La erosione del potere di acquisto accertata anche dall'Istat



 
Gli ultimi dati Istat  sulle retribuzioni spengono l'entusiasmo del Governo Meloni sulla ripresa della dinamica salariale e dell'economia, gli sti­pendi non si sono mai ripresi dalla grande infla­zio­ne tra del 2022 e 2023 a cui è seguita la crisi energetica.
Nulla di nuovo e soprattutto la classica scoperta dell'ovvio, tutti sanno che fino a quando a determinare gli aumenti contrattuali ci sarà il codice Ipca (che esclude a priori dal calcolo del costo della vita i generi energetici la cui impennata è ben nota per chiunque oggi paghi una bolletta o faccia rifornimento dal benzinaio)  i salari saranno solo e sempre in perdita.
Il risultato degli ultimi anni è quindi negativo: non siamo riusciti a recuperare il potere di acquisto perduto e altre perdite abbiamo accumulato con gli ultimi rinnovi contrattuali, inclusi quelli a firma Cgil.
 
Nel secondo tri­me­stre del 2026, i salari reali sono tor­nati a calare, questo è certificato dall'Istat

 
Le retri­bu­zioni crescono del 2,6% su base annuale, i prezzi al con­sumo superano il 3%. Chi lavora gua­da­gna di più in apparenza il valore assoluto delle buste paga è cresciuto ma in sostanza, valore relativo, quanto percepisce ha un potere di acquisto inferiore a prima, quindi abbiamo subito una certa erosione dei salari reali. 
 
E l'Italia, al contrario di altri, da anni contiene  le dinamiche salariali  e quindi oggi, anno 2026, possiamo asserire di non avere recuperato il potere di acquisto perduto negli ultimi 7 anni
 
Andiamo intanto a rileggere le decine di dichiarazioni, di articoli, le interviste addomesticate via radio e televisione che mostravano un andamento virtuoso dell'economia e la ripresa dei salari, ci hanno raccontato solo delle mezze verità eludendo la questione dirimente; il potere di acquisto che va invece decrescendo
E' fallita la politica della detas­sa­zione degli aumenti con­trat­tuali e della riduzione del cuneo fiscale, bisogna essere laici ed obiettivi, la riduzione delle tasse sul lavoro ha prodotto effetti temporanei e assai circoscritti per evitare intanto di affrontare la erosione del potere di acquisto e la inefficacia dei sistemi di calcolo degli aumenti. Se Meloni avesse messo mano a questa situazione si sarebbe inimicata tanto le associazioni datoriali quanto i sindacali che sulla detassazione presentano la stessa idea di Confindustria
 
E il dato oggettivo parla di probabile calo delle retri­bu­zioni reali lorde, in apparenza porta benefici alle buste paga, in concreto allenta la pressione dei sindacati sulle aziende, aiuta fiscalmente le imprese che poi spesso non investono in lavoro i vantaggi acquisiti .Nel calcolo degli aumenti contrattuali ormai si tiene conto delle detassazioni come se la fiscalità generale dovesse sostenere i salari al posto delle imprese, questa aberrazione è taciuta non solo dai padroni che traggono evidenti benefici ma dai sindacati che a loro volta invece dovrebbero chiedersi come sia sostenibile un welfare vittima di continui ed occulti tagli.
Aumen­tar poi il netto e non il lordo alla lunga riduce i con­tri­buti pen­sio­ni­stici a favore dei lavo­ra­tori, tra qualche anno se ne renderanno conto i pensionati
 
La fretta con cui stanno rinnovando i contratti nazionali è funzionale alla prossima Manovra di Bilancio, vogliono arrivare ad inizio autunno senza lavoratori nelle piazze e con tutti i sindacati allineati sulle politiche economiche, sociali e fiscali (e ovviamente contrattuali del Governo
 
E il potere di acquisto? Continua ad erodersi , nel frattempo si scopre che il fatidico decreto del Primo Mag­gio assicura per il settore privato l'adeguamento del 50 per cento della inflazione solo ad alcune categorie e solo dopo 9 mesi
 
Sarà il caso di rompere la luna di miele tra Governo e Sindacati prima di trovarci in situazioni più drammatiche di quelle attuali?

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