Medici cubani: una risorsa per la pace nel mondo
I medici cubani hanno salvato gli italiani durante il COVID e ora sostengono gli ospedali in Calabria: non sarebbe giusto restituire il favore a Cuba oggi strangolata da USA e UE?
Questa storia di aiuto non si è fermata con la pandemia. In una delle regioni italiane in maggiore difficoltà, la Calabria, dove da anni la carenza di personale medico rischia di trasformare la sanità pubblica in un deserto di servizi, un accordo è stato siglato per l’invio di centinaia di medici cubani che oggi lavorano negli ospedali locali contribuendo a mantenere aperti reparti di emergenza e cure essenziali. Senza di loro, molte strutture rischierebbero di chiudere per mancanza di camici bianchi. Questi professionisti coprono un vuoto creato da anni di tagli, carenze di organico e difficoltà a reclutare nuovo personale sanitario nel Sud Italia.
Tutto questo, però, avviene in un contesto internazionale che è molto più complicato di un semplice viaggio di cura. Il governo cubano ha basato la sua cooperazione sanitaria internazionale su un modello in cui i medici non sono solo “volontari”, ma parte di programmi statali che spesso trattengono parte significativa dei loro guadagni e mantengono un forte controllo sulle loro attività. In Calabria lo stipendio complessivo previsto dall’accordo con l’ente cubano è superiore a quello percepito da molti medici italiani, ma gran parte di quella somma finisce nelle casse di società controllate dallo Stato cubano e non nelle tasche dei singoli professionisti. Alcuni medici, stanchi di queste condizioni, hanno lasciato il servizio pubblico o si sono trasferiti altrove in Europa.
Nel frattempo, Cuba si trova in una situazione di enorme difficoltà economica aggravata da decenni di embargo e sanzioni statunitensi. Secondo il governo cubano e varie agenzie di stampa, l’impatto delle restrizioni economiche legate al blocco imposto dagli Stati Uniti mette sotto pressione i servizi sanitari e limita persino l’accesso alle tecnologie mediche di base per gestire gravidanze, diabete o interventi d’urgenza. Le autorità cubane parlano di una crisi in cui mancano carburante, ambulanze e risorse per garantire l’efficacia degli ospedali e delle cure di cui la popolazione ha bisogno.
E qui sorge una domanda di equità e di memoria storica: un popolo e una nazione che nel momento più buio per l’Italia hanno mandato i loro medici a salvare vite proprio dove l’emergenza era più forte, oggi si trova in difficoltà nel far funzionare i propri ospedali. Non sarebbe giusto, come gesto di reciprocità e solidarietà internazionale, cercare modi per alleviare questa situazione? Per ragionare su come sostenere Cuba in momenti di crisi strutturale, e non solo per ringraziarla con parole, ma con politiche che favoriscano la cooperazione sanitaria globale, lo sviluppo e l’accesso alle cure indispensabili?
Non si tratta di dimenticare le complessità geopolitiche o di ignorare criticità contrattuali e diritti dei lavoratori. Piuttosto, è la considerazione che le relazioni umane e sanitarie non dovrebbero limitarsi a beneficenza occasionale, ma trasformarsi in scambi solidali più profondi: quando un paese ha bisogno, altri dovrebbero tendere la mano, non voltarsi dall’altra parte. E questo vale anche per le relazioni tra Europa, Stati Uniti e Cuba, nonché per la politica sanitaria italiana, che non può prescindere dal ricordare chi ha aiutato nei momenti più bui mentre costruisce risposte alle sfide future.
In ultima analisi, la presenza dei medici cubani in Calabria è un simbolo della dimensione internazionale della cura: una dimensione che nasce dall’urgenza dei bisogni e dalla comune vulnerabilità umana. Forse è tempo di riflettere non solo su quanti medici arrivano o quanto costano, ma su come la solidarietà sanitaria possa essere una base per un mondo più equo, dove il favore di un aiuto diventi motivo per aiutare a nostra volta chi sta oggi lottando per mantenere in piedi il proprio sistema sanitario.
Nota: «Grazie Cuba» e il logo di una bandiera cubana che si fonde con due mani che si stringono. Questo il saluto della città di Torino ai 38 medici e infermieri della Brigada Henry Reeve, originari dell’isola, che hanno prestato servizio nell’ospedale temporaneo delle Ogr arriva dalla Mole Antonelliana. Il gruppo – festeggiato al Parco Dora e che ha ricevuto anche la medaglia al valor civile del Consiglio regionale – è tornato in patria dopo qualche mese in cui hanno dato un aiuto decisivo. Era arrivato grazie all’aiuto dell’associazione Aicec.
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