Dal “No First Use” alla proibizione, nell’era del rischio globale: delegittimare la deterrenza nucleare che prepara il genocidio

 Dal “No First Use” alla proibizione, nell’era del rischio globale: delegittimare la deterrenza nucleare che prepara il genocidio 

di Laura Tussi



Viviamo uno dei momenti più pericolosi dalla fine della Guerra fredda. L’Orologio dell’Apocalisse (Doomsday Clock) segna pochi secondi dalla mezzanotte, mentre i principali meccanismi di controllo degli armamenti si stanno progressivamente sgretolando. La fine del New START, il riarmo nucleare diffuso, l’abbassamento delle soglie di impiego e l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi militari aumentano in modo esponenziale il rischio di una catastrofe irreversibile, anche per errore umano o malfunzionamento tecnologico.

In questo contesto, la deterrenza nucleare appare sempre meno come un sistema di sicurezza e sempre più come una minaccia strutturale alla sopravvivenza dell’umanità. Diventa quindi urgente rafforzare il TPNW – Trattato per la proibizione delle armi nucleari – non solo come strumento di interdizione giuridica, ma come architettura dinamica di sicurezza collettiva, capace di integrare misure intermedie che riducano il rischio immediato e delegittimino definitivamente la logica del primo uso.

Oltre la proibizione: il TPNW come paradigma di sicurezza collettiva

Il TPNW non è un semplice trattato di messa al bando: rappresenta un cambio di paradigma fondato sulla prevenzione del rischio, sull’approccio umanitario e sul primato del diritto alla vita. In una fase storica segnata da instabilità sistemica, esso può e deve includere strumenti transitori in grado di ridurre concretamente la possibilità di un conflitto nucleare, anche accidentale.

In questa prospettiva, la proposta cinese di un trattato multilaterale sul No First Use (NFU) assume un rilievo strategico decisivo, configurandosi come una leva politica per scardinare la legittimità stessa della deterrenza nucleare.

Il No First Use come rottura della logica della deterrenza

Il No First Use è il principio secondo cui uno Stato si impegna formalmente a non utilizzare mai per primo le armi nucleari, riservandone l’eventuale impiego esclusivamente come risposta a un attacco nucleare subito. Ciò esclude l’uso preventivo, anticipatorio o “difensivo” dell’arma atomica e nega la legittimità di colpire per primi in qualsiasi scenario di crisi.

Questo impegno riduce drasticamente il rischio di escalation, di errori di calcolo e di lanci accidentali, sottraendo le armi nucleari alla logica della minaccia permanente. Adottare il NFU significa riconoscere che l’arma nucleare non è uno strumento ordinario di sicurezza nazionale, ma un residuo pericoloso di una strategia fondata sulla paura, incompatibile con il diritto umanitario e con la sopravvivenza stessa dell’umanità.

La proposta cinese come ammissione implicita

Impegnarsi formalmente a non usare per primi le armi nucleari equivale ad ammettere che esse non possiedono alcuna funzione difensiva legittima. È un passaggio dirompente, perché incrina il pilastro ideologico su cui per decenni si è retta la deterrenza.

L’immagine è eloquente: cinque potenze siedono attorno a un tavolo con una pistola carica. Finora la regola implicita è stata tenere la mano sull’arma, pronti a sparare per primi se ci si sente minacciati. Questa è la deterrenza classica.
Il No First Use cambia radicalmente lo scenario: nessuno può premere il grilletto per primo. L’arma resta sul tavolo, ma perde la sua funzione di intimidazione. Non è più potere, diventa un peso.

Se non puoi colpire per primo, l’arma perde senso

Accettare il NFU significa riconoscere che l’arma nucleare non serve né a vincere una guerra né a prevenirla. Senza la possibilità del primo uso, la minaccia atomica perde credibilità e legittimità. Crolla così la narrazione delle armi nucleari come strumenti di difesa: emergono per ciò che sono realmente, ordigni di sterminio di massa, incompatibili con qualsiasi principio etico, giuridico e umanitario.

NFU, ICAN e il percorso verso la proibizione

È in questo spazio che si innesta il lavoro della campagna ICAN, premio Nobel per la Pace. Dimostrare che il primo uso è illegittimo equivale ad aver già compiuto gran parte del percorso verso il disarmo.
Se nessuno può usare per primo l’arma atomica, la domanda diventa inevitabile: a cosa servono migliaia di testate costose, pericolose e sempre più automatizzate?

Il No First Use non è un compromesso al ribasso, ma una misura di riduzione del rischio che prepara il terreno politico, giuridico e culturale per l’adesione piena al TPNW.

Il nodo politico e le risposte possibili

È comprensibile il timore che il NFU possa apparire come un annacquamento della battaglia per l’abolizione totale. Questo rischio può essere superato attraverso tre linee d’azione: usare la proposta NFU per costringere le potenze nucleari a giustificare il mantenimento dell’opzione del primo uso; sostenere che il rifiuto di negoziare il NFU viola l’obbligo di disarmo in buona fede previsto dagli articoli 4 e 6 del TNP; presentare il NFU come misura transitoria indispensabile per creare lo spazio politico necessario all’adesione al TPNW.

Verso gli “Stati parte transizionali”

Una proposta strategica consiste nell’introdurre, all’interno del TPNW, una categoria di “Stati aderenti transizionali” (Transitioning Partners), costruendo un ponte tra il NFU e l’abolizione totale.
Questo permetterebbe di superare la logica del “dentro o fuori” che oggi scoraggia molti Stati, vincolati ad alleanze militari e dottrine nucleari.

L’adozione del No First Use diventerebbe il requisito minimo per accedere a questo status, insieme alla rinuncia ai test nucleari, alla partecipazione attiva alle Conferenze degli Stati Parte e a un percorso graduale di smantellamento.

Un passo necessario contro il genocidio programmato

La deterrenza nucleare non è una garanzia di pace, ma una forma permanente di minaccia globale: un genocidio programmato che incombe sull’umanità. Integrare il NFU nel quadro del TPNW significa sottrarre ossigeno alla logica della guerra, riaffermare il primato del diritto umanitario e restituire il futuro dell’umanità a scelte politiche consapevoli, non a sistemi di annientamento automatico.

In un’epoca in cui persino l’intelligenza artificiale rischia di essere incorporata nei meccanismi decisionali militari, una cosa deve restare assoluta: nessuna tecnologia, nessun algoritmo, nessuna dottrina può avere il potere di decidere la morte di milioni di esseri umani.
Il disarmo non è utopia: è l’unica via razionale per la sopravvivenza.

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