La crisi iraniana fra proteste interne e minacce imperialistiche
La crisi iraniana fra proteste interne e minacce imperialistiche
Da alcune settimane, l’Iran attraversa una fase di
profonda instabilità politica e sociale. A Teheran, cuore amministrativo ed
economico del Paese, le tensioni esplose tra la fine del 2025 e l’inizio del
2026 hanno assunto rapidamente la forma di una mobilitazione diffusa, che va
ben oltre la contingenza della crisi economica scatenata dalle sanzioni imposte
a più riprese dall’Occidente e mai revocate, nonostante l’Accordo sul nucleare con
gli Stati Uniti del 2015 (JCPOA) lo prevedesse. L’aumento vertiginoso dei
prezzi, il crollo del potere d’acquisto e la disoccupazione hanno acceso la
miccia, ma ciò che è emerso nelle piazze è anche una contestazione del sistema
di potere della Repubblica islamica.
Scioperi, proteste studentesche e manifestazioni
spontanee hanno coinvolto settori sociali diversi: partendo dai commercianti
del bazar di Teheran si sono rapidamente estesi a lavoratori, giovani, precari,
donne. Questi gruppi si sono ritrovati uniti contro un modello politico che
combina autoritarismo religioso, concentrazione del potere economico e
repressione sistematica del dissenso. Le richieste non si limitano più a
correttivi economici, ma chiamano in causa libertà civili, diritti politici e
fine dell’apparato repressivo.
La risposta dello Stato è
stata immediata e brutale. Arresti di massa, uso della forza letale, processi
sommari e blackout informativi hanno accompagnato le mobilitazioni. Il
controllo delle comunicazioni e la criminalizzazione dei manifestanti come agenti
stranieri rientrano in una strategia consolidata di gestione autoritaria del
conflitto sociale. Ciò non toglie che vi sia una effettiva presenza di
infiltrati stranieri nel paese, in primis del Mossad, a scopo destabilizzante,
come hanno ammesso più voci all’interno dello stesso Israele.
Quanto sta accadendo a
Teheran non è un episodio isolato né una semplice crisi economica: è
l’espressione di un conflitto profondo tra una società giovane, impoverita e
repressa e un sistema di potere incapace di riformarsi. La repressione può
rallentare il cambiamento, ma non elimina le cause strutturali della protesta.
Finché disuguaglianze, autoritarismo e negazione dei diritti resteranno
l’architrave dello Stato, la frattura di classe tra il regime e l’oligarchia e
la popolazione continuerà ad allargarsi.
La situazione si presenta molto critica anche sul
piano internazionale, in quanto l’Iran deve fronteggiare le mire egemoniche
israeliane sul Medio Oriente, le minacce di un nuovo intervento militare da
parte statunitense, dopo quello di giugno scorso, e le tensioni diplomatiche
con l’Europa che lo stanno mettendo in una sorta di angolo diplomatico dal
quale non sarà agevole svincolarsi.
L’utilizzo da parte degli Stati Uniti della retorica
della violazione dei diritti umani e della repressione risulta, tuttavia, del
tutto strumentale in quanto Trump non ha tanto a cuore le sorti del popolo
iraniano, quanto miri piuttosto ad eliminare un governo ostile, che rappresenta
l’ultimo baluardo alle politiche espansionistiche di Tel Aviv, ed a
accaparrarsi le risorse petrolifere del paese, le terze a livello mondiale,
tramutandole in asset a sostegno del decadente potere valutario globale del
dollaro.
Trump ha schierato una
potente flotta navale guidata dalla portaerei Lincoln nel Mar Arabico
minacciando un intervento, ma la tattica del tycoon sembra essere quella di
esercitare forti pressioni tramite la minaccia militare per aprire una
trattativa diplomatica, opportunità che peraltro Teheran ha subito colto.
Giovedì 6 in Oman è infatti previsto un importante incontro negoziale fra le
due parti che potrebbe sbloccare l’impasse.
Hanno espresso contrarietà
all’intervento militare Usa, per il quale sta invece spingendo Israele, tutti i
suoi alleati in Medio Oriente dalla Turchia alle Monarchie del Golfo, fino al
fedele alleato giordano che ha persino negato lo spazio aereo a tal fine, in
quanto contrari ad ulteriore escalation bellico che potrebbe destabilizzare
l’intero scacchiere mediorientale, soprattutto in caso di caduta del regime
guidato da Khamenei. L’opzione di un regime change con la cooptazione di
Mohammad Reza Pahlavi al potere a Teheran, benché ventilata in alcuni ambienti
occidentali, sembrerebbe alquanto impraticabile vista la netta opposizione
interna al paese che ha sollevato.
La gattopardesca operazione
occidentale di riportare al potere il rampollo della dinastia Pahlavi,
costituirebbe un insulto inaccettabile da rispedire al mittente per i milioni
di iraniani che, dopo aver cacciato il padre nel 1979 e aver sostenuto molteplici
cicli di lotte contro il regime degli Ayatollah, oggi respingono con forza il solo
pensiero di ritrovarsi il figlio dell’ultimo Shah a capo di una nuova monarchia
corrotta e reazionaria.
Per l’Occidente l’era dei
sepolcri imbiancati sembra non passare mai di moda.
Giovanni Rota
Andrea Vento
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