Il Documento Programmatico di Finanza Pubblica tra riduzione delle tasse e aumento delle spese militari

 


Nella manovra vi è una novità che rinvia all’odierno clima elettorale e  strizza l’occhio a una parte della tradizionale base sociale del centrodestra. 

Ossia, la clamorosa estensione dell’aliquota Irpef del 33% ai redditi compresi tra i 50001 e i 60000 euro[1]. Insomma, siamo di fronte a un ulteriore attacco al principio della progressività fiscale, inevitabilmente foriero di un inasprimento delle diseguaglianze che già segnano il belpaese. 

Si tratta di un’ipotesi scellerata, alla quale va contrapposta la logica inversa. Ovvero l’introduzione, sul modello degli anni ’70, di più scaglioni di reddito, con l’obiettivo di far pagare meno tasse a chi percepisce redditi inferiori a 50 mila e di aumentarle progressivamente per chi supera questo limite. 

Certo, oggi la destra e la sinistra “riformista” (incluse alcune forze sindacali) potrebbero liquidare tale proposta come sovversiva. 

Senza troppo ardire, anzi ribadendo una verità storica, la potremmo collegare a una saggezza democristiana. Un’altra sgradevole novità è rappresentata dal aumento delle spese militari. Certo, l’incremento non coincide con quello richiesto dalla Nato ma rimane assai significativo. 

E alcune delle sue conseguenze – ovviamente non quelle che rimandano alla militarizzazione della intera società -  sono messe a fuoco proprio dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, secondo cui “Le maggiori spese militari programmate dal governo nel prossimo biennio imporranno all’italia (...) interventi di riduzione degli oneri in altri ambiti”, ossia tagli, e “misure compensative”[2], quindi nuove tasse


[1] Si ricorda che  nel sistema vigente, in vigore dal 2024, essa riguarda i redditi compresi tra i 28001 e i 50000 euro. Oltre tale cifra, subentra l’aliquota del 43%.

[2] Carlo Di Foggia, L’Upb: “Il riarmo imporrà tagli e tasse”. E il recupero dei salari si è già fermato, Il Fatto Quotidiano, 13 ottobre 2026.

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