L’argomento della deterrenza è insensato, serve il disarmo: l’urgenza del Trattato Onu TPNW

 L’argomento della deterrenza è insensato, serve il disarmo: l’urgenza del Trattato Onu TPNW 

di Laura Tussi



In Italia nelle basi USA e NATO gli ordigni nucleari aspettano di essere utilizzati. L’argomento della deterrenza è insensato, serve il disarmo: l’urgenza del Trattato Onu TPNW. 

Il dibattito globale sul nucleare resta uno dei temi più complessi e decisivi del nostro tempo, perché chiama in causa non solo la sicurezza internazionale, ma anche questioni etiche fondamentali legate alla sopravvivenza stessa dell’umanità. Dalla fine della Seconda guerra mondiale – segnata in modo drammatico dalle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki – il mondo convive con una consapevolezza nuova: il progresso scientifico può generare strumenti capaci di distruzione totale.

Da allora, la questione nucleare si muove dentro una tensione costante tra sicurezza e responsabilità morale. Durante la Guerra fredda questa contraddizione si è tradotta nella dottrina della deterrenza, basata sul cosiddetto “equilibrio del terrore”: le grandi potenze hanno accumulato arsenali tali da garantire la distruzione reciproca. Un sistema che ha evitato lo scontro diretto, ma al prezzo di una minaccia permanente e di un rischio globale sempre latente. In Italia, nonostante la stragrande maggioranza della popolazione sia contraria, le basi USA e NATO custodiscono centinaia di bombe nucleari americane. Almeno 50 sono nella base di Aviano e oltre 40 in quella di Ghedi Torre, in provincia di Brescia. La loro presenza ha un’importanza militare limitata per gli Stati Uniti, ma risponde anche ad esigenze politiche del governo italiano, che vuole avere voce in capitolo nella Nato. Altre centinaia di bombe nucleari sono dislocate in Germania, Gran Bretagna, Belgio, Olanda e Turchia.  Sono tutte del tipo indicato dal Pentagono come B 61, che non si presta ad essere montato su missili ma può essere sganciato da cacciabombardieri.

«Le ragioni di un arsenale nucleare così grande in Italia – ha spiegato Hans Kristensen, uno specialista del Natural Resources Defense Council (NRDC), autore di un rapporto sulle armi atomiche in Europa – sono nebulose e la stessa Nato non ha una strategia chiara. Le atomiche continuano a svolgere il tradizionale ruolo dissuasivo nei confronti della Russia, e in parte servono per eventuali obiettivi in Medio Oriente, come l’Iran. Un’altra ragione è di tipo politico istituzionale. Per l’Italia è importante continuare a fare parte degli organi di pianificazione nucleare della Nato, per non essere isolata in Europa. Altri paesi come la Germania hanno lo stesso atteggiamento».

Per limitare questi pericoli, la comunità internazionale ha cercato nel tempo di costruire strumenti giuridici condivisi. Il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) ha rappresentato a lungo il pilastro di questo sistema, fondato su un compromesso tra Stati dotati e non dotati di armi nucleari: i primi si impegnavano a negoziare il disarmo, i secondi a non acquisire tali armamenti. Tuttavia, i progressi lenti e incompleti hanno alimentato dubbi sulla reale efficacia di questo modello.

In questo scenario si inserisce il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW), adottato nel 2017 sotto l’egida delle Nazioni Unite ed entrato in vigore nel 2021. Si tratta di un passaggio importante, perché introduce un divieto esplicito e generale delle armi nucleari, sul modello di quanto già avvenuto per armi chimiche e biologiche. Il trattato vieta non solo l’uso e la minaccia di uso, ma anche lo sviluppo, il possesso, il trasferimento e lo stazionamento di tali armamenti, con l’obiettivo di delegittimarli completamente.

Il TPNW rappresenta anche un cambio di prospettiva: al centro non ci sono più solo gli equilibri tra Stati, ma le conseguenze umanitarie di un eventuale conflitto nucleare. Si passa così da una logica di sicurezza basata sulla deterrenza a una visione che privilegia la sicurezza umana globale, mettendo in primo piano la tutela delle popolazioni e dell’ambiente.

Non mancano però le criticità. Nessuna delle potenze nucleari ha aderito al trattato, e lo stesso vale per molti Paesi inseriti in alleanze militari fondate sulla deterrenza. Questo limita, almeno nel breve periodo, la capacità del TPNW di incidere concretamente sulla riduzione degli arsenali. Per alcuni osservatori, il rischio è che resti soprattutto una dichiarazione di principio.

Al tempo stesso, i sostenitori del trattato ne evidenziano il valore normativo e simbolico. Anche senza l’adesione delle grandi potenze, il TPNW contribuisce a rafforzare lo stigma internazionale contro le armi nucleari e offre uno strumento importante per la mobilitazione della società civile e degli Stati non nucleari. Nel lungo periodo, questa pressione potrebbe favorire cambiamenti più significativi.

Il tema nucleare, inoltre, non riguarda solo la dimensione militare. L’uso civile dell’energia atomica continua a sollevare interrogativi su sicurezza, sostenibilità e gestione delle scorie radioattive. Disastri come quelli di Černobyl’ e Fukushima hanno mostrato quanto siano concreti i rischi legati a questa tecnologia, mantenendo alta l’attenzione dell’opinione pubblica.

In definitiva, il TPNW rappresenta un tentativo ambizioso di superare le contraddizioni dell’ordine nucleare contemporaneo. Pur con limiti evidenti, segna l’emergere di una nuova sensibilità internazionale che mette in discussione la legittimità stessa delle armi nucleari. Il suo valore non sta solo negli effetti immediati, ma nella capacità di orientare nel tempo il dibattito globale verso una maggiore responsabilità collettiva e verso un’idea di sicurezza fondata non sulla minaccia, ma sulla tutela della vita.

Commenti