"Il giornalismo è insieme responsabilità morale e etica e professionale”

 "Il giornalismo è insieme responsabilità morale e etica e professionale”. Intervista di Unimondo-Atlante delle guerre al direttore di FarodiRoma, Salvatore Izzo 

di Laura Tussi


Tra memoria storica e sguardo sul presente, questa lunga conversazione di Unimondo-Atlante delle guerre con Salvatore Izzo ripercorre decenni di viaggi papali, pontificati e trasformazioni geopolitiche, intrecciando la storia della Chiesa con quella dei popoli. Dal magistero itinerante di Giovanni Paolo II alla profondità teologica di Benedetto XVI, fino all’opzione per i poveri e la giustizia sociale di Francesco e alla continuità diplomatica e pacificatrice di Leone XIV, emerge il racconto di una Chiesa che attraversa il mondo senza smarrire il filo della propria missione. Ne nasce una riflessione che unisce giornalismo, testimonianza diretta, America Latina, sovranità dei popoli e ruolo del sapere critico, con uno sguardo attento al valore del giornalismo indipendente e alla responsabilità culturale delle nuove generazioni.

Salvatore, hai seguito oltre cento viaggi papali, da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, fino a metà del pontificato di Francesco. Come vedi la continuità tra i diversi pontificati fino a Leone XIV?

Il filo è profondo e solido. Giovanni Paolo II ha attraversato il mondo portando una Chiesa presente, concreta, incarnata. Benedetto XVI ha dato profondità teologica, restituendo senso alla ragione e alla tradizione. Francesco ha preso tutto questo e lo ha trasportato nelle ferite aperte del nostro tempo, guardando ai poveri, alle periferie geografiche ed esistenziali, e anche alle popolazioni dell’America Latina che lottano per la propria autodeterminazione. Leone XIV prosegue questa linea: non rompe, ma rafforza, parlando di pace, diplomazia e diritti internazionali, in continuità con il percorso dei predecessori.

Come testimone diretto di eventi storici, cosa ti ha colpito dei viaggi papali?

Giovanni Paolo II aveva uno sguardo diretto sulle persone, camminava accanto ai popoli come se sentisse la responsabilità del loro destino. Benedetto XVI parlava meno, ma con una chiarezza straordinaria: la dignità dell’uomo non si può ridurre, e questo valeva anche per la politica internazionale e la vita civile. Entrambi hanno creato un terreno su cui Francesco ha poi sviluppato un papato più pastorale e attento alle sfide sociali e culturali, con una particolare attenzione all’America Latina e ai processi di emancipazione dei popoli. La continuità tra i Papi fino a Leone XIV è evidente: c’è una linea di coerenza che unisce attenzione al singolo, alla società e ai rapporti internazionali.

Tu sei stato osservatore internazionale in Venezuela e sei un strenuo difensore della sovranità di Cuba e del popolo venezuelano. Perché questa esperienza è importante per un vaticanista?

Perché la difesa della dignità dei popoli è coerente con la missione del giornalismo e della Chiesa. In Venezuela ho visto processi elettorali popolari e partecipazione civile, ma anche ingerenze esterne e sanzioni ingiuste. Raccontare tutto questo significa dare voce a chi la voce spesso non ce l’ha. È coerente con la linea della Chiesa di Francesco, che guardava alla giustizia sociale e alla liberazione dei popoli, anche con un chiaro riferimento ai valori rivoluzionari bolivariani di emancipazione. Ho potuto osservare direttamente come le politiche del continente e le pressioni internazionali influissero sulla vita concreta dei cittadini, con un impatto reale sulla dignità umana e sui diritti civili.

E con Papa Francesco come è stato il tuo rapporto?

Francesco conosceva profondamente l’America Latina. La sua attenzione ai popoli in difficoltà nasceva da un impegno pastorale e insieme politico nel senso più alto: prendersi cura della polis, delle comunità. La sua empatia per le esperienze socialiste bolivariane non era ideologia, ma capacità di vedere la dignità dei popoli, il rispetto della sovranità e la necessità di resistere a pressioni esterne. Il suo pontificato ha rafforzato la percezione di una Chiesa attenta al sociale, alla pace e alla giustizia internazionale.

Salvatore, tu dirigi FarodiRoma e hai seguito giornalisticamente decine di viaggi papali. Che ruolo ha oggi il giornalismo indipendente, anche considerando fenomeni come il turismo religioso e la sociologia del turismo?

Il giornalismo indipendente è fondamentale. Il turismo religioso non è solo viaggio, ma esperienza sociale, culturale e antropologica. La sociologia del turismo ci insegna che questi flussi influenzano economie, comportamenti, relazioni interculturali e la costruzione di identità collettive. Raccontare i viaggi papali non significa solo cronaca, ma comprendere e far comprendere l’impatto sociale, culturale e spirituale dei luoghi e delle persone che incontriamo. FarodiRoma si è sempre sforzato di offrire questa prospettiva, rendendo la narrazione più ampia e significativa.

Voglio chiederti, a titolo personale, come vivi il tuo ruolo tra cronaca, storia e testimonianza diretta dei Papi e dei popoli latinoamericani?

È un privilegio e una responsabilità. Ogni viaggio, ogni elezione, ogni evento storico è occasione per restituire verità, contesto e profondità. La mia gratitudine va anche a persone come il professor Luciano Vasapollo, che con il suo impegno sul Venezuela, sui diritti dei lavoratori e sulla resistenza socialista e bolivariana dei popoli, mi ha permesso di inserirmi nella scuola di dottrine decoloniali alla Sapienza, l’ateneo principale della Capitale e primo nel mondo per gli studi umanistici, dove insegno da cinque anni sociologia del turismo nel Dipartimento di studi europei e americani della Facoltà di Lettere. Collaborare e osservare queste esperienze mi aiuta a capire meglio il senso della storia e del Vangelo nella vita concreta delle persone, e a trasmettere agli studenti la rilevanza delle dinamiche sociali e culturali nei contesti globali.

Infine, cosa vorresti trasmettere alle nuove generazioni di giornalisti e osservatori internazionali?

Di non avere fretta di ridurre tutto a un titolo o a un numero. Di ascoltare, studiare, osservare, viaggiare con attenzione. Di capire che il giornalismo è insieme responsabilità morale e etica e professionale, e che il mondo ha bisogno di chi racconta la verità con profondità, senza accontentarsi delle versioni ufficiali. E soprattutto, di non dimenticare mai che ogni popolo ha il diritto di essere protagonista della propria storia, e che la conoscenza diretta, l’osservazione sul campo e il confronto con le comunità locali sono strumenti imprescindibili per chi vuole comprendere davvero i fenomeni sociali, culturali e politici.

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