Donne e pace: riconoscere la differenza per costruire la convivenza. La diversità, la discriminazione e le violenze di genere sono trasversali a tutte le culture

  

Donne e pace: riconoscere la differenza per costruire la convivenza. La diversità, la discriminazione e le violenze di genere sono trasversali a tutte le culture 


di Laura Tussi

In un tempo attraversato da guerre, conflitti identitari e crisi democratiche, il tema della pace non può essere disgiunto da quello della giustizia di genere. Le donne, in ogni latitudine e cultura, continuano a sperimentare forme di marginalizzazione, discriminazione e violenza che rivelano una struttura profonda e persistente delle società umane: l’ordine simbolico patriarcale. Promuovere la pace significa allora anche riconoscere e trasformare quelle radici culturali che hanno storicamente collocato le donne in una posizione subordinata.

La costruzione di una cultura della pace passa attraverso il riconoscimento della differenza come valore e non come gerarchia. E tuttavia, in molte tradizioni culturali, la diversità – a partire da quella sessuale – è stata interpretata come inferiorità.

Le donne, nelle varie culture e in modo trasversale, sono state considerate esseri umani di secondo livello: mancanti, incompleti, inferiori rispetto a un modello di umanità plasmato sull’essere umano di sesso maschile.

Aristotele, ad esempio, definendo l’uomo come “animale razionale”, attribuiva alle donne una razionalità incompleta. L’incapacità naturale del mondo femminile di acquisire pienamente la ragione veniva addotta come uno dei fattori che legittimavano la subordinazione.

L’identificazione dell’umanità con il maschile rappresenta l’apice di una complessa struttura di pensiero fondata su dicotomie oppositive: mente e corpo, ragione e passione, cultura e natura, pubblico e privato. In questo schema gerarchico, il polo femminile è sistematicamente associato all’elemento ritenuto inferiore. Le donne risultano umane rispetto agli animali, ma non pienamente umane rispetto agli uomini.

Non è la filosofia a inventare l’ordine patriarcale: essa nasce in un contesto culturale già strutturato su un’economia simbolica androcentrica. Tuttavia, elaborando teorie coerenti con quel contesto, contribuisce a renderlo “naturale” e indiscutibile. La supremazia patriarcale trova così una legittimazione non solo nel potere, ma nella presunta verità razionale. La disuguaglianza diventa principio di ragione, e la parità tra i sessi viene interpretata come contraria all’ordine naturale.

L’origine greca della filosofia è, in questo senso, fondamentale. Gran parte del lessico filosofico proviene dal greco antico e riflette il sistema concettuale di quell’epoca. Il termine “idea”, ad esempio, indica “ciò che è visibile” e, nel mito della caverna di Platone, rappresenta la contemplazione teoretica di realtà immateriali. Si consolida così la dicotomia tra mente e corpo, verità e inganno, pensiero e materia. In questa architettura teorica binaria, il mondo femminile viene associato al polo ritenuto inferiore.

Come donne, oggi portiamo avanti una riflessione globale che guarda all’essere umano – femminile e maschile – nella sua interezza. Esiste un intreccio profondo tra cultura e modo di considerare la sessualità umana, con ricadute decisive sulla vita sociale e civile.

La conflittualità culturale che attraversa le relazioni umane ha radice nella diversità, a partire da quella sessuale. L’essere umano fatica ad abitare l’opposizione, a tenere insieme gli estremi, oscillando tra l’utopia dell’armonia e la realtà dell’ambiguità.

Le culture si sono sviluppate nel tentativo di superare le differenze o di colmare lo scarto tra ideale e reale. Eppure la rivelazione della differenza sessuale come **positività** potrebbe costituire la chiave per riconoscere e accogliere tutte le altre differenze: etniche, culturali, generazionali, sociali, legate alla salute o alla condizione economica.

Questo è particolarmente rilevante in un’epoca in cui le differenze etnico-culturali destabilizzano equilibri nazionali e internazionali. La differenza di genere rimane una delle più controverse e, paradossalmente, una delle meno riconosciute come valore. Le scienze dimostrano che l’identità sessuale è un processo complesso, fisiologico, psichico e culturale insieme. Eppure la società oscilla tra rigidità identitarie e confusione simbolica.

La differenza di genere non è ancora pienamente percepita come paradigma per accogliere ogni altra differenza. E tuttavia le elaborazioni del neofemminismo hanno mostrato quanto la partecipazione femminile ai processi culturali sia stata significativa, anche se sotterranea, priva di visibilità e di riconoscimento.

Proprio nella quotidianità, più che nelle astrazioni metafisiche, si gioca il senso dell’esistenza e della politica. Hannah Arendt scriveva con lucidità: “È vano cercare un senso della politica o un significato nella storia quando tutto ciò che non sia comportamento quotidiano o tendenza automatica è stato scartato come irrilevante”.

Le donne hanno dimostrato forza, tenacia, creatività, capacità di resistenza anche in situazioni di conflitto. La loro storica distanza dai luoghi di potere ha generato, paradossalmente, una particolare competenza nella cura, nella mediazione, nella ricomposizione. La familiarità con le soglie della vita e della morte – con Eros e Thanatos – offre uno sguardo capace di integrare gli opposti.

La pace non è assenza di conflitto, ma trasformazione del conflitto. Occorre imparare a utilizzare le energie che si liberano nell’incontro tra i diversi – per sesso, età, cultura – come stimolo alla crescita. Neutralizzare la parte distruttiva del conflitto significa opporsi alla prevaricazione, al possesso dell’altro, all’omologazione forzata della diversità a un modello dominante.

Solo riconoscendo la differenza come valore e non come minaccia sarà possibile costruire una convivenza fondata sulla giustizia, sul rispetto e su una pace autentica e duratura.

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