La Resistenza Antifascista e il ruolo dei Comunisti
La Resistenza Antifascista e il ruolo dei Comunisti
di Laura Tussi
Da quella esperienza emerse una forza politica che, partendo da numeri ridotti, crebbe fino a diventare un punto di riferimento di massa. Il Partito Comunista Italiano seppe interpretare i bisogni di una società attraversata da profonde trasformazioni, contribuendo alla costruzione di un nuovo assetto democratico e alla definizione della Costituzione italiana. Nel corso del tempo, il suo radicamento sociale e la sua capacità di organizzazione furono determinanti nel sostenere e promuovere importanti conquiste sul piano dei diritti e del welfare, come lo Statuto dei Lavoratori, lo sviluppo della sanità pubblica e l’allargamento dell’accesso all’istruzione.
Quella stagione storica fu resa possibile da condizioni specifiche: una struttura sociale più compatta, un’identità collettiva forte, luoghi di aggregazione ben definiti e una prospettiva politica condivisa che offriva un orizzonte di trasformazione. In quel contesto, figure come Pietro Secchia svolsero un ruolo essenziale nel costruire un’organizzazione capace di coniugare disciplina, radicamento e iniziativa politica.
La situazione contemporanea appare profondamente diversa. I lavoratori si trovano spesso privi di rappresentanza efficace, mentre le forme organizzative che un tempo garantivano coesione e continuità si sono indebolite o frammentate. La dispersione delle forze e la difficoltà di elaborare una strategia condivisa alimentano un senso di disorientamento che può apparire, a tratti, come una condizione inevitabile.
Eppure, considerare questa situazione come ineluttabile significherebbe rinunciare alla possibilità stessa del cambiamento. La storia suggerisce che anche nei contesti più difficili è possibile costruire percorsi nuovi, a condizione di saper leggere la realtà con lucidità e di evitare la tentazione di riprodurre meccanicamente modelli del passato. Gli strumenti che furono efficaci in un’altra epoca non possono essere semplicemente riproposti, ma possono offrire indicazioni preziose se reinterpretati alla luce delle trasformazioni intervenute.
L’insegnamento di quella esperienza non risiede tanto nelle forme organizzative specifiche quanto nei principi che le animavano: il radicamento nei contesti reali di vita e di lavoro, la formazione di quadri capaci e affidabili, la continuità dell’azione politica e la capacità di collegare le rivendicazioni immediate a una visione più ampia di trasformazione sociale. Recuperare questi elementi non significa guardare al passato con nostalgia, ma individuare ciò che, in esso, può ancora parlare al presente.
In un mondo segnato da nuove forme di lavoro, da una crescente frammentazione sociale e da profondi mutamenti culturali, la ricostruzione di una rappresentanza efficace richiede linguaggi, strumenti e pratiche diverse. Tuttavia, resta centrale la necessità di costruire legami solidi, di sviluppare competenze e di dare forma a un progetto che sappia unire esperienze e condizioni differenti.
La lezione lasciata da dirigenti come Secchia non è dunque un modello da imitare, ma un patrimonio da interrogare. Essa invita a considerare l’organizzazione non come un fine in sé, ma come uno strumento per rendere possibile l’azione collettiva, e a riconoscere che ogni fase storica impone di reinventare, con creatività e rigore, le forme della partecipazione e della lotta politica.
Laura Tussi
Nota: La Brigata Garibaldi, la principale delle brigate partigiane organizzate dal Partito Comunista Italiano operanti nella resistenza italiana durante la seconda guerra mondiale.
Composte in gran prevalenza da comunisti, in esse militarono anche esponenti di altri partiti del CLN, specialmente socialisti. Pochi furono invece i componenti legati al Partito d’Azione o democristiani. Coordinate da un comando generale diretto dagli esponenti comunisti Luigi Longo e Pietro Secchia, furono le formazioni partigiane più numerose e quelle che subirono le maggiori perdite totali durante la guerra partigiana. In azione i componenti delle brigate indossavano per riconoscimento fazzoletti rossi al collo e stelle rosse sui copricapi.
Il 20 settembre 1943 a Milano venne costituito il comitato militare del PCI che in ottobre si trasformò in comando generale delle Brigate d’assalto Garibaldi, sotto la direzione di Longo e Secchia. Questa embrionale struttura dirigente, inizialmente dotata di mezzi molto limitati, diede subito avvio alla sua azione, diretta soprattutto al superamento di ogni “attesismo” ed al potenziamento costante dell’attività militare di contrasto alla potenza occupante ed alle risorgenti strutture politico-militari del fascismo della RSI.
Il comando generale delle brigate previde subito di sviluppare la lotta armata sulla base di tre direttrici organizzative fondamentali: la costituzione, a partire dalle cellule comuniste già attive nelle città, di una rete di staffette con il compito di collegare i nuclei di militanti nelle varie zone, rafforzare i collegamenti ed attuare concretamente la lotta partigiana. A questo scopo venne stabilito che il 50% dei militanti del partito fossero assegnati all’attività militare[2]. La formazione di un corpo di ispettori assegnato nelle varie regioni con il compito di controllare l’attività partigiana delle brigate e di sviluppare l’attività politico-militare dei militanti. Infine, il decentramento degli stessi membri del comando generale; secondo questa direttiva, quindi, mentre il vertice rimase in clandestinità a Milano, in ogni regione venne organizzata una delegazione distaccata guidata da un membro del comando con ampi poteri decisionali.
Dopo la dichiarazione di guerra alla Germania del governo Badoglio (13 ottobre 1943), il comando generale delle Brigate Garibaldi diramò un documento (“Direttive d’attacco”) in linea con le direttive politiche del PCI a favore dell’organizzazione e dell’intensificazione della guerra partigiana, caratterizzato da una rivendicazione della legalità e da un appello alla lotta senza quartiere contro gli occupanti tedeschi e i militanti del nuovo fascismo republicano[2]. Nel novembre 1943 fu Pietro Secchia che, in un articolo sulla rivista del PCI “La nostra lotta”, precisò ulteriormente in modo inequivocabile il disegno politico-militare adottato dalla Brigate Garibaldi: dopo una critica serrata dell’”attesismo”, il dirigente del comando generale affermava l’importanza dell’azione immediata militare per “abbreviare la guerra” ed in questo modo ridurre i tempi dell’occupazione tedesca, risparmiando le popolazioni e i villaggi; per dimostrare agli alleati la volontà del popolo italiano di lottare per la propria liberazione e per la democrazia; per contrastare la politica del terrore nazifascista e renderne insicura l’occupazione; in ultimo per stimolare, mediante l’azione concreta, la crescita dell’organizzazione e della lotta partigiana.
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