L’orizzonte della pace universale: riflessioni sulla illegittimità della forza e sul superamento del paradigma bellico

 

L’orizzonte della pace universale: riflessioni sulla illegittimità della forza e sul superamento del paradigma bellico 

di Laura Tussi


Con le guerre in Ucraina e Medio Oriente che non si riescono a fermare, il dibattito sulla pace torna al centro della riflessione politica, giuridica ed etica. Dall’Ucraina al Medio Oriente, fino all’aumento delle spese militari in Europa, emerge con forza la necessità di interrogarsi sulla legittimità dell’uso della forza da parte degli Stati e sulla possibilità di costruire un ordine internazionale fondato sulla cooperazione, sul diritto e sul disarmo.

La storia dell’umanità è indissolubilmente legata al fenomeno della guerra e all’esercizio della violenza istituzionalizzata. Fin dalle origini del pensiero politico moderno, la nascita dello Stato è stata teorizzata come un patto necessario per sfuggire al caos primordiale, conferendo a un’autorità centrale il monopolio legittimo della forza. Tuttavia, questa delega ha generato una contraddizione profonda: la stessa istituzione nata per garantire la sicurezza dei cittadini si è spesso trasformata nello strumento della loro oppressione o nel motore di conflitti devastanti verso l’esterno. Interrogarsi su quando i governi cesseranno di uccidere i propri cittadini e su quando l’umanità riuscirà a ripudiare definitivamente la guerra significa mettere in discussione le fondamenta stesse della sovranità statale e il modello delle relazioni internazionali.

Il superamento della violenza esercitata dallo Stato nei confronti della propria popolazione richiede una trasformazione radicale dei sistemi di governo, orientata al rispetto incondizionato dei diritti umani, della partecipazione democratica e della trasparenza istituzionale. La repressione del dissenso, la tortura, la pena di morte e ogni forma di violenza di Stato prosperano quando il potere politico si sottrae al controllo democratico, giustificando le proprie azioni in nome della sicurezza nazionale.

La fine di queste pratiche difficilmente potrà derivare da un’improvvisa conversione morale delle classi dirigenti. Essa dipenderà piuttosto dal rafforzamento delle istituzioni internazionali di tutela dei diritti, dall’effettività della giustizia sovranazionale e dall’impegno costante delle società civili, dei movimenti pacifisti e delle organizzazioni impegnate nella difesa della dignità umana. Solo quando la violazione sistematica dei diritti fondamentali comporterà una reale perdita di legittimità internazionale, gli Stati saranno progressivamente indotti ad abbandonare la coercizione letale come strumento di governo.

Parallelamente, il ripudio della guerra e la prospettiva del disarmo, sia convenzionale sia nucleare, si scontrano con quello che la scienza politica definisce il “dilemma della sicurezza”. In un sistema internazionale privo di un’autorità globale realmente efficace, ogni Stato tende a interpretare il rafforzamento militare degli altri come una minaccia, alimentando una spirale di sfiducia, riarmo e competizione strategica.

Superare questo stallo richiede un cambiamento culturale prima ancora che politico. La pace non può essere intesa semplicemente come assenza temporanea di guerra, ma deve essere concepita come una costruzione quotidiana fondata sulla giustizia sociale, sul dialogo, sulla cooperazione internazionale e sulla promozione dei diritti fondamentali.

Le esperienze storiche e il diritto internazionale dimostrano che l’inserimento del ripudio della guerra nelle Costituzioni rappresenta un passaggio fondamentale. Tuttavia, tale principio rischia di rimanere puramente simbolico se non viene accompagnato dalla democratizzazione delle istituzioni internazionali, dal rafforzamento del multilateralismo e da una più equa distribuzione delle risorse economiche, culturali e ambientali, poiché le profonde disuguaglianze costituiscono spesso il terreno fertile sul quale maturano i conflitti.

L’abolizione degli eserciti e il disarmo generale rappresentano la prospettiva più avanzata di questo percorso. Sebbene possa apparire utopica nell’attuale contesto geopolitico, esistono esperienze significative che dimostrano la praticabilità di modelli alternativi. Il caso del Costa Rica, che nel 1948 ha abolito le proprie forze armate destinando le risorse alla scuola, alla sanità e allo sviluppo sociale, rappresenta uno dei più importanti esempi storici di sicurezza fondata sulla democrazia, sull’istruzione e sulla cooperazione internazionale piuttosto che sulla potenza militare.

Per estendere questo modello su scala globale occorre sostituire la logica della deterrenza con quella della sicurezza condivisa, rafforzando il ruolo delle Nazioni Unite, sviluppando strumenti di arbitrato internazionale realmente vincolanti e promuovendo un progressivo processo di disarmo verificabile e reciproco che renda gli eserciti sempre meno centrali nella gestione delle controversie tra gli Stati.

La costruzione della pace, tuttavia, non riguarda soltanto la diplomazia e le istituzioni. Essa passa anche attraverso l’educazione. Le scuole, le università e i luoghi della formazione rappresentano gli spazi nei quali si costruisce la cultura della convivenza democratica e della cittadinanza globale. Per questo motivo è fondamentale preservarne l’autonomia da ogni forma di normalizzazione della cultura militare.

In Italia, un contributo importante in questa direzione è offerto dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, che monitora la crescente presenza delle Forze armate negli istituti scolastici e negli atenei, promuovendo un dibattito pubblico sul significato costituzionale dell’educazione alla pace. La sua attività richiama l’articolo 11 della Costituzione, secondo cui l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, ricordando che la pace non si costruisce soltanto con trattati e negoziati, ma anche attraverso la formazione delle nuove generazioni.

Educare al dialogo, al pensiero critico, alla cooperazione e alla nonviolenza significa creare le condizioni affinché la forza delle armi lasci progressivamente il posto alla forza del diritto, della ragione e dell’etica civile. Solo così l’orizzonte della pace universale potrà trasformarsi da aspirazione ideale a progetto politico concreto e condiviso.

 

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