Follia o criminalità? L’uso scorretto dei termini “follia” e “pazzia” per definire i criminali di guerra

 Follia o criminalità? L’uso scorretto dei termini “follia” e “pazzia” per definire i criminali di guerra  

di Laura Tussi

L’uso dei termini follia, pazzia o malattia mentale per definire i criminali di guerra è considerato improprio, scorretto e persino pericoloso da storici, psichiatri e giuristi. Questa terminologia, spesso adottata nel dibattito pubblico e mediatico, confonde la malvagità razionale con la patologia psichiatrica, producendo un duplice effetto distorsivo: da un lato deresponsabilizza i colpevoli di crimini gravissimi, dall’altro stigmatizza ingiustamente le persone che vivono una reale condizione di sofferenza mentale.

Follia non è malvagità

La violenza criminale, anche nella sua forma più estrema e organizzata, non è automaticamente riconducibile alla malattia mentale. I dati mostrano che la stragrande maggioranza dei crimini efferati è commessa da persone considerate capaci di intendere e di volere, mentre le persone con disabilità mentale risultano statisticamente molto più spesso vittime che autrici di violenza. Attribuire la ferocia dei crimini di guerra alla “pazzia” significa ignorare la responsabilità individuale e collettiva di chi sceglie consapevolmente di esercitare la violenza.

La razionalità del crimine di guerra

I criminali di guerra agiscono, nella maggior parte dei casi, in modo calcolato, sistematico e organizzato, perseguendo obiettivi politici, economici o ideologici ben definiti: genocidi, pulizie etniche, stermini programmati. Questa pianificazione è incompatibile con una definizione clinica di follia intesa come perdita delle capacità decisionali e di controllo della realtà. Parlare di “pazzia” davanti a tali atti significa rimuovere la dimensione strutturale, ideologica e di potere che li rende possibili.

Definire “pazzo” un leader che ordina un massacro o un soldato che lo esegue contribuisce ad alimentare lo stigma verso chi soffre realmente di disturbi mentali, suggerendo implicitamente che la violenza sia una conseguenza naturale della malattia. È una narrazione falsa e dannosa, che rafforza paura, discriminazione ed esclusione sociale.

Un comodo esonero dalla responsabilità

Etichettare un criminale come “folle” produce anche un effetto giuridico e morale: lo sottrae alla piena responsabilità delle proprie azioni. La violenza viene così ridotta a un tragico incidente, a un’esplosione irrazionale, invece di essere riconosciuta per ciò che è: una scelta deliberata, inserita in un sistema di comando, obbedienza e consenso.

Un errore storico ricorrente

La confusione tra criminalità e follia ha una lunga storia. Dalle teorie del “delinquente nato” di Cesare Lombroso, oggi scientificamente superate, fino all’uso dei manicomi criminali come strumenti di controllo sociale e politico, l’etichetta della follia è stata spesso impiegata per neutralizzare il dissenso o occultare responsabilità sistemiche dietro una presunta anomalia individuale.

Erasmo da Rotterdam e l’equivoco sulla follia

Già Erasmo da Rotterdam, nel suo Elogio della follia (1511), metteva in guardia contro l’ipocrisia del potere che si ammanta di razionalità mentre produce violenza e ingiustizia. La “follia” di cui parla Erasmo non è quella clinica, ma una lente ironica per smascherare l’arroganza dei potenti, la brutalità delle guerre, l’autoassoluzione morale di chi governa. In questo senso, chiamare “folli” i criminali di guerra significa tradire proprio l’intuizione erasmiana: la vera follia è la normalizzazione della violenza, non la sua patologizzazione.

I crimini di guerra non sono sintomi di follia, ma atti di malvagità umana, politica e ideologica. L’uso del termine “pazzia” è una scorciatoia linguistica che oscura la responsabilità intenzionale, indebolisce la richiesta di giustizia e contribuisce a stigmatizzare ingiustamente la salute mentale. Riconoscere questa distinzione non è solo un esercizio di precisione terminologica, ma un atto etico e civile necessario per difendere la dignità delle vittime, la verità storica e i diritti delle persone più vulnerabili.

Accanto a questa lezione, risuona ancora attuale il monito di Franco Basaglia: «La libertà è terapeutica», a ricordare che la follia reale non va confusa con il male deliberato e che la dignità della persona resta il fondamento di ogni giustizia.

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