Dal Sessantotto al transfemminismo: come cambia il pensiero femminista. Una storia di alleanze, rotture e nuovi conflitti: il dibattito che divide le donne

 Dal Sessantotto al transfemminismo: come cambia il pensiero femminista. Una storia di alleanze, rotture e nuovi conflitti: il dibattito che divide le donne 

di Laura Tussi



L’intreccio teorico e politico tra marxismo, femminismo storico della seconda ondata e contemporanee prospettive transfemministe rappresenta uno dei terreni di confronto più fecondi e, al tempo stesso, più conflittuali della filosofia politica contemporanea. Non si tratta di un percorso lineare di semplice evoluzione, ma di un cammino attraversato da rotture teoriche, ridefinizioni concettuali e controversie ancora aperte, che riflettono la difficoltà di individuare il soggetto politico della liberazione e di comprendere le molteplici forme dell’oppressione.

Nel contesto del lungo Sessantotto, il rapporto tra marxismo e femminismo nascente si è configurato fin dall’inizio come un confronto complesso e spesso conflittuale. Il marxismo ortodosso, fondato su un’analisi prevalentemente strutturale della società, tendeva a individuare nella lotta di classe la contraddizione principale del sistema capitalistico, relegando spesso la subordinazione patriarcale a una dimensione secondaria, destinata secondo alcune interpretazioni a dissolversi automaticamente con il superamento del modo di produzione capitalistico.

La critica femminista ha messo radicalmente in discussione questa impostazione. Il principio secondo cui “il privato è politico” ha rappresentato una svolta decisiva, perché ha messo in crisi la separazione tradizionale tra la sfera pubblica della produzione e quella privata della riproduzione sociale.

Le teoriche del femminismo materialista e marxista hanno evidenziato come il capitalismo non si fondi esclusivamente sul lavoro salariato svolto nei luoghi della produzione, ma dipenda anche dal lavoro domestico, di cura e riproduttivo, spesso non riconosciuto e non retribuito, indispensabile alla continuità della vita sociale e alla riproduzione della forza lavoro. In questo senso, il femminismo degli anni Sessanta e Settanta non si è limitato ad ampliare l’analisi marxista, ma ne ha evidenziato i limiti rispetto alla dimensione di genere, ridefinendo il concetto stesso di lavoro e interpretando il patriarcato come un sistema di potere dotato di una propria autonomia, intrecciato ma non completamente riducibile al capitalismo.

Se il confronto con il marxismo riguardava principalmente l’analisi materiale dello sfruttamento, il dibattito contemporaneo si concentra invece su una profonda frattura interna al pensiero femminista, cioè su una divergenza fondamentale riguardo alla definizione stessa del soggetto politico del femminismo.

Questa “frattura” – termine che indica una divisione profonda e strutturale, non una semplice differenza di opinioni – riguarda soprattutto il rapporto tra il femminismo della differenza sessuale e il transfemminismo contemporaneo.

Il femminismo della differenza, sviluppatosi in Europa tra gli anni Settanta e Ottanta, ha costruito la propria elaborazione teorica sull’idea dell’irriducibilità della differenza sessuale tra uomini e donne. Criticando un modello di emancipazione basato sulla semplice assimilazione delle donne a un ordine sociale e simbolico costruito storicamente sul parametro maschile, questa corrente ha rivendicato la specificità dell’esperienza femminile, del corpo, della maternità e della genealogia femminile come luoghi di produzione di significato e autonomia.

In questa prospettiva, il corpo sessuato e l’esperienza vissuta della differenza costituiscono elementi centrali per una politica femminista capace di riconoscere la storia specifica dell’oppressione delle donne.

A questa impostazione si contrappone il transfemminismo contemporaneo, profondamente influenzato dalle teorie queer e dall’approccio intersezionale. Secondo questa prospettiva, il genere non può essere considerato semplicemente come il riflesso di una differenza biologica stabile, ma deve essere analizzato come una costruzione sociale e culturale, prodotta da norme e dispositivi di potere che organizzano i corpi e le identità.

Per il transfemminismo, quindi, il soggetto politico del femminismo non può coincidere esclusivamente con una definizione universale e biologica della donna, perché tale categoria rischierebbe di non riconoscere le differenze interne determinate da classe, origine, abilità, orientamento sessuale e identità di genere. Da questa prospettiva nasce la richiesta di includere pienamente nello spazio femminista le soggettività trans e non binarie, interpretando l’identità come un processo di autodeterminazione e trasformazione.

Questo passaggio ha generato un confronto intenso e talvolta aspro. Alcune correnti del femminismo radicale sostengono che la messa in discussione della dimensione biologica possa comportare il rischio di cancellare la materialità storica dell’oppressione subita dalle donne in quanto soggetti sessuati e corpi capaci di gestazione. Il transfemminismo, al contrario, interpreta questa difesa della dimensione biologica come una forma di essenzialismo potenzialmente escludente, incapace di riconoscere che le strutture patriarcali possono colpire tutte le persone che non si conformano alle norme tradizionali di genere.

In conclusione, il percorso che dal materialismo femminista degli anni Sessanta conduce alle odierne elaborazioni transfemministe mostra come la ricerca della liberazione sia un processo aperto, attraversato da continue ridefinizioni. Se in passato la sfida principale era rendere visibile il lavoro femminile nascosto e sottrarre il corpo delle donne alla subordinazione del sistema capitalistico e patriarcale, oggi il confronto riguarda la possibilità di costruire nuove forme di alleanza politica capaci di riconoscere la pluralità delle esperienze senza perdere di vista la lotta contro ogni forma di dominio.

La questione centrale rimane dunque quella di conciliare il riconoscimento delle differenze con la costruzione di un orizzonte comune di emancipazione: una sfida che attraversa il femminismo contemporaneo e che riguarda, più in generale, la capacità delle società democratiche di affrontare le molteplici forme della disuguaglianza

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