Come ci insegna Moni Ovadia
La memoria come resistenza: contro ogni genocidio, senza mai dimenticare la Shoah. Come ci insegna Moni Ovadia
Il dovere di ricordare contro tutti i genocidi e le guerre e le violenze nel mondo in ogni tempo della Storia attraverso la resistenza creativa significa assumere la memoria come pratica viva, come scelta quotidiana di responsabilità.
Con le Leggi di Norimberga del 1935 e le leggi razziali del 1938 in Italia inizia la persecuzione sistematica degli ebrei in Europa. Gli ebrei vengono trasformati in stranieri nella propria patria, definiti nemici da annientare e sterminare solo perché diversi e non appartenenti alla presunta razza ariana. Hitler costruisce il mito di una razza perfetta, mentre definisce gli ebrei, appartenenti alla cosiddetta razza semita, come inferiori e sottouomini.
Il 27 gennaio 1945 segna la liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa. Da quella data nasce la Giornata della Memoria, dedicata al ricordo dello sterminio degli ebrei d’Europa, la Shoah. Il regime nazista perseguitò e sterminò, oltre agli ebrei, i Rom e i Sinti, gli oppositori politici, i disabili fisici e mentali, gli appartenenti ad altre religioni, gli omosessuali, gli apolidi e gli “asociali”. Il sistema nazifascista schiavizzò e assassinò milioni di persone colpevoli soltanto di esistere.
È fondamentale trasmettere alle nuove generazioni la conoscenza di questi eventi attraverso percorsi di memoria individuale e collettiva, fondati sul dialogo e sulla consapevolezza di sé e degli altri all’interno della comunità educante. La memoria non è un archivio del passato, ma un atto di resistenza attiva nel presente.
Come sostiene Moni Ovadia, “la bella utopia” è un mondo senza patrie escludenti, senza frontiere identitarie invalicabili, ma fatto di comunità aperte all’accoglienza, al dialogo, al cambiamento e al progresso costruttivo, nel rispetto delle culture e nella coesistenza pacifica delle differenze interculturali, di genere e generazionali. Dalle sue riflessioni emerge che la forma di resistenza più profonda è quella della follia creativa: l’arte come pedagogia della resistenza, come strumento di salvezza della dignità umana contro la barbarie. Il carnefice può distruggere il corpo, ma non può annientare l’immaginazione, la singolarità personale, lo spirito creativo.
La meccanica dell’esclusione messa in atto dal nazismo non fu soltanto una serie di norme discriminatorie, ma un progetto sistematico di deumanizzazione giuridica. Prima ancora di uccidere i corpi, si tentò di cancellare lo status di persona. Nel 1935 in Germania la cittadinanza venne definita su base biologica. Nel 1938 in Italia venne tradito il principio di uguaglianza sancito dallo Statuto Albertino.
L’arte divenne allora uno scudo. Nel ghetto di Terezín, usato dai nazisti come “ghetto modello” per la propaganda, musicisti, attori e poeti continuarono a creare. Non era evasione, ma riaffermazione di umanità. Hans Krása compose l’opera per bambini Brundibár, rappresentata più volte. Nella trama, un suonatore malvagio viene sconfitto da due fratellini aiutati da animali amici: per i piccoli interpreti e per il pubblico, quella figura rappresentava simbolicamente Hitler. Cantare la sua sconfitta era un atto di sfida estrema.
Helga Hošková-Weissová, deportata a dodici anni, disegnò ciò che vedeva: file per il cibo, dormitori affollati, sofferenza. Mentre la propaganda costruiva immagini false di normalità, i suoi disegni diventavano testimonianza e resistenza documentaria. Disegnare significava affermare: io sono qui, io vedo, io racconto.
Ad Auschwitz-Birkenau esistette un’orchestra femminile, diretta per un periodo da Alma Rosé. Le musiciste erano costrette a suonare mentre altri prigionieri venivano condotti alle camere a gas. In quel paradosso atroce, la musica fu al tempo stesso strumento del potere e fragile spazio di sopravvivenza dello spirito. Suonare significava restare aggrappate a una disciplina, a una bellezza, a un ordine interiore in un luogo progettato per la distruzione totale.
Queste esperienze mostrano che l’arte è sovversiva perché riafferma l’io quando il sistema vuole ridurti a numero; è catartica perché permette di elaborare il dolore anziché subirlo passivamente. Questa è la base della comunità educante: insegnare che la cultura non è nozionismo, ma strumento per non farsi manipolare e per restare umani.
Senza questa pedagogia della resistenza, la Giornata della Memoria rischierebbe di ridursi a rito formale. Con il dialogo, l’arte e l’impegno civile, diventa invece un seme di consapevolezza contro ogni genocidio, ogni guerra e ogni violenza, ieri come oggi.
Commenti
Posta un commento