Dopo il voto in Bulgaria tra Ue, Nato e dialogo con Mosca
Dopo il voto in Bulgaria tra Ue, Nato e dialogo con
Mosca
Ex generale e presidente, Rumen Radev propone una linea
pragmatica tra Europa e Russia, respingendo le etichette di filorusso o
antieuropeista
di Francesco Dall’Aglio
Alle 15
del 20 aprile la commissione elettorale della Bulgaria ha comunicato di avere
ultimato lo spoglio del 100% dei voti delle elezioni parlamentari tenutesi il
19, confermando la vittoria schiacciante e mai in discussione del neonato
partito dell’ex-Presidente della Repubblica Rumen Radev, dimessosi dalla carica
a poche settimane dalla fine del suo secondo mandato proprio per potersi
presentare alle elezioni. La sua formazione, “Progresivna Balgarija” (Bulgaria
Progressista) ha ottenuto il 44.59% dei voti, staccando senza possibilità di
appello sia la coalizione di centrodestra GERB-SDS guidata da Boyko Borisov,
politico di lunghissimo corso e per anni dominatore pressoché indiscusso della
politica bulgara che in queste elezioni ha raccolto solo il 13.38%, sia i
liberali “europeisti” del PP-DB (Prodalžavame Promjanata – Demokratična
Balgarija, “Continuiamo il cambiamento – Bulgaria Democratica”) con il 12.61%
dei voti. Ancora più staccato il DPS del discusso Deljan Peevski con il 7.12%
e, appena sopra la soglia di sbarramento, il partito nazionalista Vazraždane
(“Risorgimento”) col 4.25%. Altri partiti nazionalisti come Veličie o Meč sono
rimasti fuori, così come il Partito Socialista che gli exit poll davano invece
tra il 5 e il 7%. Non è stato questo l’unico dato non corretto dei primi
sondaggi: se la vittoria di Progresivna Balgarija non era in discussione, e mai
lo era stata nemmeno per i sondaggi in campagna elettorale, la formazione di
Radev era accreditata del 34-38%, dato ampiamente superato, e PP-DB era
considerato il secondo partito anche se la forbice che lo separava da GERB era
molto piccola. Anche il numero di votanti era stato sovrastimato al 60% mentre
in realtà si è attestato al 50.2%, un dato comunque straordinario se pensiamo
che alle elezioni dell’ottobre 2024 aveva toccato appena il 38.81%.
La
vittoria di Radev è stata dunque schiacciante e soprattutto trasversale. Chi
pensava che le generazioni più giovani avrebbero votato a maggioranza per i
partiti liberali si è dovuto ricredere anche se, come era prevedibile, i
maggiori consensi Radev li ha ottenuti nelle fasce di età più alte. Il dato più
importante, ad ogni modo, è che Progresivna Balgarija otterrà 130 o 131 seggi
parlamentari su 240 e potrà quindi governare da sola senza dover mettere in
piedi una coalizione con forze diverse. Proprio questo era stato il motivo
principale dell’estrema instabilità politica della Bulgaria, che negli ultimi
cinque anni è andata alle urne otto volte: nessun partito e nessuna coalizione
aveva mai ottenuto una maggioranza indiscussa ed era sempre stato costretto ad
alleanze estemporanee e transitorie con altre forze politiche, a volte anche di
orientamento diametralmente opposto, con le conseguenze ovvie di non riuscire
mai a portare a termine una legislatura. L’ultimo caso aveva portato alle
dimissioni del governo l’11 dicembre 2025 senza che si fosse riusciti ad
approvare la finanziaria per l’anno successivo. Si immaginava che anche Radev,
nonostante il sostegno che si evinceva dai sondaggi, non si sarebbe potuto
sottrarre a questo destino, tanto che ci si chiedeva quale partito avrebbe
potuto entrare in coalizione con Progresivna Balgarija dato che lui stesso
aveva escluso ogni possibilità di dialogo con i liberali e Borisov, fino alla
sera del 19, si era dichiarato contrario a sostenerla facendo beffardamente gli
auguri a Radev dopo i primi exit poll e dichiarando che una cosa è vincere le
elezioni e tutt’altra è formare un governo. Almeno questo problema sembrerebbe
superato, considerando anche l’ostilità reciproca che separa le altre
formazioni politiche, ed è proprio la promessa di stabilità ad avere portato la
grande maggioranza degli elettori a votare per l’ex-Presidente.
Rumen
Radev è un personaggio non facilmente inquadrabile, soprattutto nella dicotomia
pro-o anti-Russia che sembra, per i commentatori occidentali, essere l’unico
discrimine per valutare la posizione di un candidato. La stampa occidentale
pare essersi accorta di lui solo in questo senso, e solo dopo la sconfitta
elettorale di Orbán, quando alcune testate (Politico, Daily Telegraph, Reuters,
Atlantic Council)[1] hanno cominciato a
chiedersi se, ricondotta l’Ungheria nei ranghi europeisti, non ci si dovesse
aspettare la defezione della Bulgaria. Ex generale dell’aviazione, pilota di
caccia, eletto Presidente con l’appoggio del partito Socialista che allora, nel
2017, aveva un peso politico ben maggiore di quello odierno, Radev ha sempre
proiettato l’immagine di un uomo forte e determinato ma al contempo calmo e
riflessivo, molto lontano dalle spacconate e dagli scandali che hanno spesso
caratterizzato la scena politica bulgara negli anni della democrazia. La sua
seconda presidenza lo ha visto molto più attivo, in una direzione che è stata
spesso classificata come “filorussa”. Si è opposto alle sanzioni alla Russia,
ha rimarcato quanto il paese fosse dipendente dal petrolio e dal gas russi, si
è opposto all’invio di armamenti all’Ucraina (ma non all’invio di materiale
umanitario) e ha detto più volte, in campagna elettorale e anche nel discorso
successivo alla sua vittoria, che con la Russia bisognerà riprendere il
dialogo. Viene accusato anche di atteggiamenti “antieuropeisti” per aver
proposto un referendum sull’introduzione dell’Euro (che in precedenza era
osteggiata solo dai partiti della destra populista che l’avevano monopolizzata)
e per i suoi numerosi screzi con i partiti “europeisti” durante i suoi mandati
presidenziali.
In
realtà la sua posizione è molto più sfumata di quanto si possa credere, al di
là della sua difesa, che potrebbe parere semplice retorica, di non essere né
filorusso né antieuropeista ma semplicemente filobulgaro. La sua ricerca di un
dialogo con la Russia parte da una costatazione piuttosto evidente, ovvero che
la Bulgaria dipende in larga misura dalla Russia per le sue necessità
energetiche: non solo riguardo al petrolio e al gas, ma anche alle sue centrali
nucleari che sono state costruite durante il periodo socialista e
successivamente rimodernate dalla Rosatom. Perdere la Russia come partner
energetico sarebbe per la Bulgaria un problema economico di non piccolo conto e
trovare alternative, come nel caso dell’Ungheria, non è una cosa semplice,
senza considerare i problemi ulteriori che la crisi iraniana ha creato e creerà
nel futuro. Il progressivo disaccoppiamento dalle fonti energetiche russe, che
i governi precedenti hanno incominciato, ha portato aumenti in bolletta stimati
intorno al 20%. Le difficoltà si ripercuotono anche sui comparti produttivi e
il rilancio dell’economia bulgara è tra le priorità del programma del suo
partito, rilancio che non potrà ripartire senza un approvvigionamento
energetico costante, garantito e, se possibile, economico. Questo, a suo dire,
non vale solo per la Bulgaria ma per l’Europa tutta: come ha affermato nel suo
discorso la sera del 19 aprile, “se vogliamo che l’Europa abbia autonomia
strategica, deve ripristinare la sua competitività e arrestare il processo di
deindustrializzazione. L’Europa deve riflettere seriamente su come garantire le
proprie risorse, perché senza risorse energetiche non si può parlare di
competitività”[2]. Va inoltre tenuto
presente che tra le attività produttive della Bulgaria c’è l’industria militare
che produce, quasi unica al mondo, proiettili d’artiglieria ancora di calibro
non-NATO, buona parte dei quali sono stati inviati, direttamente o
indirettamente, in Ucraina, e che la Rheinmetall ha stabilito una joint venture
con la fabbrica VMZ per impiantare a Sopot una grande fabbrica di munizioni di
calibro NATO e di polvere da sparo, di cui in occidente c’è grande scarsità.[3] Rinunciare a questi
asset economici è assolutamente impossibile. Solo la fabbrica Rheinmetall-VMZ
darà lavoro, a pieno regime, a più di mille persone, senza considerare le altre
imprese che lavorano su commesse della NATO e senza contare che tra i vari
punti del piano di sviluppo economico proposti da Radev vi è anche la
modernizzazione delle forze armate bulgare e l’incremento della loro
interoperabilità con le altre forze NATO.
I suoi
detrattori, naturalmente, considerano queste solo scuse e hanno cercato più
volte di presentarlo, sia all’opinione pubblica bulgara che a quella europea,
come un amico di Putin. Il momento di maggiore scontro è stato senza dubbio il
30 marzo, quando una delegazione governativa di altissimo livello, comprendente
il Primo Ministro ad interim Andrey Gyurov e i ministri, sempre ad interim,
degli Esteri, Difesa, Trasporti e Telecomunicazioni, Istruzione ed Energia si è
recata a Kiev. La delegazione ha firmato con l’Ucraina un accordo di sicurezza
decennale e un protocollo di intesa sulla produzione congiunta di droni, in
linea con quanto fatto in quei giorni da Germania, Gran Bretagna e Italia. La
delegazione ha inoltre accettato di discutere il trasferimento dei reattori
della centrale nucleare di Belene, che l’Ucraina ha più volte richiesto per
poter sostituire alcuni reattori delle sue centrali senza dovere richiedere l’assistenza
della Rosatom.[4] Come era facile
prevedere le decisioni del governo ad interim, senza discussione parlamentare e
a poco più di due settimane dal voto, hanno provocato una gran quantità di
polemiche sia per ciò che riguarda la dimensione militare che, soprattutto,
quella energetica, tanto che tre giorni dopo il viceministro degli Esteri ad
interim, Marin Raykov, si è affrettato a dichiarare in televisione che
l’accordo era più che altro una dichiarazione politica di sostegno all’Ucraina
che non impegnava davvero il paese in alcuna direzione concreta.[5] L’impressione di una
tentata imboscata ai danni di Radev, i cui consensi aumentavano sempre più nei
sondaggi, è stata molto forte e probabilmente si è rivelata negativa per le formazioni
“europeiste”.
La questione ucraina, ad ogni modo,
non ha pesato più di tanto nelle intenzioni di voto, se non in quelle di chi
comunque non avrebbe votato per Radev. Ben più importante per l’elettorato è
stata una serie di questioni sottovalutate sia dai commentatori occidentali
che, apparentemente, dalle stesse forze “europeiste” bulgare e invece di
importanza fondamentale: la lotta alla corruzione, che almeno a parole ogni
partito intende portare avanti, la fine delle precedenti “oligarchie politiche”,
con chiaro riferimento a Borisov e Peevski, e soprattutto la preoccupazione e
il disorientamento nei riguardi della situazione economica del paese, che il
passaggio all’Euro ha reso ancora più grande. Il 3 aprile il Ministero delle
Finanze ha confermato che i timori sono più che concreti, pubblicando i dati
relativi al primo trimestre del 2026. Sono dati certamente allarmanti: un
deficit di bilancio di 1.5 miliardi di € a fronte di un bilancio in attivo da
molto tempo, un aumento apparentemente incontrollabile di tutte le voci di
spesa pubblica e un aumento dell’inflazione che, stimato attorno al 4%, viaggia
invece almeno sull’8%. Il Ministro ad interim Georgi Klisurski ne ha
approfittato per mettere ancor più pressione su Radev, ormai chiaramente considerato
il vincitore delle elezioni che si sarebbero tenute dopo poco, dichiarando che
il prossimo governo avrebbe dovuto affrontare “decisioni difficili” e prendere
in considerazione tagli alla spesa pubblica.[6] Il 14 aprile, infine, il Fondo Monetario
Internazionale si è espresso negativamente sulle prospettive di crescita della
Bulgaria, rivedendole al ribasso.[7] In queste condizioni pensare a Radev come al
“nuovo Orbán” sembra francamente risibile. La Bulgaria, che è percettore netto
di fondi dell’Unione Europea e uno dei paesi cardine dello schieramento NATO in
Europa meridionale, oltre che come abbiamo visto uno dei suoi fornitori di
armi, non può certamente permettersi di allontanarsi né da Bruxelles né
dall’Alleanza Atlantica. Radev cercherà certamente di bilanciare la posizione
del paese tra i due schieramenti per minimizzare le perdite e massimizzare i
vantaggi restituendo alla Bulgaria il suo ruolo di ponte culturale tra le due metà
dell’Europa ed evitando escalation che potrebbero coinvolgerla direttamente,
cosa molto diversa dalle immaginarie posizioni “filorusse” che i suoi avversari
politici gli attribuiscono.
[1]
https://www.politico.eu/article/hungary-viktor-orban-out-who-eu-next-disruptor-in-chief/; https://www.politico.eu/article/bulgaria-election-fighter-pilot-rumen-radev-political-deadlock-coalition-struggle/; https://www.telegraph.co.uk/news/2026/04/14/putin-loses-best-friend-orban/; https://www.telegraph.co.uk/world-news/2026/04/18/pro-putin-pilot-take-orbans-role-eu-nightmare-bulgaria/; https://www.reuters.com/world/europe/bulgaria-votes-pro-russian-former-president-leads-polls-2026-04-19/; https://www.atlanticcouncil.org/blogs/ukrainealert/could-bulgaria-replace-hungary-as-putins-proxy-inside-the-eu/
[2] https://glasove.com/novini/radev-pobedihme-apatiyata-no-nedoverieto-v-balgarskata-politika-vse-oshte-e-golyamo
[3] https://www.rheinmetall.com/en/media/news-watch/news/2025/10/2025-10-28-rheinmetall-and-vmz-establish-joint-venture-cooperation-with-bulgaria
[4] https://bntnews.bg/news/gyurov-i-zelenski-podpisaha-v-kiev-10-godishno-sporazumenie-za-sigurnost-mezhdu-balgariya-i-ukraina-1386111news.html
[5] https://bntnews.bg/news/marin-raikov-sporazumenieto-s-ukraina-e-po-skoro-politicheska-deklaraciya-ne-sadarzha-nikakvi-konkretni-angazhimenti-1386715news.html
[6] https://www.mediapool.bg/finansoviyat-ministar-byudzhetat-e-na-avtopilot-news381982.html
[7] https://www.bta.bg/en/news/economy/1105323-imf-lowers-economic-growth-forecast-for-bulgaria
Fonte: https://pagineesteri.it/2026/04/21/apertura/dopo-il-voto-bulgaria-tra-ue-nato-e-dialogo-con-mosca/?sfnsn=scwspwa
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