Saharawi, «nessuna soluzione con la forza»

 Saharawi, «nessuna soluzione con la forza»

Stefano Mauro





Sahara Occidentale A 50 anni dalla nascita della Repubblica araba, intervista a Sidi Mohamed Omar, rappresentante del Fronte Polisario all’Onu

Due settimane dopo il primo round di negoziati a Madrid, Marocco, Fronte Polisario, Algeria e Mauritania si sono incontrati nuovamente a Washington il 23 e 24 febbraio per ulteriori «colloqui riservati». Da diversi mesi, l’amministrazione Trump sta aumentando i suoi sforzi diplomatici per risolvere la questione del Sahara Occidentale, soprattutto in base alla Risoluzione 2797 – siglata lo scorso 31 ottobre 2025 – che ha introdotto un cambiamento fondamentale: il cosiddetto “piano di autonomia” del Marocco «come possibile base negoziale», marginalizzando di fatto il principio di autodeterminazione. Riguardo alla Risoluzione ed al possibile rischio per il popolo saharawi di subire una soluzione imposta sulla logica del «fatto compiuto e dell’egemonia»», piuttosto che sul rispetto del diritto internazionale, il manifesto ha intervistato Sidi Mohamed Omar, rappresentante del Fronte Polisario alle Nazioni Unite e Coordinatore della Minurso.

Con la Risoluzione 2797 ed il sostegno da parte dell’amministrazione Trump, il Marocco vede ormai prossima l’applicazione del suo piano di autonomia per il Sahara occidentale. Qual è la valutazione del Fronte Polisario?

Ieri in occasione del cinquantesimo anniversario della proclamazione della Repubblica Araba Saharawi Democratica (Rasd), il Segretario generale del Fronte Polisario, Brahim Ghali, ha ribadito con fermezza che l’esercizio del diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza rappresenta «l’unica via per giungere a una pace giusta e definitiva nel Sahara Occidentale», sia con la diplomazia che con la lotta armata. Per noi è importante sottolineare che il testo della risoluzione ha chiarito in modo inequivocabile che una soluzione politica giusta deve soddisfare tre requisiti fondamentali: essere coerente con i principi della Carta delle Nazioni Unite, garantire l’autodeterminazione del popolo del Sahara Occidentale ed essere accettabile per i saharawi e per il suo unico e legittimo rappresentante, il Fronte Polisario. La risoluzione in definitiva riafferma che nessuna soluzione può essere imposta al popolo saharawi. Bisogna sottolineare anche che, contrariamente alla narrativa fuorviante del Marocco, il Consiglio di Sicurezza non riconosce alcuna “sovranità” marocchina sul Sahara Occidentale, ma indica la proposta di autonomia come una “possibilità” da verificare con un referendum.

A livello diplomatico come sta agendo il Polisario per ottenere un referendum?

Nel 1991 abbiamo accettato il cessate il fuoco con Rabat – interrotto con la ripresa della lotta armata dopo la sua violazione da parte del Marocco nel 2020 – in cambio dell’indizione di un referendum, optando per la pace e la diplomazia. Il Fronte Polisario è fermamente impegnato a difendere il diritto inalienabile del popolo saharawi all’autodeterminazione, riconosciuto dalle Nazioni Unite. In altre parole, non esiste alternativa che non attraverso un referendum libero ed equo, sotto la supervisione delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana, come unico strumento per la soluzione del conflitto. Per quanto riguarda l’organizzazione di libere elezioni, è chiaro che non si sono ancora tenute a causa dell’ostruzionismo del Marocco che è consapevole di come si esprimerebbe il popolo saharawi dopo 50 anni di repressione, di occupazione del proprio territorio e di sfruttamento delle proprie risorse.

Come reagite diplomaticamente alle pressioni internazionali di paesi come Stati Uniti e Francia per il riconoscimento del piano di autonomia del Marocco?

La nostra unica difesa rimane il rispetto del diritto internazionale, nonostante l’atteggiamento deplorevole di alcuni paesi che attualmente favoriscono la “legge del più forte”. La proposta marocchina non può essere la “base della soluzione” per una ragione: il Marocco non esercita alcuna sovranità sul Sahara Occidentale ed è una potenza occupante. La sua “proposta” elimina l’opzione dell’indipendenza, cancella l’identità saharawi e ricompenserebbe il Marocco per l’occupazione illegale attraverso l’uso della forza. Un precedente molto pericoloso in Africa e altrove.

Qual è il ruolo dell’Unione Europea in questo conflitto, dato che ha concluso un nuovo accordo economico con il Marocco, nonostante le sentenze della Corte di Giustizia europea lo abbiano dichiarato illegale?

Le decisioni emesse dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (Cgue) – comprese le sentenze che hanno annullato gli accordi commerciali Ue-Marocco sulla pesca e l’agricoltura nel Sahara Occidentale – hanno chiarito ampiamente che qualsiasi accordo o attività economica che coinvolga il territorio e che non preveda il consenso autentico e liberamente espresso dal popolo saharawi sarà illegale ai sensi del diritto internazionale ed europeo. L’Ue, che si presenta come difensore dello Stato di diritto, potrebbe contribuire in modo costruttivo a una soluzione, se lo desiderasse, mentre purtroppo con questo atteggiamento non fa che incoraggiare il Marocco a continuare a occupare illegalmente il Sahara Occidentale e a violare i diritti umani del suo popolo.

Esistono due correnti nella lotta per la liberazione del Sahara Occidentale: una pacifista, che sostiene una soluzione diplomatica al conflitto, e un’altra che difende la lotta armata. Qual è la più praticabile e utile per la causa saharawi oggi?

È importante sottolineare che, dal 1975, il popolo saharawi è stato vittima di continui atti di aggressione e violenza da parte del Marocco, e pertanto è stato costretto a difendersi con tutti i mezzi legittimi, inclusa la lotta armata. Tuttavia, a dimostrazione del suo impegno per la pace e per creare le condizioni necessarie che consentissero al nostro popolo di esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza, il Fronte Polisario decise di “sospendere” la lotta armata nel 1991, consentendo così l’entrata in vigore del cessate il fuoco il 6 settembre di quell’anno, e la nascita della Minurso (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale). In altre parole, il popolo saharawi interruppe la sua legittima lotta armata, riconosciuta dalle risoluzioni Onu, in cambio dell’indizione di un referendum sull’autodeterminazione. Tuttavia, dopo quasi tre decenni di attesa e pazienza, il 13 novembre 2020 il Marocco ha violato l’accordo di cessate il fuoco in totale impunità e ha occupato ulteriore territorio, costringendo il Polisario a riprendere la lotta armata come legittima forma di autodifesa. In conclusione, il popolo saharawi ha optato per la pace e la diplomazia e ha fatto tutte le concessioni e i sacrifici possibili al fine di raggiungere una soluzione pacifica e duratura alla decolonizzazione del Sahara Occidentale, ma è determinato a difendere con tutti i mezzi legittimi il proprio inalienabile diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza.

Qual è la situazione attuale nei Territori Occupati e nei campi profughi?

Il nostro popolo nei territori occupati del Sahara Occidentale continua a vivere in un vero e proprio inferno, sottoposto quotidianamente a ogni tipo di violenza fisica e psicologica e al terrore da parte delle forze di sicurezza marocchine, lontano dal controllo internazionale a causa del blocco militare e della censura mediatica imposti al territorio. L’obiettivo di Rabat è quello di sradicare il popolo saharawi dalle sue case e dalle sue terre e di insediare altri coloni marocchini nel quadro di una politica coloniale sistematica e intensiva che mira ad alterare la composizione demografica del territorio e a perpetuare l’occupazione. L’altra metà del nostro popolo vive da 50 anni nei campi profughi nell’Algeria sudoccidentale. Per cinque decenni, abbiamo compiuto grandi passi avanti nel soddisfare i bisogni primari del nostro popolo, grazie alle istituzioni della Repubblica Araba Saharawi Democratica (Rasd) e agli aiuti internazionali, e soprattutto grazie al generoso aiuto che riceviamo dall’Algeria. Ciononostante, il nostro popolo dipende ancora dagli aiuti umanitari, spesso interrotti dalle crisi in altre parti del mondo. In breve, ciò di cui il nostro popolo ha urgente bisogno non è una “soluzione umanitaria”, ma una soluzione politica giusta e duratura che gli permetta di tornare nella propria terra e di viverci in libertà e dignità.

https://ilmanifesto.it/saharawi-nessuna-soluzione-con-la-forza

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