Riarmo europeo? Ma quale aggressione Russa, tutto inizia 15 anni fa
Le spese militari, dopo anni in costante diminuzione, hanno iniziato a crescere ben prima della guerra tra Russia e Ucraina, progetti di ricerca duali e impulso a nuove tecnologie impiegabili per la produzione di sistemi di arma avanzati partono oltre un decennio fa come si evince da innumerevoli documenti europei.
E stando anche ai documenti ultimi del Sipri si evince che a beneficiare del grande aumento di produzioni ed esportazioni militari è un solo paese che stacca tutti gli altri: gli Stati Uniti. Oltre il 40 per cento dell'intera produzione di armi arriva dagli Usa e il continente europeo è la destinazione privilegiata di queste esportazioni.
Il sogno del Riarmo Ue è legato non solo alla capacità di difesa autonoma dagli Stati Uniti (stando ai fatti ancora per tanti anni gli europei dipenderanno dalla tecnologia bellica statunitense per quanto ne dica Mario Draghi) ma soprattutto al progetto di realizzare un complesso industrial militare capace di primeggiare, o almeno raggiungere gli Usa, sui mercati di armi mondiali.
Tuttavia, dopo anni di discussioni, documenti strategici ed atti di indirizzo, analisi seri e da strapazzo, è lecito chiedersi dove siamo nel frattempo arrivati, se l'obiettivo di Draghi di dare vita a un complesso industrial militare stia muovendo i primi pass o se, invece, siamo in sostanza fermi alle solite divisioni interne al Vecchio Continente.
Nel giugno 2016 l'Unione
Europea già parlava di "autonomia strategica" anche nell’ottica di produrre
da sola sistemi d’arma complessi e tecnologicamente avanzati, risultato, dieci anni dopo, raggiunto solo in minima parte per la dipendenza, cronica, dagli Usa nel rifornimento di componenti
tecnologiche complesse e frutto di decenni di investimenti. Riusciranno allora i progetti di Riarmo a colmare i ritardi dopo avere istituito il Fondo europeo
per la difesa (EDF), la cooperazione permanente (PESCO), la pianificazione militare
dell'UE (MPCC)?
Dopo il crollo dell'Unione
Sovietica nel 1991, gli Stati Uniti operarono due scelte: mantennero la guida
della Nato diminuendo al contempo il numero dei soldati in Europa al fine di
spostare le truppe in altre aree del Globo. Per offrire due numeri, i soldati
Usa in Europa passarono da 350 mila ai tempi della Guerra Fredda a poco meno
dei 65 mila dei nostri giorni. Ma non per questo le basi Usa e Nato sono state
ridimensionate, piuttosto hanno ridefinito ruoli e funzioni dentro i nuovi
scenari globali. Nei nuovi scenari internazionali gli effettivi delle truppe hanno invece ripreso a crescere, servono eserciti di massa come dicono i documenti europei e per questo in ogni paese si sta ripensando alla leva, al servizio militare obbligatorio che in questi anni hanno solo sospeso.
Numeri ridotti di soldati non determinano comunque minore presenza militare, ad esempio nel campo cyber o dell’intelligence la
struttura Usa è stata esponenzialmente accresciuta.
E andando oltre gli spot
pubblicitari, una forte presenza di basi militari in Europa risulta ancora
conveniente alla tutela degli interessi militari ed economici statunitensi nel
Mediterraneo allargato fino a tutto il Nord Africa e il Medioriente.
Le argomentazioni di Trump con la
Ue sono da prendere con le molle ma al contempo bisogna saperle
contestualizzare perché hanno ottenuto il risultato strategico costringere la
Ue al riarmo per acquistare tecnologia militare dagli Usa, Spendendo di più per
la Nato, poi, i paesi Ue consentiranno agli Usa di spostare investimenti
nell’Oceano indiano e ovunque sia nevralgico intervenire.
Ad oggi non è all’ordine del giorno il ritiro delle truppe Usa dal Vecchio continente e asserire una posizione contraria significa non leggere la realtà: in campagna elettorale Trump aveva promesso di ridurre la presenza all’estero del suo paese salvo poi fare invece l’esatto contrario (interventi in Iran, in Africa e in Venezuela solo per restare agli ultimi mesi)
E sempre per ricordare come il Riarmo parta un decennio prima della esplosione del conflitto tra Russia ed Ucraina, sarà il caso di rinfrescare la memoria collettiva riprendendo una dichiarazione dell’allora Presidente della Commissione Europea Juncker, correva l'anno 2016, con cui si invitava l’Europa a prendersi cura della propria sicurezza perseguendo l’obiettivo dell’autonomia strategica.
Dalla fine della Guerra Fredda ai nostri giorni, la capacità difensiva dell'Europa risulta in calo ma è proprio la controversa missione militare contro la Libia del 2011 (che divise i paesi europei) ha risvegliato le mire belliche dei paesi Ue indicando gli interventi indispensabili per ammodernare e rendere efficiente la macchina militare. In quel caso i paesi della Ue partecipi alla missione anti Gheddafi palesarono difficoltà nell’intelligence, nel settore aeronautico, nel rifornimento in volo dei caccia da guerra, ritardi nella difesa convenzionale e no, inadeguatezza del complesso militar industriale.
Numerosi documenti strategici
concentrano l’attenzione sulla presunta minaccia della Russia e vorrebbero
ammodernare gli eserciti europei in funzione di un eventuale conflitto proprio
con il paese che la riforniva di gas e petrolio a basso costo. Alcuni paesi sembrano invece interessati a indirizzare
risorse economiche, ricerche tecnologiche verso obiettivi ben più ampi e
ambiziosi curando i tanti aspetti di un possibile conflitto armato in scenari
per altro anche extra europei.
E non è casuale che proprio i paesi UE stiano formando personale specializzato da destinare all’utilizzo dei moderni sistemi d'arma cercando la strada maestra per produrli in autonomia e indipendentemente dagli Usa. Ci vorranno molti anni ma solo l'idea che per superare la crisi europei si debba intraprendere la via militare dovrebbe farci cambiare almeno idea sulla stessa Europa.
Per reclutare il personale specializzato intanto bisogna offrire anche una via di uscita civile, da qui gli sforzi indirizzati a
un sistema di welfare e previdenziale costruito ad hoc per i militari, la
opportunità di accedere per vie preferenziali a impieghi pubblici (e civili)
dopo anni di servizio volontario nell’esercito. Le difficoltà strutturali della
Ue sono legate in parte a progetti industrial militari concorrenziali tra loro
ma anche dal fatto che un esercito letale non si improvvisa in pochi anni, gli
Usa sono stati perennemente in guerra dal 1945 ad oggi, hanno accumulato,
decenni di esperienza tecnologica e tattica e rappresentano ancora un modello a
cui ispirarsi.
Pesa tuttavia la frammentazione della base industriale della difesa europea e di questo parlano tanto Enrico Letta quanto Mario Draghi ad invocare la cooperazione europea in materia di armamenti. Dati alla mano per lustri, almeno fino al 2016\7, gli appalti collaborativi per la difesa in Europa oscillavano attorno al 20 per cento del totale con percentuali maggiori, attorno al 32 per cento, per gli appalti degli aerei da guerra che per altro ricevono grandi finanziamenti comunitari.
Ancora oggi gli Stati europei spendono l'80% dei loro bilanci per la ricerca e lo sviluppo militare all'interno dei confini nazionali, il documento strategico di Mario Draghi invocava invece dei progetti comuni alla Ue e in questa direzione sono andati i finanziamenti per i progetti PNRR, nell’ottica di rendersi indipendenti dall'importazione di componenti chiave e sistemi d'arma dagli Stati Uniti. E per raggiungere questo obiettivo la Ue deve dotarsi in tempi rapidi di un proprio sistema industrial tecnologico e di difesa integrata per non restare indietro nell'innovazione militare e nello sviluppo di tecnologie duali e di armamenti a costi non proibitivi.
Chiudiamo sui satelliti militari per
i quali urge una infrastruttura coordinata anche in questo campo i ritardi sono
eloquenti e alcuni paesi vorrebbero acquistare tecnologia e prodotti
statunitensi (e non solo) giudicando troppo lunghi i tempi necessari per realizzare
sistemi e prodotti comunitari tecnologicamente avanzati capaci poi di competere
nel mondo. E nei vari Parlamenti esponenti governativi hanno proposto intanto di rivolgersi agli Usa per sopperire alle lacune e ai ritardi comunitari, a quel paese insomma che alimentando guerre acuisce i ritardi e le difficoltà della Ue.
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