Pensioni da fame? Basterebbe che i datori, pubblici o privati che siano, aumentassero i contributi previdenziali
il sistema previdenziale italiano continua a non prevedere un aumento dei contributi previdenziali per i datori, pubblici o privati che siano.
Questa,
forse, sarebbe una parziale soluzione – dopo decenni di sgravi fiscali, aiuti
alle imprese e bassi salari. Secondo le nostre stime, un solo punto percentuale
in più di contributi datoriali equivale pressappoco, oggi, a 6,2 miliardi. Un
altro miliardo potrebbe derivare dall’aumento dell’aliquota IRPEF dell’1% per i
redditi sopra i 50.000 €. Un aumento della base imponibile della contribuzione
per i redditi sopra i 120.000 €, invece, farebbe incassare allo Stato oltre 4,5
miliardi. Altre risorse potrebbero essere reperite col recupero dell’evasione
contributiva operata dai datori di lavoro: ben 9 miliardi l’anno sono destinati
dall’Inps a coprire la svalutazione dei crediti non più esigibili, mentre – per
inciso – gli sgravi fiscali alle imprese arrivano a circa 43 miliardi, sempre
nel Bilancio Inps.
Alla
base di tutto, però, occorrerebbe una politica salariale espansiva per
aumentare il gettito contributivo: purtroppo i salari italiani sono tra i più
bassi dei paesi Ue e, in rapporto al PIL, si fermano al 28,9%. In Germania
siamo al 44,9%, e infatti in Europa l’Italia è venticinquesima su ventisette.
Strano, poi, che i sovranisti antimmigrazione non colgano l’importanza
dell’incremento della forza lavoro attiva per aumentare il gettito contributivo
e sostenere, con ciò, il bilancio previdenziale dello Stato.
E
invece uno dei motivi più gettonati per giustificare la riduzione del welfare
previdenziale sarà proprio quello dei troppi pensionati rispetto alla forza
lavoro attiva, che porterà ad aumentare il ricorso alla previdenza privata, ad
andare in pensione più tardi e a lavorare più intensamente per accrescere la
produttività.
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