Iniziano i licenziamenti nell'indotto Stellantis

 Il dibattito attorno a Stellantis è sconcertante, accuse reciproche tra destra e sinistra di avere favorito i processi di delocalizzazione produttiva, di finanziarizzazione del gruppo, polemiche sterili ad occultare una realtà ben più complessa ossia che davanti allo strapotere dei gruppi economici ogni parte politica è stata prona.

La divinità delocalizzatrice ha fatto comodo a tutti e la scarsa memoria degli analisti sarebbe facile da confutare riportando i titoli dei giornali degli ultimi 15 anni.



Un argomento risibile riguarda il definanziamento dell'auto elettrica da parte della Manovra di Bilancio del Governo Meloni, a ragione parlavamo di due poli capitalisti contrapposti, quello verde per la transizione ecologica e un blocco legato agli idrocarburi uscito rafforzato dalla vittoria alle presidenziali Usa di Trump sul carro del quale salta anche la nostra Italietta scoprendosi nemica del green e dell'auto elettrica.

Stabilimenti industriali di Stellantis ridotti ai minimi termini, operai da anni in cassa integrazione per la stragrande maggioranza dell'anno, una situazione per altro nota davanti alla quale la Ue e il Governo italiano sono rimasti silenti non facendo valere gli strumenti fiscali e politici a loro disposizione.

I 97 esuberi annunciati sono solo piccola parte di quelli già previsti, tutto l'indotto della Stellantis e la logistica che vi ruota attorno è destinata ai licenziamenti, chi pensava che i tagli sarebbero stati rivisti dopo le dimissioni di Tavares non voleva fare i conti con il piano di deindustrializzazione del gruppo, non ha guardato a quanto accade negli Usa da un anno a questa parte.

In questa situazione prendersela con la Cina e l'auto elettrica ha gioco facile come se la crisi produttiva di Stellantis fosse responsabilità della riconversione tecnologica, del resto il calo di produzione riguarda le vetture tradizionali. E a cercare intese con la Cina è proprio Stellantis attiva nel contrastare i dazi Ue alle esportazioni cinesi pensando di potere assemblare negli stabilimenti europei le auto cinesi. Siamo davanti ad un modello, quello delle delocalizzazioni e dei disinvestimenti, surclassato e perdente, quel modello è stato sostenuto tanto dal centro sinistra quanto dal centro destra, la situazione è quindi assai più complicata di come ce la vanno a raccontare proprio per non ragionare attorno alle questioni strategiche salienti.


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