Insider di Governo?
Insider di
governo, “l’accordo Usa Iran” paga 125 milioni
Il Nero vince, Poco prima dell’annuncio,
alle 3:50 del mattino, qualcuno investe al ribasso. E realizza
Luigi Pandolfi
Che l’uranio e la libertà del popolo iraniano c’entrassero poco
con l’ultima guerra americana era chiaro fin dall’inizio. Certo, c’è Israele e
la sua volontà di consolidare il proprio dominio regionale. Ma non basta. Gli
Stati Uniti oggi producono abbastanza petrolio da esportarlo, e la crisi del
Golfo – con la chiusura di Hormuz – ha finito per favorire, guarda caso,
proprio le big oil americane. Manca però un tassello: chi conosce in anticipo
mosse e annunci del tycoon sta facendo soldi a palate. È già successo con il
sequestro di Maduro, con i dazi, con i tecnologici e con le criptovalute. Ed è
successo in modo clamoroso anche questa volta. Ormai è un metodo di governo.
L’ultimo caso è stato ricostruito dal settimanale finanziario The
Kobeissi Letter in un post su X. È l’alba di mercoledì scorso: senza notizie
rilevanti, vengono aperti 10.000 contratti «short» – vendite allo scoperto per
lucrare sul calo dei prezzi – pari a 920 milioni di dollari nominali. Un volume
anomalo per quell’ora. 70 minuti dopo, Axios pubblica la notizia-scoop di un
presunto accordo in «14 punti» tra Stati Uniti e Iran. Si fa giorno, il prezzo
del greggio è già crollato del 12%, generando un profitto di 125 milioni in
poche ore per chi aveva scommesso al ribasso. Una tempistica da orologio
svizzero.
Sul fronte opposto, questa volta Teheran punta il dito contro
Axios e il suo giornalista Barak Ravid, accusato di aver annunciato cinque
volte in 19 giorni un accordo «imminente» mai arrivato – e ogni volta i corsi
del greggio precipitavano per un giorno. Per la tv di Stato iraniana, quelle
indiscrezioni avrebbero alimentato la volatilità, favorendo «gli amici nel
governo Usa». Ravid, d’altra parte, da anni tra i cronisti più informati su
Washington e Tel Aviv, è passato da giornalista «ben introdotto» a voce quasi
ufficiale del potere. L’informazione è parte della guerra, ma ora anche un
mezzo per far fare soldi.
Intanto, secondo Abc News, il Dipartimento di giustizia e la
Commodity Futures Trading Commission starebbero analizzando operazioni sospette
per oltre 2,6 miliardi di dollari di transazioni effettuate pochi minuti prima
degli annunci presidenziali su guerra, tregue e rinvii militari. Il 23 marzo,
15 minuti prima che Trump comunicasse il rinvio degli attacchi alla rete
elettrica iraniana, qualcuno ha puntato 500 milioni sul ribasso del greggio e
ha vinto. Il 7 aprile, altre scommesse per 960 milioni poche ore prima del
cessate il fuoco temporaneo, fino al caso di mercoledì. «È un’economia
predatoria, l’odore di corruzione è insopportabile», ha scritto Paul Krugman su
Substack, avvertendo che la presenza di operatori con informazioni privilegiate
rischia di minare la fiducia nel mercato dei futures, che dovrebbe ridurre
l’incertezza anziché moltiplicarla.
Ma il punto è anche un altro: come si forma davvero il prezzo del
petrolio? La chiusura di Hormuz ha inciso sull’offerta, certo. Ma gli Stati
Uniti – oggi primi esportatori mondiali davanti all’Arabia Saudita – hanno
compensato parte del deficit. Il resto lo fanno le scommesse. La quasi totalità
delle operazioni non riguarda barili reali, ma «petrolio di carta»: futures e
opzioni. Gli speculatori comprano contratti puntando sul rialzo (long) o li
vendono scommettendo sul ribasso (short), senza alcuna intenzione di ricevere
fisicamente il greggio. Questa massa di denaro influenza il prezzo reale molto
più dei flussi fisici. E la speculazione amplifica la volatilità: basta un
allarme su Hormuz, un attacco a un impianto, un annuncio del tycoon, per
generare oscillazioni violente.
E’ un circuito che si autoalimenta: guerra, rischio di
strozzature, aumento della domanda di petrolio americano, balzo dei prezzi,
nuove scommesse. Un meccanismo che negli ultimi mesi ha favorito i produttori
Usa e, in misura diversa, anche la Russia, insieme – come si è visto – a
investitori «bene informati». Secondo il Financial Times, le compagnie
petrolifere Usa potrebbero incassare fino a 63 miliardi di extraprofitti. Ma la
distribuzione resta squilibrata: nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina,
il 50% dei guadagni da combustibili fossili è finito all’1% più ricco
d’America, mentre il 50% più povero ha ricevuto appena l’1%. Anche oggi lo
scenario è simile, come mostrano i prezzi alla pompa, aumentati di oltre il
30%.
Petrolieri, banche, speculatori, «insider». Non il popolo, che
paga la guerra con inflazione e caro carburante. La partita nel Golfo è ancora
aperta, ma ciò che accadrà non dipende solo dalla Casa Bianca: il baricentro
resta nell’equilibrio tra lobby finanziarie, petrolifere e industria degli
armamenti.
Fonte: https://ilmanifesto.it/insider-di-governo-laccordo-usa-iran-paga-125-milioni
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