Il mare che restituisce i morti: dolore e denuncia sulle tragedie nel Mediterraneo

 Il mare che restituisce i morti: dolore e denuncia sulle tragedie nel Mediterraneo

Di Laura Tussi


Sulle spiagge di Calabria e Sicilia, le mareggiate degli ultimi giorni hanno riposto sulla sabbia adulti e bambini, corpi così devastati e silenziosi che sembrano parlare con la voce rotta del Mediterraneo stesso. Più di quindici cadaveri, dicono le cronache, tra Vibo Valentia, Paola, Trapani, Pantelleria e Marsala: corpi privi di nome, memoria, percorso, sospinti da correnti fredde e violente. Alcuni nudi, altri con brandelli di stoffa o resti di giubbotti di salvataggio, portano scolpito nell’ultimo abbraccio degli abissi il volto di chi ha tentato di attraversare un mare che non perdona e non ascolta. L’ipotesi più probabile è che si tratti di migranti morti durante traversate non registrate, i cosiddetti naufragi fantasma di cui nessuno entra in possesso di informazioni finché non sono i flutti a restituirli.

Un bilancio insostenibile di vite spezzate

Le agenzie internazionali e le organizzazioni umanitarie tracciano da anni un quadro di sofferenza crescente. Migliaia di persone continuano a perdere la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa via mare, spesso senza che la loro scomparsa venga registrata ufficialmente. Il Mediterraneo resta una delle rotte migratorie più letali al mondo, un luogo in cui la speranza di un futuro si trasforma rapidamente in disperazione, paura e morte.

Queste tragedie non sono episodi isolati ma parte di una lunga scia di dolore che attraversa gli anni. Dai grandi naufragi con centinaia di vittime fino alle piccole imbarcazioni scomparse nel silenzio, ogni stagione rinnova il suo tributo di sangue. Il mare non distingue tra eventi storici e cronaca quotidiana: conserva tutto, e quando decide di restituire ciò che ha inghiottito, lo fa senza pietà.

Politiche che complicano i soccorsi

In questo contesto di morte continua, le scelte politiche italiane in materia di immigrazione e soccorso in mare stanno rendendo il quadro ancora più cupo. Il governo ha introdotto nuove norme che rafforzano i poteri di interdizione e controllo sulle navi, comprese quelle impegnate nel salvataggio umanitario. Le disposizioni consentono di limitare o impedire l’operatività delle imbarcazioni civili con il pretesto della sicurezza nazionale o della pressione migratoria.

Secondo numerose organizzazioni per i diritti umani, queste misure rischiano di ridurre drasticamente la capacità di salvare vite in mare. Le sanzioni, i fermi amministrativi e l’obbligo di dirigersi verso porti lontani sottraggono tempo, risorse e presenza proprio nelle aree dove avvengono i naufragi. Invece di colpire le reti criminali che trafficano esseri umani, le nuove regole finiscono per ostacolare chi tenta di colmare un vuoto lasciato dagli Stati.

Un diritto negato: il soccorso in mare

Il soccorso a chi è in pericolo non è una concessione, ma un obbligo sancito dal diritto internazionale del mare e da un principio etico elementare. Eppure, nel Mediterraneo, questo dovere viene sempre più spesso subordinato a logiche di deterrenza e controllo dei confini. Ogni nave costretta a restare ferma in porto, ogni equipaggio scoraggiato o criminalizzato, rappresenta una possibilità in meno per chi lotta tra le onde.

Il Mediterraneo, che per secoli è stato spazio di incontro e scambio, si è trasformato in una frontiera rigida e crudele. Qui la politica tenta di governare i flussi, ma ignora la realtà di corpi già in mare, di persone già in pericolo, di vite che non possono essere rinviate o respinte.

Volti senza nome, onde senza voce

Così il mare continua a restituire i suoi morti sulle spiagge italiane. Uomini, donne e bambini mai conosciuti, mai pianti da una comunità che potesse accoglierli. Rimangono per qualche ora sulla sabbia, coperti da teli anonimi, poi scompaiono di nuovo, questa volta nei registri e nelle statistiche.

Ogni corpo riaffiorato è una domanda che resta senza risposta. Ogni naufragio è una ferita che si riapre. Finché il soccorso verrà ostacolato e la morte considerata un effetto collaterale accettabile, il Mediterraneo continuerà a essere un cimitero a cielo aperto, e il suo silenzio continuerà a gridare contro l’indifferenza.

 

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