro dei costi fissi e l’incremento delle agevolazioni fiscali a
carico dello Stato; per cui a ben vedere non si riscontra una reale
tendenza alla stabilizzazione dei posti di lavoro nel settore privato (che
invece potrebbe ad esempio verificarsi in ragione di un aumento della
centralizzazione proprietaria nelle principali filiere produttive).
Considerando, infine, che l’indeterminato post-cancellazione dell’Articolo 18
non dà le garanzie di un tempo – e risulta più sostenibile per gli imprenditori,
avendo questi maggiori opportunità di licenziare la forza lavoro in cambio di un’indennità
di poche mensilità retributive – il quadro appare totalmente diverso da come
era stato presentato dall’Inps. E del resto tutte le tipologie precarie del
lavoro sono rimaste al loro posto, incluse le norme che hanno ridimensionato
quel “decreto Dignità” con cui originariamente si voleva circoscrivere il
ricorso al tempo determinato. Da qui la nostra convinzione di non essere
davanti a un Governo riformatore (che abbatte le barriere del precariato) ma a un
esecutivo reazionario, che per altro sta provando a impedire l’applicazione dei
contratti nazionali di miglior favore, così come stabilito dall’Art. 36 della
Costituzione.
Infatti se «la variazione del totale dei
dipendenti privati (+3,68 milioni) è dovuta per 1,93 milioni al lavoro a tempo
indeterminato, per 1,44 milioni al lavoro a tempo determinato e per una quota
minore (…) al lavoro stagionale»,[3]
la precarietà si conferma a pieno titolo un fattore strutturale di
contenimento del costo del lavoro nel sistema imprenditoriale italiano.
L’Inps rileva una
variazione in positivo anche delle retribuzioni nominali – pur riconoscendo
che l’inflazione è cresciuta di più, come vedremo successivamente: «La
retribuzione annuale media è stata pari a 21.345 euro nel 2014 e 24.486 euro
nel 2024: si tratta di un tasso di crescita del 14,7% sull’intero periodo, cui
corrisponde un tasso dell’1,4% annuo medio»[4]
(anche se siamo tuttora indietro rispetto ai livelli antecedenti al Covid, al
contrario di altre economie occidentali). Ciononostante non si esplicita che
l’aumento dell’età media della forza-lavoro – in riferimento alla quale viene
detto soltanto che è «in linea con la nota tendenza demografica della
popolazione italiana»[5]
– comporti un incremento delle retribuzioni, soprattutto per gli scatti
d’anzianità che maturano con gli anni di servizio, degli avanzamenti di livello
contrattuale e dei compiti e ruoli accessori rispetto alla mansione lavorativa
di base, i quali ultimi spesso vengono progressivamente acquisiti (e
retribuiti) col passare degli anni. Parte degli aumenti nominali di
contratto, dunque, sono stati causati dall’aumento dell’età pensionabile e
non sono un regalo ai lavoratori, e non è certo un caso se «l’incidenza di chi
ha almeno 55 anni è passata tra il 2014 e il 2024 dal 12% al 20%».[6]
Un
terzo problema generale del Rapporto Inps concerne l’utilizzo delle
percentuali per misurare i quattro principali gap esistenti nella
retribuzione salariale (su base territoriale, di genere, tra indeterminati
e determinati e fra settore pubblico e privato). Viene rilevato, ad esempio,
che nel privato la retribuzione media annua delle donne è di «circa il
70% di quella degli uomini» ma che in fondo «rispetto al 2014 la retribuzione
media delle donne è cresciuta di più (+17,5%) di quella degli uomini (+13,5%)».[7]
Purtroppo – e non per caso – questo dato non riflette il fatto che in valori
assoluti il distacco tra le due retribuzioni medie annuali nel periodo
considerato sia aumentato di 377 €, chiaramente a vantaggio degli uomini.[8]
A differenza del valore percentuale, il valore numerico assoluto può essere
considerato alla luce dell’inflazione per coglierne il significato reale in
relazione alla spesa dei nuclei familiari, specie di quelli con un solo
componente. Inoltre, com’è noto, i livelli di reddito più bassi sono quelli
maggiormente colpiti dall’inflazione degli ultimi anni, che ha riguardato
soprattutto i beni energetici e quelli alimentari.[9]
Pertanto non solo non c’è stato alcun recupero del gender pay gap: il
divario è lievemente aumentato![10]
Riportiamo
inoltre un dato preoccupante che però è esposto correttamente nel Rapporto: «se
nel 2014 un contratto a tempo determinato aveva una retribuzione pari al 40%
della retribuzione di un contratto a tempo indeterminato, nel 2024 questa
percentuale è scesa al 36%; lo stesso è accaduto per gli stagionali che sono
passati dal 31% del 2014 al 29% del 2024».[11]
E del resto il settore lavorativo con la minor retribuzione media ( “Alloggio e
ristorazione”) è anche «quello con il minore numero di giornate, caratterizzato
come noto da stagionalità lavorativa e contratti temporanei».[12]
Gli entusiasmi dovuti al riconoscimento della cucina italiana come patrimonio dell’Unesco
occultano la realtà lavorativa di un settore che impiega tanto lavoro nero e
precario – e il Governo sovranista dimentica completamente il vasto utilizzo di
manodopera straniera nelle cucine, con la quale a rigor di logica andrebbe
condiviso il merito dell’ambito riconoscimento.
In
ultimo andrebbe commentata l’affermazione secondo cui il tasso di occupazione «era
attorno al 57% nel 2004 (…). La ripresa post- pandemica è stata veloce e
vigorosa: attualmente (dato riferito al mese di novembre 2025) il tasso di
occupazione è quasi al 63%».[13]
Anche questo dato andrebbe letto in controluce: innanzitutto perché il Rapporto
considera i «lavoratori dipendenti privati (esclusi domestici e operai
agricoli) con almeno una giornata lavorata nell’anno»,[14]
falsando le statistiche – e questo è risaputo –; secondo poi perché, visionando
i dati Istat del 2024, «scende il numero di persone in cerca di lavoro (-16,7%,
pari a -334mila unità) mentre cresce quello degli inattivi tra i 15 e i 64 anni
(+0,2%, pari a +21mila)»[15]
e, tra i giovani (fascia d’età 25-34), tale crescita risulta impetuosa,
segnando un +60% su base annuale; infine perché l’aumento dell’età pensionabile
che mantiene le persone al lavoro più a lungo traina, anch’esso, il dato
sull’occupazione. Pertanto è possibile attribuire gran parte della crescita
occupazionale a rapporti di lavoro precari e al rallentamento del turn-over
generazionale.
[1] Inps,
Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti pubblici e
privati, con particolare riferimento alle eterogeneità territoriali settoriali
e generazionali, 15 Gennaio 2026, p. 7.
[2] Banca
d’Italia, Relazione annuale in sintesi, 31 Maggio 2024, p. 8.
[3] Inps, op. cit., p. 8.
[4] Ivi, p. 7. A tal proposito
osserviamo che il calo delle retribuzioni generalizzato avvenuto in
corrispondenza dello scoppio della pandemia da Covid non ha riguardato quadri e
dirigenti d’azienda, per i quali il valore più basso delle retribuzioni nel
periodo considerato corrisponde semplicemente all’anno meno recente, il 2014.
[5] Ivi, p.
11.
[6] Ibidem.
[7] Ibidem.
[8] Ibidem,
Prospetto 6.
[9] Nel 2023
«l’inflazione cumulata a partire dal 2018 ha sfiorato il 25 per cento per il
quinto più povero a fronte del 15 per cento per il quinto più ricco» (Inps,
op. cit., p. 29).
[10] L’Inps
ricorda che il gap non è interamente riconducibile al minor numero di
giornate lavorate dalle donne, che più frequentemente degli uomini si ritrovano
a essere precarie. Cfr. Inps, op. cit., p. 11.
[11] Inps, op. cit., p. 9.
[12] Ivi, p. 11.
[13] Ivi, p.
4.
[14] Ivi, p.
6.
[15] Istat:
Flash “Occupati e disoccupati” Luglio 2024, p. 1.
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