Una proposta ponte tra deterrenza e abolizione nucleare
Verso la Conferenza di Riesame 2026. Una proposta ponte tra deterrenza e abolizione nucleare: la creazione, all’interno del TPNW, della categoria speciale di “Stati aderenti transizionali”
di Laura Tussi
Il Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) rappresenta l’unico strumento giuridicamente vincolante che vieta in modo totale sviluppo, possesso, minaccia e uso di armi nucleari. Tuttavia, a quasi un decennio dalla sua adozione, nessuna potenza nucleare vi ha aderito e molti Stati collocati sotto l’ombrello nucleare di alleanze militari restano fuori, frenati da vincoli strategici e obblighi di sicurezza collettiva.
In vista della Prima Conferenza di Riesame del TPNW, che si terrà a New York dal 30 novembre al 4 dicembre 2026, si rende necessaria una riflessione pragmatica e innovativa: come costruire un percorso credibile e graduale che consenta agli Stati nucleari o ai loro alleati di avvicinarsi al Trattato senza percepire l’adesione come un salto nel vuoto?
Costruire un ponte tra No First Use e abolizione
La proposta della creazione, all’interno del TPNW, di una categoria speciale di “Stati parte transizionali” nasce dall’esigenza di costruire un ponte politico e giuridico tra due paradigmi oggi separati. Da una parte il TPNW, che proibisce totalmente le armi nucleari secondo la logica dell’abolizione; dall’altra le politiche di No First Use (NFU), promosse in particolare dalla Cina, potenza coordinatrice del P5, che non eliminano le armi ma ne regolamentano l’impiego impegnandosi a non usarle per prime.
L’obiettivo è inquadrare il No First Use non come alternativa al disarmo, bensì come passo concreto e verificabile verso l’abolizione. Attualmente il TPNW si presenta come un trattato “dentro o fuori”: o si accetta integralmente la proibizione oppure si resta esterni. Questo assetto binario scoraggia quegli Stati che, pur dichiarandosi favorevoli al disarmo, sono legati a trattati di sicurezza collettiva come la NATO o a sistemi di alleanze nucleari in ambito russo o cinese.
La categoria degli “Stati aderenti transizionali”
La proposta prevede l’istituzione di una categoria intermedia di “Stati parte transizionali”, ossia Stati che accettano formalmente che l’obiettivo finale sia la proibizione totale delle armi nucleari, come stabilito dall’articolo 1 del TPNW, ma che ottengono un periodo di conversione dottrinale e materiale durante il quale adeguare progressivamente le proprie politiche e strutture militari.
L’adozione formale del No First Use diventerebbe il requisito minimo obbligatorio per accedere a questa categoria, segnando un primo distacco dalla logica della deterrenza basata sulla possibilità del primo colpo.
Impegni immediati degli Stati transizionali
Gli impegni iniziali potrebbero includere la rinuncia formale al primo uso delle armi nucleari e lo stop ai test nucleari, in coerenza con lo spirito del CTBT. A questi si aggiungerebbe la riduzione progressiva del ruolo delle armi nucleari nella dottrina di sicurezza nazionale e un rafforzamento della trasparenza sulle politiche nucleari e sui processi di smantellamento.
Tali Stati dovrebbero inoltre partecipare alle Conferenze degli Stati Parte del TPNW come osservatori attivi, presentando relazioni periodiche sui progressi compiuti nella riduzione della dipendenza dalle armi nucleari e predisponendo un piano d’azione a medio-lungo termine per lo smantellamento delle testate o la rimozione di armi nucleari straniere dal proprio territorio.
La Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN), Premio Nobel per la Pace 2017, potrebbe trarre significativi vantaggi strategici dal sostegno a una simile proposta. Essa favorirebbe lo sgretolamento dei blocchi geopolitici e permetterebbe a Paesi come la Cina, già sostenitrice del No First Use, o a membri della NATO come Norvegia o Germania, di avvicinarsi al TPNW senza una rottura immediata con le alleanze esistenti.
Inoltre, se la Cina o altri Stati nucleari accettassero lo status di partner transizionali, chi rimanesse fuori – ad esempio Stati Uniti o Russia qualora respingessero anche il solo impegno al No First Use – apparirebbe progressivamente isolato e radicale nella difesa di una deterrenza senza limiti. La pressione politica e morale si sposterebbe così su chi rifiuta qualunque passo intermedio.
Una soluzione giuridicamente praticabile
Modificare formalmente il testo del TPNW rappresenta una sfida complessa sotto il profilo terminologico e legale, poiché richiederebbe un procedimento di emendamento formale e l’accordo di un numero significativo di Stati Parte.
Per questo motivo, nel working paper da presentare alla Conferenza di Riesame del 2026, la proposta potrebbe essere formulata non come modifica immediata del trattato, ma come Protocollo addizionale oppure come Decisione della Conferenza di Riesame con valore politico e interpretativo. In tal modo si eviterebbe di riaprire l’intero impianto normativo, introducendo invece uno strumento flessibile capace di ampliare l’attrattività del Trattato senza snaturarne la finalità.
Realismo strategico e fedeltà all’obiettivo abolizionista
La creazione della categoria degli “Stati parte transizionali” non rappresenta un arretramento rispetto all’ideale dell’abolizione, ma una sua declinazione strategicamente realistica. Nel mondo attuale, segnato da conflitti regionali e rivalità sistemiche, il disarmo nucleare non può avanzare soltanto per via testimoniale: deve saper costruire passaggi intermedi credibili, verificabili e politicamente sostenibili.
Costruire un ponte tra No First Use e abolizione totale significa trasformare un principio etico in un percorso concreto. La Conferenza di Riesame del 2026 potrebbe così diventare il momento in cui il TPNW evolve da trattato simbolico di rottura a strumento dinamico di convergenza globale verso un mondo realmente libero da armi nucleari.
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