L’adultità come processo aperto, dentro le dimensioni del non finito

Ad essere adulti si impara (e non si finisce di imparare). L’adultità come processo aperto, dentro le dimensioni del non finito 

di Laura Tussi

Cosa significa essere adulti in un tempo segnato da transizioni continue, crisi globali, mutamenti del lavoro, delle relazioni e delle identità? In una società che fatica a riconoscere il valore del cambiamento lungo tutto l’arco della vita, riflettere sull’adultità come dimensione “non finita” diventa un esercizio critico necessario. L’età adulta non è un punto di arrivo stabile, ma uno spazio di trasformazione permanente, in cui formazione, desiderio e identità restano aperti e rinegoziabili.

Possiamo considerare ancora aperto anche il tema della definizione di età adulta e delle possibilità che essa offre di continuare a formarsi nella transizione del cambiamento evolutivo ed esistenziale. Queste questioni sono state esplorate negli ultimi decenni da studiosi come Erikson e Van den Berg, in relazione alla nozione di cambiamento come categoria centrale dell’esperienza umana.

Assumendo il presupposto epistemologico secondo cui senza cambiamento non può esistere educazione, emerge la necessità di una partecipazione attiva del soggetto al proprio processo formativo. In età adulta lo sviluppo non è concluso: al contrario, è un processo che non ha fine, a condizione che l’individuo si riconosca incompiuto, non definitivo. La pedagogia rivolta al mondo adulto rende evidente questa prospettiva, mostrando come l’educazione non sia esclusiva dell’infanzia o della giovinezza.

Le pratiche pedagogiche raggiungono il loro obiettivo quando aiutano il soggetto a riconoscere la propria dimensione desiderante, la volontà di apprendere, di migliorarsi e di trasformarsi. In questo senso, la metabletica, intesa come scienza del cambiamento adulto, diventa una chiave interpretativa fondamentale dello sviluppo umano.

Se la vita può essere considerata il grande laboratorio della formazione, in quanto spazio dell’esperienza, allora le occasioni predisposte per imparare a leggere il mondo, a comunicare e a convivere con gli altri possono essere definite come piccoli laboratori. Ogni esperienza di cambiamento possiede una valenza formativa. La formazione non coincide solo con l’aggiunta di nuove competenze, ma anche con la decostruzione di schemi precedenti. Invecchiare, pur implicando una perdita, è anch’esso un’esperienza formativa.

L’apprendere non è mai un processo puramente cumulativo. Per accedere al nuovo è necessario ristrutturare il vecchio. Le percezioni dell’età e i ritmi dell’invecchiamento sono influenzati da fattori come l’istruzione, la condizione economica, il lavoro e l’alimentazione. L’età diventa così un costrutto personale, instabile e rivedibile, determinato dai parametri che ciascun individuo attribuisce alla propria età psicologica.

Ogni persona scrive il proprio copione di vita attraverso gli incontri e le relazioni che la attraversano. L’interpretazione psico-sociologica conferma che sono le interazioni con il mondo a rendere la vita reale e oggettiva. Le rappresentazioni delle fasi della vita possono essere sintetizzate in tre metafore: l’arco, in cui tutto si conclude; il ciclo, in cui tutto può ricominciare; il corso, irregolare e indeterminato. In ogni caso, l’individuo è costantemente produttore della propria biografia, nella mediazione con gli altri.

Dal punto di vista della psicologia dell’arco vitale, la vita umana è un processo di trasformazione continua. Lo sviluppo autogenetico dura per tutta la vita e può manifestarsi in forme continue o discontinue, cumulative o innovative. I comportamenti successivi possono derivare da quelli precedenti o trasformarli profondamente, mantenendone alcune tracce.

Questo sviluppo varia anche in relazione alle condizioni storico-culturali. Guerre, epidemie e carestie rappresentano influenze storiche capaci di interrompere o deviare i percorsi evolutivi. Accanto a esse agiscono influenze non normative, imprevedibili, come eventi improvvisi, perdite, incidenti o cambiamenti inattesi.

Nel mito e nella tradizione religiosa, l’adultità appare spesso come misura di tutte le cose. Da Adamo ed Eva, creati già adulti, alla dea Atena che nasce adulta dal capo di Zeus, fino alle figure di Gesù, Maometto, San Francesco e Buddha, l’età adulta è associata all’inizio della missione, alla consapevolezza e alla responsabilità.

Il cambiamento implica crisi, conflitto e frattura. Non esiste rinascita che sia indolore. Tuttavia, rinascere non significa regredire: chi cambia non torna indietro, ma torna a crescere. Nelle metamorfosi dell’esistenza si rielaborano le identità, trasformando il passato senza rinnegarlo.

L’adulto non può rappresentarsi da solo. Ha bisogno dello sguardo e della mediazione degli altri per costruire la propria identità. Amico e nemico diventano figure necessarie nel processo di riconoscimento di sé. L’identità si manifesta quando il soggetto è in grado di comunicare, attraverso il linguaggio e altre forme espressive, l’esistenza di un proprio Io, unico e non replicabile.

In questa prospettiva, l’adultità non è una condizione statica, ma una tensione continua tra ciò che siamo e ciò che possiamo ancora diventare.


Nota: Il Salto dei Tori da parte dei giovani (ukli bulà) è una delle cerimonie più significative per gli Hamer, una comunità della Valle dell’Omo in Etiopia. Si tratta dell’iniziazione maschile, tramite cui i ragazzi mostrano forza e coraggio saltando sul dorso di un numero variabile di bovidi in fila, da cui devono scendere e salire quattro volte senza cadere.

La pratica della taurocatapsia (“salto del toro”) è diffusa nel mondo a partire dall’età del bronzo (nella Creta minoica, in India tra i Tamil, in Anatolia tra gli Ittiti); ancora oggi è praticata nella Francia sudoccidentale. A quanto risulta dall’iconografia, i movimenti riflessi del toro forniscono al “danzatore” la spinta inerziale per eseguire le sue acrobazie. Uomo e animale diventano così un tutto unico dal punto di vista dinamico.

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