Il bluff del “nucleare pulito”: dietro la retorica verde si nasconde: una porta spalancata alle armi atomiche. Il prezzo pagato dal Giappone, dopo Hiroshima e Nagasaki anche Fukushima

 

Il bluff del “nucleare pulito”: dietro la  retorica verde si nasconde: una porta spalancata alle armi atomiche. Il prezzo pagato dal Giappone, dopo Hiroshima e Nagasaki anche Fukushima 

Laura Tussi


Negli ultimi mesi è rimbalzata anche in Italia, nei media e nei dibattiti politici, una nuova narrativa sul nucleare che lo vuole presentare come un “energia pulita e fondamentale per la transizione ecologica”. L’idea di rilanciare reattori di nuova generazione, di accelerare investimenti e di ridurre la burocrazia – come accaduto anche nell’esame delle recenti proposte per il nucleare nel mix energetico nazionale – viene venduta come scelta neutrale, scevra da implicazioni militari. Ma chi è attento alla realtà dei fatti vede un imbroglio pericoloso: sotto la retorica dell’energia “verde” si nasconde una possibile apertura di fatto a usi che sfociano nel riarmo, mentre il rischio di una proliferazione nucleare non è affatto remoto.

L’equazione ingannevole tra nucleare civile e nucleare militare

È una verità scomoda, ma confermata dagli stessi critici del nucleare: la tecnologia nucleare civile è intrinsecamente collegata a quella delle armi atomiche. Secondo autorevoli osservatori, le infrastrutture, materiali e risorse utilizzate per produrre energia atomica sono le stesse che possono essere impiegate per costruire armi nucleari o per arricchire materiali fissili ad usi bellici. Anche se l’intento ufficiale di un programma è “civile”, l’esistenza di questa duplice capacità pone sempre un rischio di proliferazione e di deviazione verso utilizzi militari.

Non è un puro esercizio teorico: progetti di recycling delle scorie o di riutilizzo di materiali altamente radioattivi provenienti da testate militari, come proposto in alcune amministrazioni contemporanee, riciclano plutonio e altri isotopi che possono servire da base per ordigni atomici.

Non è un caso isolato: analisi pubblicate da FarodiRoma mettono in guardia dal fatto che l’avanzare di politiche di rilancio nucleare avviene in un contesto geopolitico dove la corsa agli armamenti sta tornando all’ordine del giorno. La redazione sottolinea come la tecnologia atomica, lungi dall’essere un semplice strumento per produrre elettricità, sia oggi sempre più intrecciata alla crescente corsa agli armamenti globali e al rafforzamento dei sistemi militari.

Il problema serio non è solo la produzione di energia in sé: è che la retorica del “nucleare pulito” può normalizzare ciò che rimane intrinsecamente pericoloso per l’umanità — in particolare quando la stessa comunità internazionale segnala un ritorno, o la modernizzazione, di arsenali atomici da parte delle grandi potenze.

Il contesto internazionale: proliferazione e pericolo crescente

La situazione globale è tutt’altro che rassicurante. Con la scadenza di trattati storici come il New START, ultimo pilastro del controllo degli armamenti nucleari tra USA e Russia, il mondo va incontro a un’era di minore trasparenza e di possibile aumento degli arsenali. Questo scenario accresce la responsabilità dei governi e delle società civili nel distinguere tra uso pacifico e possibile uso militare del nucleare.

Allo stesso tempo, la non completa ratifica del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari da parte delle potenze dotate di atomiche – una questione su cui molte città e comunità civiche stanno facendo pressione – mostra come il disarmo sia ancora un obiettivo lontano e faticoso.

Il rischio di delegittimare una cultura di pace

La Santa Sede stessa ha ribadito l’urgenza di rinnovare l’impegno per il disarmo e contrastare la logica di riarmo nucleare, ricordando che qualsiasi uso o possesso di armi atomiche rappresenta una minaccia per l’umanità intera. Queste posizioni non sono idealismi astratti, ma richiami concreti di fronte a dinamiche geopolitiche che rischiano di riportare il mondo indietro, verso scenari di insicurezza e distruzione potenziale.

Non tutto ciò che luccica è “energia pulita”

Vendere il nucleare come soluzione energetica innocua significa ignorare la storia e la realtà: dall’energia civile alla bomba atomica il passo tecnico e politico è più breve di quanto si voglia ammettere. Presentare come “neutro” un pacchetto di politiche nucleari senza chiedersi cosa potrebbe scatenare a livello di armamenti e proliferazione è disinformazione o, peggio, complicità. È un imbroglio che sfrutta la crisi energetica, le paure ambientali e l’ansia geopolitica per legittimare un ritorno di tecnologie cariche di minacce esistenziali.

La difesa dell’ambiente e la sicurezza delle future generazioni non possono essere piegate a narrative che mascherano interessi militari sotto etichette di progresso e pulizia energetica. Il nucleare civile, così come la proliferazione atomica, restano questioni che vanno affrontate con trasparenza, responsabilità e con l’obiettivo di un disarmo reale, non di nuove armi.

I rischi reali della proliferazione nucleare oggi e perché i trattati internazionali non bastano più

La crescita del dibattito sul nucleare “pulito” non può essere isolata da ciò che sta accadendo nella governance globale degli armamenti atomici. Oggi il rischio di proliferazione nucleare non è un tema estraneo agli scenari geopolitici: esso è tangibile e in espansione, con implicazioni che trascendono l’energia civile e investono direttamente la sicurezza collettiva.

Il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), entrato in vigore nel 1970 e oggi ratificato da oltre 190 stati, è stato per decenni la pietra angolare del controllo degli armamenti atomici, stabilendo un equilibrio tra l’impegno al disarmo delle potenze nucleari, la non proliferazione e l’uso pacifico dell’energia atomica. Tuttavia, già da alcuni anni si registra un progressivo indebolimento degli strumenti di controllo multilaterale.

La recente scadenza senza rinnovo del trattato New START tra Stati Uniti e Russia — l’ultimo accordo vincolante che limitava il numero di testate strategiche — rappresenta un segnale allarmante. Con la fine di questo meccanismo, per la prima volta da oltre mezzo secolo non esistono limiti giuridici mirati alla riduzione degli arsenali tra le due superpotenze atomiche, aumentando la percezione di un ritorno alla competizione nucleare.

Nel frattempo, il regime del TNP stesso è sotto pressione: tensioni geopolitiche, crisi regionali e accuse reciproche – come nel caso delle controversie su Iran e IAEA – rischiano di spingere stati firmatari a riconsiderare la propria adesione o a spingere verso l’arricchimento di materiali a uso militare. Secondo osservatori internazionali, l’attuale ordine mondiale caratterizzato da alleanze fragili, competizione tra grandi potenze e un indebolimento delle istituzioni multilaterali è terreno fertile per una nuova ondata di proliferazione.

Accanto al TNP, esistono strumenti più recenti come il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW), entrato in vigore nel 2021, che mira a bandire totalmente gli ordigni atomici. Tuttavia, molti Paesi dotati di armi nucleari non lo hanno sottoscritto, e persino Stati che lo potrebbero fare – come la Svizzera – hanno scelto di non aderire, ritenendo più realistico lavorare nel quadro del TNP. Questo lascia spazi significativi di ambiguità normativa e strategica, riducendo l’efficacia complessiva del regime di non proliferazione.

Le dinamiche recenti mostrano inoltre come la modernizzazione degli arsenali, l’erodersi di accordi di controllo e la competizione tra grandi potenze — come la crescita della dotazione nucleare di Cina e Russia — favoriscano un clima di diffusa insicurezza. In questo clima, discorsi apparentemente tecnici sul nucleare civile possono essere strumentalizzati come passaggi indolori verso infrastrutture e competenze dual-use, cioè utilizzabili sia per fini civili sia per finalità militari.

È quindi fuorviante e pericoloso presentare il nucleare solo come energia ecologica quando, sul terreno reale, esso resta strettamente vincolato ai paradigmi della deterrenza atomica, alla proliferazione tecnica e ai rischi di escalation militare. La storia dei trattati mostra che senza un impegno serio per la riduzione degli arsenali e per il disarmo effettivo, ogni apertura verso l’espansione della tecnologia atomica rischia di finire per legittimare, a lungo termine, un ricorso alle armi nucleari o almeno il rafforzamento delle dotazioni esistenti.

In definitiva, trattare il nucleare solo in termini “ambientalisti” o energetici senza considerare la dimensione di sicurezza globale, la fragilità dei trattati e la rivalità tra Stati nucleari è non solo irresponsabile, ma rischia di normalizzare i rischi di un nuovo ciclo di proliferazione, in un mondo già segnato da instabilità e conflitti.

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