Il ritorno degli euromissili terrorizza l’umanità
Il ritorno degli euromissili terrorizza l’umanità
Oggi, in un contesto segnato dalla guerra in Ucraina e dalle crisi persistenti in Medio Oriente, il tema del riarmo missilistico in Europa riemerge con forza. Le decisioni della NATO di procedere a nuove installazioni riportano al centro una logica di deterrenza che sembrava attenuata, ma che oggi si intreccia con il rischio concreto di un’escalation, anche nucleare. In questo scenario, il pericolo non è soltanto quello di un conflitto diretto, ma anche quello di uno spostamento delle priorità politiche e culturali, che allontana dall’urgenza di affrontare crisi globali come quella ecologica e sociale.
Per comprendere appieno la portata di questi sviluppi è necessario distinguere tra elementi spesso confusi nel dibattito pubblico. La “gittata” di un missile indica la sua capacità di percorrenza, mentre la “testata” definisce il tipo di carica trasportata, che può essere convenzionale o nucleare. Gli euromissili, sia quelli dispiegati negli anni Ottanta sia quelli attualmente previsti, rientrano nella categoria dei sistemi a gittata intermedia. Il fatto che i nuovi sistemi vengano presentati come privi di testata nucleare non elimina del tutto le preoccupazioni, poiché la storia dimostra quanto tali configurazioni possano evolvere nel tempo.
Negli anni Ottanta, il dispiegamento di missili come i Cruise e i Pershing II in Europa occidentale, contrapposti ai sistemi sovietici, diede luogo a una stagione di forte mobilitazione sociale. In Italia, la base di Comiso divenne uno dei simboli di quella fase, non solo per la presenza militare, ma anche per la nascita di un movimento articolato e diffuso. Accanto alle grandi manifestazioni, si svilupparono pratiche di azione diretta nonviolenta, reti internazionali e forme di resistenza locale che cercavano di opporsi concretamente all’installazione degli armamenti.
Esperienze come l’International Peace Camp rappresentarono un tentativo originale di costruire un movimento transnazionale capace di superare la logica dei blocchi contrapposti. A differenza di altre organizzazioni più legate a uno dei due schieramenti, queste realtà rivendicavano un disarmo reciproco e generale, fondato su un orientamento antimilitarista e nonviolento. In questa prospettiva, l’idea di disarmo unilaterale veniva vista non come un segno di debolezza, ma come un possibile innesco di processi più ampi. Non è un caso che politiche di questo tipo siano state poi promosse da Michail Gorbaciov, contribuendo a uno dei più significativi ridimensionamenti degli arsenali nucleari nella storia contemporanea.
La memoria di quelle mobilitazioni non ha soltanto un valore storico, ma solleva interrogativi profondamente attuali. Essa mostra come una competenza sociale diffusa, costruita attraverso l’impegno diretto, possa incidere su questioni di portata globale. Allo stesso tempo, evidenzia i limiti e le difficoltà di percorsi che si confrontano con equilibri geopolitici complessi.
Oggi, il riemergere degli euromissili impone una riflessione che non può limitarsi alla denuncia. Se il rischio di escalation è reale, lo è anche la necessità di ricostruire spazi di iniziativa politica e sociale capaci di affrontarlo. Ciò implica non solo una rinnovata attenzione ai temi del disarmo, ma anche la capacità di collegarli alle altre grandi sfide del nostro tempo, evitando che la logica della contrapposizione militare assorba ogni altra priorità.
In questo senso, il passato non offre soluzioni immediate, ma indica una direzione possibile: quella di un impegno che, partendo dal basso, sappia intrecciare dimensione locale e respiro internazionale, conoscenza e azione, memoria storica e capacità di innovazione. Perché oggi, più che mai, il ritorno degli euromissili non può che inquietare profondamente tutte e tutti noi, in quanto parte di una stessa umanità.
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