Se le riforme delle pensioni hanno pensato solo a ridurre i costi e diventano, nel tempo, socialmente insostenibili

 Se le riforme delle pensioni hanno pensato solo a ridurre i costi e diventano, nel tempo, socialmente insostenibili


 
 
Oggi l’Italia  può vantare dei presunti successi  come il controllo della spesa pubblica e la riduzione dell'indebitamento, in realtà certi risultati, frutto di tagli e politiche antisociali, nel tempo si sono dimostrati autentici disastri, abbiamo l’età pensionabile più elevata nell’UE (67 anni più adeguamenti all’aspettativa di vita che spostano l'uscita dal lavoro verso i 68), ma anche l’età di uscita dal mercato del lavoro  tra le più alte, siamo a 64,2 anni nel 2023, sopra la media dei paesi UE (63,6)

Il pese allineato con noi è la Germania di pochi mesi sopra la nostra soglia, Germania tuttavia che presenta un welfare decisamente più ricco del nostro e assegni previdenziali assai generosi se confrontati con quelli italici.
 
Non basta parlare di uscita teorica dal lavoro, urge invece guardare alla uscita effettiva dando per scontata la incapacità dei legislatori di valutare l’impatto distributivo delle varie controriforme in materia previdenziale. Si è scartato fin dall'inizio un principio guida logico e socialmente avanzato, ossia che non tutti siamo uguali davanti alla pensione e avere dei criteri differenziati in base alla tipologia di lavoro e anche all'importo del futuro assegno dovrebbe essere scontato per una equa ed efficace azione legislativa 
 
Se le pensioni italiane sono state nel tempo abbastanza generose, non è detto che continueranno ad esserlo nei prossimi anni, sono evidenti infatti le crescenti disparità di trattamento salariale che poi diventeranno vere e proprie disuguaglianze anche in ambito previdenziale
 
Guardando alla distribuzione della spesa pensionistica italiana scopriamo forti sperequazioni a favore dei redditi elevati, 780.000 pensionati con redditi da pensione superiori a 4000 euro/mese e  400.000 pensionati con redditi superiori ai 5000 euro/mese.  Oltre una certa soglia potremmo stabilire un meccanismo che blocca la pensione in una ottica redistributiva a favore dei meno abbienti, parliamo di pensioni stratosferiche per essere chiari e non venire travisati.
 
La  crescente sperequazione è stata suggerita da Bruxelles che ha guidato gli interventi in materia di welfare e previdenza, l'Italia, se guardiamo alla spesa netta, è dietro a diversi paesi comunitari, gli interventi di protezione dalla povertà sono invece deboli e insufficienti come del resto le misure di sostegno al reddito e ai salari. Se si è poveri nel corso della vita lavorativa pur avendo una occupazione, saremo ancora più poveri da pensionati.
 
Quando sono intervenuti in materia previdenziale non tenevano conto di due questioni dirimenti: la precarizzazione del lavoro, la presenza di vuoti contributivi nell'arco della vita lavorativa, lo scarso peso di molti contributi a fini pensionistici, queste amnesie hanno prodotto risultati nefasti ossia il posticipo dell'uscita dal mondo del lavoro spostato sempre più in avanti erga omnes e l'allargarsi della forbice tra gli ultimi salari e l'assegno previdenziale. Senza interventi correttivi la sostenibilità sociale delle norme pensionistiche è destinata a naufragare. 
 
Per questo serve quanto invece viene rimosso nell'immaginario collettivo, presentato come una sventura, stiamo parlando di un intervento drastico sulle aliquote fiscali, sulla tassazione dei grandissimi capitali, sul sistema fiscale in generale
E' indispensabile, insieme a correttivi legislativi alle norme previdenziali e interventi strutturali di adeguamento del welfare. Se hai una busta paga di 1600 euro e la tua pensione arriva al 60 per cento di questa cifra sai alla soglia della povertà e percepisci un assegno che ti condanna ad  una vecchiaia precaria. Non tutte le professioni possono uscire dal mondo del lavoro alla stessa età, urge intervenire senza logiche punitive ed economicamente penalizzanti, gli esempi pratici dove intervenire sono ben noti, quella che manca è invece la volontà politica di farlo
 

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