Unione europea e tecnologie: il caso della industria meccanica


A trainare oltre 50 anni di sviluppo economico e tecnologico  europeo abbiamo avuto le macchine, quelle vetture francesi, tedesche e italiane vendute in mezzo mondo. La vettura è stato l'acquisto più ambito per intere generazioni, sinonimo di autonomia e libertà.  




Dovremo abituarci alla idea che il settore automotive non funga più da traino per le economie, un giorno forse guarderanno agli stabilimenti, anche quelli moderni, produttrici di vetture come modelli di archeologia industriale. Non si producono nel mondo meno vetture, arrivano invece dall'Asia, ad esempio in soli 25 anni la produzione cinese è passata da 4 a oltre 33 milioni di vetture.


E la scommessa dell'elettrico si è rivelata almeno per Stellantis perdente visto che hanno accumulato 22 milioni di euro di debito, le vetture elettriche arrivano da fuori Europa a prezzi decisamente inferiori e con tecnologie avanzate. E se qualcuno pensa che produrre armi sia la soluzione per salvare i posti di lavoro si sbaglia, basti pensare che ove una azienda si è riconvertita al militare mediamente ha perso la metà dei suoi dipendenti.


Correva l'anno 2025 quando Stellantis lanciava l'Elettrico facile salvo poi, un anno dopo, a inizio Febbraio 2026, rinunciare all'elettrico dopo una rimessa economica di oltre 22 miliardi di euro. Cosa è successo in questo anno?

La domanda alla quale rispondere è tuttavia un'altra: perchè alcune aziende dell'est asiatico vanno avanti nella ricerca, nello sviluppo dell'auto elettrica acquisendo tecnologie avanzate mentre invece l'Occidente, e soprattutto il vecchio continente, sono ancora indietro?

L'idea, errata, che le auto cinesi siano tecnologicamente arretrate stride con la realtà nella quale i marchi orientali, parte dei quali legati da join venture a multinazionali europee, sono decisamente avanti, sfornano prodotti di alta qualità e a prezzi decisamente inferiori agli europei tanto da guadagnarsi quote crescenti di mercato in paesi storicamente produttori di automobili come quelli del vecchio continente. I produttori di auto nel mondo sono cambiati, se prima riconoscevi i modelli riconducendoli a pochi marchi oggi tutto diventa complicato.

Dietro alla rinuncia delle auto elettriche da parte dell'ex Fiat ci sono varie spiegazioni, l'appiattimento sulle politiche trumpiane, la scommessa di allargarsi nei mercati statunitensi dopo avere delocalizzato produzioni e impoverito gli stabilimenti europei (nel caso Stellantis quelli italiani), le difficoltà a reperire metalli rari e quanto altro è indispensabile per le batterie e le componenti dell'elettrico.

Per capire questa crisi dovremmo guardare ad un dato: quanto spendono multinazionali e stati in ricerca e sviluppo per le auto elettriche.

Secondo una vecchia retorica colonialista l'Occidente sarebbe attento all'ambiente, avrebbe per intenderci un'anima verde al contrario delle potenze emergenti, in teoria il vecchio continente avrebbe dovuto essere all'avanguardia nella produzione di macchine a zero impatto ambientale, al contrario si scopre un'altra verità, nel frattempo Stellantis abbandona, con tanti debiti, l'elettrico pensando di beneficiare delle norme a favore del fossile di Trump.

L'Europa storicamente dipende da materie prime che non possiede: manganese, litio, cobalto, grafite, nichel da acquistare dalla Cina che i metalli rari invece possiede e in grande quantità

Il green cambia innumerevoli equilibri, escono rafforzate le potenze in possesso dei metalli rari e in base ai rapporti di forza vengono influenzate le stesse politiche energetiche ed ambientali.

L'abbandono delle fonti fossili è irreversibile  ma prima che avvenga ci saranno colpi di coda e anni di incertezze.

La Europa non ha una filiera dell'elettrico, ha tutte  le competenze necessarie ma è ancora indietro, dilaniata da divisioni interne, la Germania da anni sta premendo nella direzione green consapevole di dover colmare le lacune rispetto alla Cina, paesi economicamente più deboli sono ancora indecisi e pronti a saltare sul carro Trumpiano schierato senza remore a favore del fossile.

La Germania da anni contesta i sussidi dello Stato cinese ai loro produttori, eppure i marchi cinesi sono entrati prepotentemente nei mercati europei, a partire da quello italiano, guadagnando quote crescenti e in tempi decisamente rapidi. I dazi europei ai prodotti cinesi avevano come obiettivo impedire l'arrivo di auto tecnologicamente avanzate e a prezzi decisamente più bassi dei prodotti Ue, al contempo la scelta di chiudersi all'elettrico potrebbe determinare danni ancor maggiori all'industria europea oltre a peggiorare la qualità della vita e dell'ambiente con tassi di inquinamento che dovrebbero essere  drasticamente ridotti. Il green deal sembrava avere unito il vecchio continente ma con l'arrivo alla presidenza Usa di Trump, i dazi imposti ai prodotti europei gli equilibri iniziano a cambiare, la decarbonizzazione fino a un anno fa appariva una occasione da prendere al volo anche per ammodernare il sistema produttivo e ridurre allo stesso tempo l'impatto ambientale.

La guerra in Ucraina, l'economia di guerra ha determinato un sostanziale arretramento della Ue, a farne le spese sono gli investimenti, i capitoli in ricerca e sviluppo e anche la produzione dell'auto elettrico facendo valere decenni di esperienza nel settore. Tutto dipenderà dalla autonomia politica del vecchio continente, dagli investimenti in ricerca e sviluppo, dall'approvigionamento energetico e dei metalli rari, di certo se il polo imperialista europeo ha un futuro non lo troverà  rimanendo subordinato agli Usa

 

 

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