Dopo il 25 aprile. La riflessione di Carlo Cassola sul potere politico che non può essere lasciato senza limiti.

 Dopo il 25 aprile. La riflessione di Carlo Cassola sul potere politico che non può essere lasciato senza limiti. 

di Laura Tussi

La Costituzione italiana nasce da una frattura storica e morale che i suoi estensori avevano vissuto direttamente. Non fu il prodotto di una riflessione astratta né di una stagione politica ordinaria: fu scritta da uomini e donne che uscivano dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame, dalla prigionia, dalla clandestinità. In questo senso può essere definita, riprendendo idealmente una sensibilità vicina a Carlo Cassola, insieme modesta e grandissima. Modesta perché nata in un paese materialmente distrutto, privo di qualsiasi trionfalismo storico; grandissima perché capace di trasformare il dolore vissuto in principio giuridico e civile. La Costituzione della Repubblica Italiana non registra soltanto una nuova organizzazione dello Stato, ma contiene una precisa lezione storica: il potere politico non può più essere lasciato senza limiti, e la guerra non può più essere considerata uno strumento legittimo della politica nazionale.

L’articolo 11 rappresenta il punto più alto di questa consapevolezza. Quando afferma che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, non formula un auspicio generico né una dichiarazione retorica di pace. Esprime invece il risultato di un’esperienza concreta. La generazione che scrisse quella norma aveva conosciuto la guerra fascista, aveva visto la mobilitazione forzata di milioni di uomini, la distruzione delle città, la deportazione, le rappresaglie e la morte. Quel rifiuto nasceva dalla consapevolezza che la guerra moderna non produce ordine, ma devastazione materiale e degrado morale. Il ripudio costituzionale della guerra costituisce quindi uno dei nuclei più profondi dell’antifascismo repubblicano, perché rifiuta l’idea che lo Stato possa disporre arbitrariamente della vita dei cittadini e di altri popoli.

In questa prospettiva il rapporto tra antifascismo e antinuclearismo appare meno contingente di quanto spesso venga rappresentato. Negli ultimi anni della sua vita Carlo Cassola dedicò gran parte del proprio impegno pubblico alla battaglia contro gli armamenti nucleari, ritenendo che la minaccia atomica rappresentasse il punto più estremo raggiunto dalla dinamica della violenza politica contemporanea. Il suo impegno non nacque da competenze tecniche né da specialismi militari. Non si fondava su analisi strategiche relative all’equilibrio del terrore o alla deterrenza, ma su una riflessione etica e morale più elementare e radicale: nessun potere dovrebbe possedere strumenti capaci di annientare indiscriminatamente intere popolazioni e compromettere il futuro stesso dell’umanità.

L’arma nucleare introduce infatti una trasformazione qualitativa nella storia della guerra. Le guerre tradizionali, pur nella loro brutalità, conservavano almeno teoricamente una distinzione tra combattenti e civili, tra vittoria e sconfitta, tra presente e ricostruzione futura. Con l’avvento dell’arma atomica questa distinzione tende a dissolversi. A partire dai bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki nel 1945, è apparso evidente che l’umanità aveva costruito strumenti in grado di cancellare in pochi istanti non soltanto eserciti, ma intere comunità umane, territori, ecosistemi e generazioni future. La distruzione nucleare non colpisce esclusivamente il presente: si estende nel tempo attraverso contaminazioni, malattie, devastazioni ambientali e traumi storici destinati a durare per decenni.

Per questa ragione l’antinuclearismo può essere interpretato come una coerente estensione dell’antifascismo costituzionale. Se il fascismo rappresentò la subordinazione dell’individuo alla volontà assoluta dello Stato e del capo politico, l’arma nucleare rappresenta la possibilità tecnica di portare questa logica a un livello ulteriore, rendendo potenzialmente sacrificabile l’intera umanità in nome di interessi strategici, equilibri geopolitici o decisioni concentrate nelle mani di pochi individui. In entrambi i casi emerge lo stesso problema politico fondamentale: il rifiuto di un potere privo di limiti morali e giuridici.

Questo legame appare ancora più evidente nel contesto contemporaneo, segnato dal ritorno della competizione militare tra grandi potenze, dalla modernizzazione degli arsenali e dalla crescente instabilità internazionale. La permanenza di ordigni nucleari in basi come Base militare di Ghedi e Aviano dimostra come la questione nucleare non appartenga esclusivamente al passato della Guerra Fredda, ma continui a riguardare direttamente l’Europa e l’Italia. La convinzione che la sicurezza possa fondarsi sulla minaccia di distruzione reciproca continua a costituire uno dei principali paradossi della politica internazionale contemporanea.

La memoria della Resistenza conserva, in questo quadro, un significato che va oltre la celebrazione rituale. I partigiani caduti nelle montagne italiane, compresi quelli dell’Eccidio di Montemaggio e di molte altre stragi nazifasciste, non combatterono soltanto per sostituire un governo con un altro. Combatterono contro l’idea che alcuni uomini potessero decidere arbitrariamente della vita di altri uomini. La democrazia repubblicana e la sua Costituzione furono il tentativo di tradurre quel sacrificio in istituzioni permanenti.

Difendere oggi i principi costituzionali significa quindi interrogarsi anche sulle forme contemporanee della violenza politica. Se la Costituzione nacque per impedire il ritorno della guerra totale e dell’autoritarismo, allora il problema nucleare non può essere considerato estraneo al suo orizzonte etico. Il rifiuto della guerra contenuto nell’articolo 11 mantiene tutta la sua attualità proprio perché la capacità distruttiva delle armi contemporanee rende ancora più urgente il principio del limite al potere.

In ultima analisi, il nesso tra antifascismo e antinuclearismo non deriva da una semplice sovrapposizione ideologica, ma da una comune difesa della dignità umana, della libertà individuale e della possibilità stessa di un futuro condiviso. La Costituzione repubblicana nacque affinché la pace, la libertà e la sicurezza non fossero privilegi occasionali, ma diritti garantiti. La sua eredità rimane viva soltanto se continua a confrontarsi con le minacce del presente.

 

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