“L’economia globale all’ombra della guerra”

 

Economia di guerra oggi. Parte XXVII

“L’economia globale all’ombra della guerra”

Pubblicate le previsioni economiche del Fmi di aprile 2026


Il Fondo Monetario Internazionale nei giorni scorsi ha pubblicato l’atteso World Economic Outlook di aprile 2026[1], il primo emesso dopo l’aggressione israelo-statunitense all’Iran del 28 febbraio che ha innescato lo shock energetico tutt’ora in corso caratterizzato da carenza di approvvigionamenti e impennata delle quotazioni di greggio e gas.

Dall’eloquente titolo “L’economia globale all’ombra della guerra”, il rapporto delinea le possibili ricadute del nuovo conflitto sul ciclo economico a livello mondiale, macroregionale e dei singoli paesi. In generale, la pubblicazione mette in evidenza come l’aumento dei prezzi delle materie prime, le aspettative di ripresa dell’inflazione e di possibile rialzo dei tassi, con conseguenti condizioni finanziare più restrittive, stiano determinando riflessi diretti sulla dinamica economica, con impatto di diversa entità a seconda della durata e della gravità del conflitto.

Lo scenario del Fmi in caso di conflitto di breve durata

In caso di durata limitata della guerra, secondo gli esperti del Fmi, le ricadute potrebbero essere tutto sommato relativamente contenute, infatti, in tale scenario la crescita mondiale viene quantificata nell’ordine del 3,1% per il 2026, un valore inferiore a quello degli ultimi anni e in flessione rispetto al 3,3% dell’Outlook di gennaio scorso. Una flessione indotta dalle Economie Emergenti che arretrano al 3,9% dal 4,2% di gennaio, mentre le Economie Avanzate restano stabili all’1,8% (tab.1-2).

Per quanto riguarda l’inflazione mondiale il Fmi indica un leggero incremento nel corso dell’anno, specificando che le pressioni inflattive interesseranno soprattutto le economie emergenti e in via di sviluppo importatrici di materie prime.

Per l’Eurozona è prevista una riduzione della crescita dal 1,3% di gennaio all’1,1% di aprile trascinata dalle sue tre principali economie, tutte riviste al ribasso: la Germania, l’ex locomotiva europea, dall’1,1% previsto a gennaio arretra allo 0.8%, la Francia dall’1% passa allo 0,9% e l’Italia, ormai in condizione di quasi stagnazione economica strutturale, dallo 0,7% scivola allo 0,5% (tab.1-2).

La crisi energetica starebbe invece portando benefici alla Russia la quale, a seguito dell’aumento delle quotazioni e della domanda proveniente da parte di alcuni tradizionali clienti dei paesi del Golfo Persico, riporta nell’Outlook di aprile un incremento della crescita all’1,1% dallo 0,8% di gennaio.

Mentre gli Stati Uniti, che hanno scatenato il conflitto insieme ad Israele, arretrano solo leggermente dal 2,4% al 2,3%, mantenendo un discreto tasso di crescita anche grazie all’aumento dell’export del petrolio (tab.1-2), come vedremo nel seguente paragrafo.

Dobbiamo tuttavia precisare che le previsioni in questione del Fmi basandosi sulla situazione al 31 di marzo non riflettono a pieno la gravità della situazione causata dallo shock petrolifero innescato dalla chiusura selettiva di Hormuz e delle distruzioni degli impianti. Ciò lo rileviamo soprattutto per quanto riguarda l’Arabia Saudita la cui crescita economica, anche alla luce della riduzione del 57%, del flusso complessivo dell’export petrolifero dal golfo Persico nel mese di aprile, viene rivista al solo +3,1% dal +4,5% di gennaio[2].

A completezza del quadro relativo all’export dell’Arabia Saudita è opportuno specificare che le spedizioni attraverso il porto di Yambu sul Mar Rosso, collegato ai giacimenti sul Golfo Persico tramite l’oleodotto Est-Ovest, pur essendo aumentate di cinque volte rispetto al periodo prebellico arrivando a circa 4 milioni di barili al giorno nelle prime tre settimane di aprile, non riescono a compensare la diminuzione attraverso Hormuz[3][4].

Tabella 1: previsioni economiche del Fmi di aprile 2026

Prospettive economiche mondiali, aprile 2026: tabella delle proiezioni

Tabella 2: previsioni economiche del Fmi di gennaio 2026

Aggiornamento delle prospettive economiche mondiali, gennaio 2026: tabella delle proiezioni

La ridefinizione della geografia dell’export petrolifero

Secondo Bloomberg, nella seconda settimana di aprile le esportazioni di petrolio greggio e prodotti raffinati statunitensi hanno raggiunto il record di 12,9 milioni di barili al giorno, raddoppiando da gennaio 2022 (grafico 1), vale a dire da prima delle sanzioni occidentali alla Russia e del Piano REPowerEu che hanno reindirizzato l’approvvigionamento europeo anche oltre Atlantico. E con una impennata di circa 2,5 milioni di barili al giorno fra greggio e raffinati dall’inizio della guerra all’Iran. L’aumento dell’export petrolifero complessivo risulta, nello specifico, trainato dai ben più redditizi prodotti di raffinazione che hanno raggiunto il record di 8,1 milioni di barili al giorno.

Gli Stati Uniti sono anche impegnati nella ricostituzione delle scorte di greggio le quali, al netto della Riserva Strategica di Petrolio, sono cresciute di 1,9 milioni di barili arrivando a 465,7 milioni, allo stesso livello del 2023.

Mentre l’industria petrolifera statunitense viaggia col vento in poppa, i paesi europei e soprattutto quelli asiatici, maggiormente dipendenti dai paesi del Golfo Persico, iniziano a incontrare difficoltà di approvvigionamento a causa della chiusura selettiva di Hormuz.

Grafico 1: export Usa di greggio e prodotti di raffinazione in milioni b/g fra maggio 2025 aprile 2026

Le prospettive in caso di conflitto più duraturo

Lo scenario cambierebbe invece in modo alquanto sostanziale in caso di conflitto prolungato con persistente chiusura selettiva dello Stretto di Hormuz e quotazioni elevate delle commodity energetiche nel medio periodo. Le ricadute di tale situazione potrebbero causare indebolimento della crescita e destabilizzazione dei mercati, pertanto in tale contesto, secondo il Fondo Monetario, aleggerebbe la possibilità di recessione globale, vale a dire secondo i parametri Fmi un tasso di crescita inferiore al 2%, situazione che è ricorsa solo quattro volte dal 1980, con le ultime due occasioni in corrispondenza della crisi finanziaria globale del 2009 (-0,4%) e alla pandemia del 2020 (-2,7%)[5].

Il secondo capitolo del rapporto è dedicato all’aumento delle spese militari, a causa dell’intensificarsi delle tensioni geopolitiche e dei conflitti, che potrebbe stimolare la crescita economica nel breve periodo. Il Fondo Monetario riporta inoltre che, sebbene gli investimenti per la difesa possono determinare effetti positivi per l’attività economica nel breve periodo, tendono a generare un effetto traino sulla dinamica dell’inflazione, a creare pressioni di bilancio e a sottrarre risorse per la spesa sociale, con possibile malcontento e tensioni sociali.

Inoltre, i moltiplicatori per le spese per la difesa, sostiene sempre il Fondo, risultano mediamente intorno ad un valore di 1 soltanto, un livello sensibilmente inferiore a quello degli investimenti nell’industria manifatturiera che, infatti, si attestano quantomeno al doppio[6].

Nel terzo e ultimo capitolo il Fondo Monetario riporta che i conflitti armati determinano profonde conseguenze macroeconomiche che vanno oltre il doloroso tributo di vite umane. E citando, a tal supporto, un proprio studio in merito ai conflitti successivi alla Seconda Guerra Mondiale arriva alla conclusione che le guerre causano ingenti perdite di produzione nei paesi in cui si combattono, superiori a quelle provocate dalle crisi finanziarie, e che la successiva ripresa economica risulta lenta e disomogenea. Tali perdite innescano conseguenze macroeconomiche nel settore monetario e fiscale e lasciano cicatrici durature che interessano principalmente le fasce sociali più deboli.

Conclusioni

Mentre le guerre proliferano col loro carico di morte, crisi economiche e devastazioni sociali, nel 2024, le principali 100 aziende del settore degli armamenti a livello mondiale hanno riportato ricavi per 679 miliardi di dollari con un aumento annuo del 5,9% e del 26% su base decennale[7].

Anche le imprese petrolifere stanno ricavando significativi extraprofitti dalla guerra in corso, il quotidiano britannico Guardian ha, infatti, stimato che le maggiori 100 compagnie mondiali del comparto hanno guadagnato complessivamente 30 milioni di dollari all’ora dal 28 febbraio. E solo nel primo mese di conflitto hanno conseguito profitti straordinari per 23 miliardi, prevedendo che, se la quotazione si manterrà sui 100 dollari al barile, i profitti aggiuntivi saliranno a 234 miliardi di dollari a fine anno. Osservando in conclusione che “I profitti eccessivi provengono dalle tasche dei cittadini comuni, che pagano prezzi elevati per il carburante e l’energia elettrica delle loro case, nonché dalle aziende che si trovano a dover affrontare bollette energetiche più salate”[8].

Si conferma così la consolidata tesi in base alla quale le guerre arricchiscono pochi mentre impoveriscono il resto della società.

 

Andrea Vento

26 aprile 2026

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati



[1] https://www.imf.org/en/publications/weo/issues/2026/04/14/world-economic-outlook-april-2026

[2] https://energiaoltre.it/petrolio-forniture-dal-golfo-persico-in-calo-del-57-ad-aprile-rispetto-a-prima-del-conflitto/

[3] https://www.bitget.com/it/news/detail/12560605383327

[4] Per un quadro generale dell’export dal Golfo prima del 28 febbraio: Saggio Economia di guerra oggi. Parte XXVI di Andrea Vento

[5] https://www.imf.org/external/datamapper/NGDP_RPCH@WEO/OEMDC/ADVEC/WEOWORLD

[6] https://journals.uniurb.it/index.php/argomenti/article/download/1336/2085

[7] Economia di guerra oggi – Parte XXIV di Andrea Vento

[8] https://www.agcnews.eu/stati-uniti-le-major-del-petrolio-guadagna-30-milioni-dollari-lora-dalla-guerra/

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