Una Corona per un virus.


riceviamo e pubblichiamo

di Tiziano Tussi

Un altro decalogo per un virus contagioso, una malattia di conseguenze anche mortale, che mette a nudo le nostre debolezze e imbecillità sociali:
1.    Finché a morire sono solo negri (ebola) o cinesi, in questo caso, non ci interessa granché. Tanto quelli sono inferiori a livello di organizzazione sociale ed anche come importanza razziale (posto che, naturalmente, non esistono razze nell’umanità, ve n’è una sola, ma queste sono solo sottigliezze.

2.    Si capisce che le persone si muovono e per di più persone che vivono in un sistema capitalistico ormai anche a trazione cinese. Il Paese asiatico non è il Congo. La Cina trascina l’economia mondiale e viene intercettata solidamente da essa. Per questo un problema cinese, così grosso poi, diventa un problema mondiale, prima o dopo.

3.      Non funziona in nessun modo il tentativo di chiudersi in aree di salvezza. I casi di respingimento delle persone sono patetici. Certamente non si potrebbe pensare, oggi, quasi 8 miliardi di persone, di rinchiudersi, come nel 1300, in villa, e raccontarsi storielle per fare passare il tempo: Boccaccio, Decameron.

4.    Una malattia virale che mette gli stati in condizioni di ridurre l’impatto sociale, e sin qui si può pensare di poterlo fare senza grossi problemi, ma soprattutto economici. Conseguenze: possiamo vivere senza rapporti conviviali di fatuo spessore quali aperitivi, discoteche piene di sballo et similia. Più difficile pensare alla privazione di spettacoli quali concerti, film, rappresentazioni teatrali, incontri culturali di vario tipo. Ma per un poco si può anche fare. Così come per un po’, ma per quanto, si può pensare di produrre di meno. Ciò che è stato prodotto sin qui basta ed avanza per un bel po’ di tempo.

5.    Questa “decrescita obbligata” ed “infelice” mette in chiaro che la decrescita in sé è possibile, possiamo vivere con meno merci. Ma producendo di meno mettiamo automaticamente il capitalismo in sofferenza. I proprietari dei mezzi di produzione dovrebbero misurarsi con una diminuzione di presenza della forza lavoro, non tutti in effetti possono, come si dice, lavorare nel remoto, a casa, da casa. Perciò lavorare meno per produrre di meno incide ovviamente sulla resa del profitto capitalistico. 

Cosa si fa nelle ore di non lavoro? Anche questo problema pone questioni da risolvere all’organizzazione capitalistica della nostra vita e alla necessità di controllo sociale. Ma questo virus impone una scelta che il capitalismo non avrebbe mai voluto imboccare. E neppure gli stati, dato che anche i lavoratori del settore pubblico sono interessati dalle dinamiche che sono centrate su ogni lavoratore del settore privato. Insomma, si può vivere anche lavorando di meno, ma chi paga?

6.    Pensiamo alla pubblicità di merci, risultati economici che non sono ora usati in modo soddisfacente: automobili, aerei, viaggi, turismo in entrata ed in uscita, alta moda, convivialità estetica, da quella più bassa, con chi te li fai i selfie, a quella più alta e di lusso: cene, convention, prime di spettacoli ogni tipo, la notte degli Oscar; si potrebbe elencare per pagine e pagine. Fa ridere vedere alla televisione una pubblicità di auto che sfrecciano a duecento all’ora, ma verso dove?

7.    Il corona virus ha messo a nudo anche la prosopopea di chi si credeva al massimo della scala sociale e di organizzazione sociale: la Lombardia, il Veneto. È bastata una falla in quella regione che guida il paese, la Lombardia, per mettere a nudo la realtà delle cose. La sanità pubblica è molto efficiente in Lombardia, sì ma a Milano ed altre aree forti, ma nei paesi medio piccoli quali Codogno, il centro infettivo per eccellenza, ora, che non ha neppure 16mila abitanti, non lo è. Sia per capacità sia peer attenzione. Ogni paesino si sente l’isola felice e sviluppa modi di vita entropici: solo noi. Ed invece è lasciato perdere, lasciato a sé stesso dal centro del mondo. I presidi sanitari continuano a chiudere, i piccoli ospedali o chiudono o languono sotto la necessità di ridurre le spese. Le capacità professionali si indirizzano verso gli ospedali più importanti. Ed ora si assiste all’imbecillità al contrario, di situazioni che non vogliono più lombari e veneti sul loro territorio: Ischia, la Lucania. Anche lì credendo di resistere integri, basta che arrivino da altre regioni, ma da quali? per portare turismo e soldi. Soldi che serviranno poi a cosa, dato che le merci arrivano in maggior quantità proprio da Lombardia e Veneto?

8.    Chiudiamo le scuole per una settimana, e poi? Non si capisce il senso di tale chiusura. Si protrarrà per altre settimane, mesi? Si potrebbe chiudere il Paese per mesi ma non si riuscirebbe a rimanere sani. Siamo già ammalati, siamo sempre ammalati. Si impazzisce per le poche morti che si sono, purtroppo, avute sin qui. Ma gli ammalati da lavoro - amianto, inquinamento ambientale di vario genere, ILVA di Taranto, per fare un esempio -, i morti sul lavoro, siamo al migliaio all’anno, non hanno mai avuto la stessa attenzione. Pare che il Corona Virus sia più accolto dalla società come causa reale di morte di altre cause altrettanto reali, basti pensare agli incidenti stradali o alla cirrosi epatica, migliaia di morti all’anno. Virus democratico, mette tutti d’accordo sulla su importanza e si cercano rimedi in fretta.

9.    Le borse viaggiano in negativo. I mercati guardano con apprensione al caso. E per ora non si vedono segnali di ripresa finanziaria, sale lo spread. Difficile fare affari con gente che si contagia e che forse muore. Dove investi, dato che le aziende sono in produzione contratta, per quale obiettivo finanziario, visto che il problema diviene sempre più globale e l’instabilità sociale aumenta sempre più? Anche sul letto di morte il capitalista si chiede: come aprirà Wall Street domani? Anche questa miopia, o forse completa cecità, è un po’ paradossale.

10.  Aspettiamo il vaccino per potere riprendere a vivere come sempre abbiamo fatto, in completa incoscienza, dicendo cose idiote: la crescita all’infinito, la produzione che non tira, la chiusura dei confini, il pil che cresce poco e la borsa che non guadagna abbastanza, ma verso chi? Per un po’ dovremo vivere con questa scimmia di realismo che ci è balzata addosso, ma che non insegnerà nulla a nessuno, che non lascerà nulla in eredità per la nostra inutile vita futura. Attendiamo fiduciosi.

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