Lavorare di più e guadagnare di meno
L’ultimo Rapporto di Previsione del Centro Studi della Confindustria, intitolato “Guerre, dazi, incertezza: a rischio la crescita”, merita di essere letto descrivendo il contesto economico e la situazione del Paese, tracciando un quadro in cui spiccano l’aumento dei costi di produzione industriali, la diminuzione dei volumi delle merci prodotte nell’ultimo biennio e però, allo stesso tempo, il contestuale aumento del valore aggiunto, previsto ulteriormente in crescita nei prossimi due anni (+0,2% e +0,7%).
Tra i settori industriali
in calo va citato soprattutto quello dell’automotive (-10,8% nel 2025), che anche
per questo motivo è attualmente oggetto di parziale riconversione a fini
bellici.
Oggi si lavora «quasi un’ora in più a settimana rispetto al 2019» e l’aumento dell’orario riflette una scelta delle aziende «nelle fasi di elevata incertezza» economica.
Si lamenta la scarsa dinamica della produttività del lavoro: il Costo del Lavoro per Unità di Prodotto è cresciuto del 9,7% negli anni 2022-2023 ed è poi aumentato «di un altro 4,7% nel biennio 2024-2025». Questo viene spiegato dal Centro Studi col fatto di «una dinamica della produttività del lavoro che, seppur tornata positiva (+1,3% medio annuo, da -3,2% nel 2023), è rimasta ben sotto rispetto a quella salariale» nominale. Ciononostante è lampante che il mancato avanzamento della produttività del lavoro dipenda dalla scarsa crescita complessiva del PIL[6] e non da una riduzione dei ritmi di lavoro, che non c’è stata. Va quindi attribuita alle imprese e non ai lavoratori.
Per gli anni 2025, 2026 e 2027 l’inflazione è
calcolata rispettivamente a. +1,5%, +2,5% e +2,0%, se la guerra in Iran finisse
ora. Invece, «se la guerra in Iran dovesse prolungarsi, tenendo in campo per
più mesi l’aumento registrato da petrolio e gas in media a marzo (pari a circa
il +40% mensile), l’inflazione in Italia potrebbe salire di vari punti
percentuali». Di conseguenza l’andamento delle retribuzioni reali appare preoccupante.
Inoltre c’è da attendersi un prossimo aumento dei prezzi dei beni durevoli,
che – diversamente da quelli energetici o da quelli alimentari – riflettono i
rincari dell’energia con circa sei mesi di ritardo e che pertanto potrebbero
finire col compromettere ulteriormente il potere d’acquisto dei salari.
«La variazione dei prezzi finali dei
beni di consumo è da tempo più moderata dei corrispondenti prezzi nella fase
della produzione, misurati al cancello della fabbrica» e questo indica con
chiarezza una debolezza della domanda e quindi una difficoltà, da parte
delle famiglie di lavoratori dipendenti, a mantenere i livelli di acquisto
degli anni passati.
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