Migranti che rischiano la vita nel Mediterraneo: la Costituzione italiana di fronte alla immorale politica dei respingimenti

 Migranti che rischiano la vita nel Mediterraneo: la Costituzione italiana di fronte alla immorale politica dei respingimenti 

di Laura Tussi



Negli ultimi anni l’immigrazione è diventata uno dei terreni di maggiore scontro politico in Europa. Da una parte, la Commissione europea e numerosi governi nazionali sostengono la necessità di rafforzare il controllo delle frontiere esterne, accelerare i rimpatri e stipulare accordi con i Paesi di origine e di transito per limitare gli arrivi irregolari. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha più volte ribadito che occorre “proteggere le frontiere esterne dell’Unione” e aumentare l’efficacia dei rimpatri, mentre il governo italiano guidato da Giorgia Meloni rivendica una politica capace di “fermare le partenze” e di contrastare il traffico di esseri umani attraverso accordi con Tunisia, Libia e altri Paesi africani.

Sul versante opposto, le organizzazioni umanitarie, numerosi costituzionalisti e le agenzie delle Nazioni Unite denunciano come queste strategie abbiano prodotto una progressiva esternalizzazione delle frontiere europee, con il rischio di trasferire la gestione dei migranti in Paesi dove le garanzie dei diritti fondamentali risultano gravemente compromesse. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ricorda che il diritto di chiedere asilo è sancito dal diritto internazionale e non può essere subordinato alle modalità di ingresso nel territorio di uno Stato. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), inoltre, continua a definire il Mediterraneo centrale una delle rotte migratorie più mortali al mondo: dal 2014 oltre 30.000 persone risultano morte o disperse nel Mediterraneo, mentre migliaia continuano ogni anno a tentare la traversata. Secondo i dati dell’UNHCR, solo nel 2025 sono sbarcate in Italia decine di migliaia di persone, molte delle quali provenienti da Paesi segnati da guerre, persecuzioni o gravi crisi umanitarie.

Sul tema dei respingimenti, nel corso della visita a Lampedusa del 4 luglio scorso, Leone XIV è stato chiaro nell’affermare che la risposta al fenomeno migratorio non può limitarsi alla difesa delle frontiere, ma deve coniugare sicurezza, tutela della dignità umana e diritto al soccorso. Il suo richiamo a un’Europa che sappia “accogliere, proteggere, promuovere e integrare” è stato interpretato come una critica alle politiche fondate esclusivamente sul contenimento degli arrivi.

Tra la richiesta di sicurezza avanzata dalle istituzioni europee e nazionali e il richiamo ai principi universali dei diritti umani si colloca un tema centrale: fino a che punto una democrazia fondata sulla Costituzione può sacrificare il diritto alla vita e all’asilo in nome della difesa dei confini? È un interrogativo che non riguarda soltanto le politiche migratorie, ma la fedeltà dell’Europa e dell’Italia ai valori sui quali dichiarano di essere fondate.

Il silenzio delle acque e il dovere della Costituzione: per una giustizia oltre i confini

Negli ultimi anni l’Europa ha dunque trasformato la gestione dei flussi migratori in una questione prevalentemente di sicurezza. L’Italia, al centro del Mediterraneo e da sempre approdo naturale di chi fugge da guerre, persecuzioni, fame e disastri ambientali, è diventata uno dei principali laboratori delle politiche di contenimento e respingimento, attraverso accordi con Paesi terzi, controlli sempre più rigidi e un progressivo restringimento delle possibilità di accesso legale. Il risultato è che migliaia di uomini, donne e bambini continuano a rischiare la vita in mare, mentre il Mediterraneo si conferma una delle frontiere più letali del pianeta. In questo contesto, il dibattito pubblico sembra spesso dimenticare che la tutela della vita umana, il diritto d’asilo e il principio di solidarietà non rappresentano semplici opzioni politiche, ma costituiscono obblighi sanciti dalla Costituzione italiana e dai principali strumenti del diritto internazionale. Ripartire da questi principi significa interrogarsi sul significato stesso della democrazia e sul valore universale dei diritti fondamentali.

La storia contemporanea ci pone di fronte a un paradosso drammatico: mentre la globalizzazione sviluppa reti economiche e finanziarie sempre più estese, i confini fisici e normativi si irrigidiscono fino a trasformarsi in barriere insormontabili per gli esseri umani. Ciò che si consuma quotidianamente nel Mar Mediterraneo non è una tragica fatalità meteorologica, ma il risultato diretto di scelte politiche, omissioni legislative e accordi internazionali che troppo spesso antepongono la difesa securitaria delle frontiere alla tutela della vita umana.

La delega del controllo dei flussi migratori a soggetti terzi, come avviene attraverso i controversi accordi con la Libia, ha di fatto esternalizzato la gestione delle frontiere, traducendosi nella creazione di contesti detentivi privi di garanzie democratiche, nei quali la dignità della persona viene sistematicamente calpestata. In questo scenario, l’assenza di canali di accesso legali, sicuri e strutturati per chi fugge da conflitti, persecuzioni e miseria estrema non fa che alimentare l’unico mercato rimasto accessibile: quello gestito dalle organizzazioni criminali, dai trafficanti di esseri umani e dai moderni mercanti di schiavi. Senza un’alternativa legale, il viaggio disperato diventa l’unica via di fuga e lo sfruttamento l’inevitabile pedaggio da pagare.

La vera giustizia non può essere parziale né definita unicamente dall’appartenenza geografica o dalla cittadinanza. Il nucleo profondo dell’ordinamento giuridico italiano, espresso con straordinaria lungimiranza dai Padri costituenti, offre già tutti gli strumenti etici e normativi per invertire questa rotta. Gli articoli fondamentali della Costituzione parlano con estrema chiarezza.

L’articolo 2 riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali, imponendo l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Questo principio non riguarda esclusivamente i cittadini italiani, ma ogni persona in quanto essere umano.

L’articolo 3 sancisce la pari dignità sociale e l’uguaglianza di tutti davanti alla legge, impegnando la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza.

L’articolo 10, infine, riconosce il diritto d’asilo allo straniero al quale sia impedito, nel proprio Paese, l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana.

Tornare a un rispetto rigoroso e sostanziale di questi principi non rappresenta una scelta ideologica né un’utopia umanitaria, ma il fondamento stesso della legalità repubblicana. Aprire canali umanitari stabili e sicuri, garantire il diritto al soccorso e alla protezione, rafforzare la cooperazione internazionale e sottrarre i migranti al ricatto delle mafie transnazionali costituisce l’unica strada per interrompere una catena di sofferenza che si consuma alle porte dell’Europa.

La giustizia si misura dalla capacità di proteggere le persone più vulnerabili. Quando il diritto alla vita viene subordinato alla difesa dei confini, non è soltanto chi fugge a perdere tutela: è l’intera comunità democratica a smarrire il significato più autentico della propria Costituzione e della comune umanità.

Commenti