In bilico tra pace e abisso: il tempo sospeso della nostra epoca e la cultura dell’incontro come unica risposta
In bilico tra pace e abisso: il tempo sospeso della nostra epoca e la cultura dell’incontro come unica risposta
di Laura Tussi
Il baratro tra l’attesa della pace e l’incubo della guerra nucleare – ovvero di una Terza Guerra Mondiale che potrebbe degenerare in conflitto atomico – definisce il nostro presente. Ci troviamo su un crinale sottile, dove la normalità quotidiana convive con la percezione di un rischio estremo.
L’attesa della pace e il terrore della guerra abitano lo stesso spazio, come due respiri trattenuti. È una condizione sospesa, in cui il tempo sembra dilatarsi: le giornate scorrono con apparente regolarità, ma ogni notizia internazionale incrina la superficie. Si vive nell’intervallo, tra ciò che potrebbe accadere e ciò che si spera non accada.
Questa sensazione non è nuova nella storia. Alla vigilia della Prima guerra mondiale, l’Europa viveva un equilibrio fragile, spezzato dall’attentato di Gavrilo Princip contro Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este: un’estate come tante, attraversata però da tensioni sotterranee. Anche durante la crisi dei missili di Cuba del 1962, nel confronto tra John F. Kennedy e Nikita Khrushchev, il mondo trattenne il fiato per tredici giorni: la pace appariva ancora possibile, ma l’annientamento nucleare non era più un’ipotesi remota.
Oggi il Doomsday Clock indica appena 85 secondi alla mezzanotte simbolica. È un dato che non va letto in chiave apocalittica, ma come monito: la capacità di distruzione accumulata dall’umanità non ha precedenti. Dopo Hiroshima e Nagasaki, devastate dalle bombe sganciate durante la Seconda guerra mondiale sotto la presidenza di Harry S. Truman, la guerra ha assunto una dimensione definitiva. Non più soltanto conflitto tra eserciti, ma possibilità concreta di estinzione.
In questo scenario, la paura non riguarda solo la distruzione futura, ma l’incertezza presente. Le persone oscillano tra fiducia nella diplomazia e timore dell’irreparabile. L’attesa della pace diventa allora una forma di resistenza interiore, ma anche civile e politica: resistenza ai giochi di potere, alla logica del riarmo permanente, all’idea che l’invio di armi sia l’unico linguaggio possibile nelle crisi contemporanee.
Non è ancora guerra globale, ma non è più serenità. È una soglia. E sulla soglia si decide non solo il destino dei popoli, ma la misura del coraggio umano.
La pace è un bene prezioso, ma fragile. Non è un risultato acquisito una volta per tutte: è un processo, che richiede dialogo, responsabilità, cooperazione internazionale. In momenti come questi, è facile sentirsi impotenti. Eppure la storia dimostra che la guerra nucleare globale, finora, è stata evitata anche grazie a scelte difficili, a compromessi, a passi indietro compiuti sull’orlo dell’abisso.
La guerra atomica rappresenta l’incubo assoluto: distruzione immediata, radiazioni, collasso delle strutture civili. Ma ciò che forse angoscia di più è la sensazione di non avere controllo sugli eventi. Eppure proprio in questo spazio fragile si gioca la responsabilità collettiva.
L’attesa della pace, quando incombe la prospettiva di una guerra nucleare, non è un’attesa passiva. È una tensione etica. È la consapevolezza che l’umanità possiede sia la capacità di distruggersi sia quella, altrettanto reale, di scegliere ancora una volta la via del dialogo.
La cultura dell’incontro come risposta all’angoscia dell’abisso
In questo scenario anche ricco di riferimenti culturali, appare importante e preziosa la cultura dell’incontro, che non è mai un ideale astratto: è una necessità storica. Non si tratta solo di tollerare l’altro, ma di riconoscere nell’altro una parte essenziale del nostro stesso destino.
Aprirsi a culture diverse attraverso il viaggio – fisico o interiore – significa uscire dalla narrazione unica, dall’abitudine che rassicura ma limita. Viaggiare non è consumare luoghi, ma lasciarsi trasformare dall’esperienza dell’altrove. È accettare che il mondo non coincide con il nostro punto di vista. Ogni confine attraversato diventa un confine mentale superato.
Allo stesso modo, accogliere non è un gesto unilaterale di generosità, ma un atto di maturità civile. L’accoglienza autentica genera scambio, arricchimento reciproco, contaminazione creativa. Le società che hanno saputo integrare differenze sono diventate più dinamiche, più innovative, più vive. La storia dimostra che le culture chiuse si impoveriscono; quelle aperte si rigenerano.
La cultura dell’incontro richiede coraggio. Significa rinunciare alla paura come strumento politico e personale. Significa sostituire la logica dello scontro con quella del dialogo. Non è ingenuità: è lungimiranza. In un mondo interconnesso, nessuna nazione, nessuna comunità può pensarsi autosufficiente.
Viaggiare e accogliere sono dunque due movimenti complementari: uno ci porta verso l’altro, l’altro porta l’altro verso di noi. In entrambi i casi, si crea uno spazio comune. È in questo spazio che nasce il futuro.
Se il Novecento è stato segnato da muri e divisioni, il nostro secolo può scegliere ponti e relazioni. La cultura dell’incontro non elimina le differenze, ma le valorizza. Non cancella le identità, le rende più consapevoli.
L’unica reale possibilità di futuro non è l’omologazione né la chiusura, ma la convivenza creativa. E la convivenza nasce solo quando si accetta che l’altro non è una minaccia, ma una possibilità.
Viviamo in un tempo sospeso. Ma la sospensione non è destino. È possibilità. Sta a noi decidere se trasformarla in caduta o in svolta.
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