A Palermo "due operai sono morti precipitando da una gru"

 A Palermo due operai sono morti precipitando da una gru: lavoravano in nero e senza imbracature.

La concezione comunista del mondo ha gli occhi rivolti al futuro. E’ strumento di organizzazione per far andare avanti la società non asservendosi alle aziende 

di Laura Tussi

Grave incidente sul lavoro oggi a Palermo, dove due operai sono morti dopo essere precipitati da una gru durante lavori di ristrutturazione di un edificio in via Ruggero Marturano.

Le vittime, un uomo di 50 anni e uno di 41, si trovavano su un cestello a circa dieci piani di altezza quando, secondo le prime ricostruzioni, il braccio della gru si è spezzato provocando la caduta nel vuoto per decine di metri. I due lavoratori sono morti sul colpo.

Il cestello è precipitato sulla tettoia di un’attività commerciale sottostante, coinvolgendo anche un dipendente rimasto ferito e trasportato in ospedale. Altri presenti si sarebbero salvati per circostanze fortuite, grazie alla presenza di pneumatici che hanno attutito l’impatto.
Dalle prime indagini emerge un elemento particolarmente grave: i due operai lavoravano in nero, senza contratto e senza risultare iscritti agli enti previdenziali del settore edile.
Secondo alcune testimonianze e verifiche in corso, potrebbero inoltre non essere stati dotati dei necessari dispositivi di sicurezza, come le imbracature previste per lavori in quota.

La Procura ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo: risultano indagati il titolare della ditta per cui lavoravano gli operai e il committente dei lavori. Gli investigatori stanno accertando lo stato di manutenzione della gru, le responsabilità nella gestione del cantiere e il rispetto delle norme di sicurezza. 
Sul luogo della tragedia sono intervenuti vigili del fuoco, sanitari del 118 e forze dell’ordine. Sindacati e istituzioni hanno espresso cordoglio, chiedendo più controlli e misure concrete per fermare quella che viene definita una vera emergenza nazionale: le morti sul lavoro.
Ancora una volta, una giornata di lavoro si è trasformata in tragedia. E ancora una volta emergono condizioni di precarietà, irregolarità e carenza di sicurezza che continuano a colpire i lavoratori più vulnerabili.

La morte dei due operai a Palermo, precipitati da una gru mentre lavoravano in nero e senza imbracature, non è una tragica fatalità. È un fatto politico. È la manifestazione brutale di un sistema che considera la vita dei lavoratori sacrificabile, subordinata al profitto, alla fretta, al risparmio su ciò che invece dovrebbe essere intoccabile: la sicurezza, la dignità, l’esistenza stessa delle persone.

Un’imbracatura costa pochissimo. Una vita umana non ha prezzo. Eppure, ogni anno, centinaia di lavoratori muoiono nello stesso modo: cadono, vengono schiacciati, soffocati, bruciati. Non sono “incidenti”. Sono omicidi sul lavoro. Omicidi che si consumano dentro un’organizzazione produttiva che troppo spesso scarica i costi sulla pelle dei più deboli, dei ricattabili, di chi è costretto ad accettare condizioni indegne pur di sopravvivere.

La visione socialista del mondo parte da qui: dal rifiuto radicale di questa barbarie quotidiana. Parte dall’idea che la dignità delle persone debba essere il fondamento di ogni organizzazione sociale ed economica. Non un principio astratto, ma una pratica concreta: sicurezza, diritti, salario giusto, stabilità, partecipazione.

Raccontare questi fatti significa assumersi una responsabilità. Significa fare come fa la Resistenza: dire la verità. Non una verità neutra, ma una verità che illumina i rapporti di forza, che smaschera le ingiustizie, che restituisce voce a chi non ce l’ha. Una verità che si colloca dentro una concezione comunista del mondo, capace di leggere il presente non come destino, ma come terreno di trasformazione.

La Resistenza non è solo memoria storica. È metodo, è pratica, è progetto. Parla del presente con gli occhi rivolti al futuro. Indica una direzione: organizzarsi, unirsi, costruire forza collettiva.

Perché il punto decisivo è questo: nessun lavoratore, da solo, riesce a cambiare la propria condizione. La solitudine è il primo alleato dello sfruttamento. Il ricatto individuale è la leva con cui si impongono il lavoro nero, l’assenza di sicurezza, la rinuncia ai diritti.

È qui che entra in gioco il lavoratore avanzato. Colui che non si limita a subire, ma comincia a comprendere. Che non accetta la normalità dell’ingiustizia. Che prova a fare un passo in più. Ma questo passo, da solo, non basta.

Occorre trasformare la consapevolezza individuale in organizzazione collettiva.

I passi concreti sono chiari, anche se tutt’altro che semplici da realizzare. Si tratta, innanzitutto, di rompere il silenzio nei luoghi di lavoro, di iniziare a parlare con i colleghi, condividendo condizioni, difficoltà e problemi che troppo spesso vengono vissuti in solitudine. Significa anche rifiutare la normalizzazione del rischio, denunciare con determinazione l’assenza dei dispositivi di sicurezza e pretendere il pieno rispetto delle norme.

Allo stesso tempo, è fondamentale costruire legami di solidarietà tra lavoratori, anche a partire da piccoli gesti, superando quella competizione che viene imposta per dividere e indebolire. Organizzarsi, sul piano sindacale e politico, diventa allora un passaggio decisivo: non come atto formale, ma come strumento concreto di difesa e di lotta.

Occorre inoltre sostenere e sviluppare forme di controllo collettivo nei luoghi di lavoro, affinché la sicurezza non sia delegata, ma vissuta e praticata quotidianamente da chi lavora. E, soprattutto, è necessario collegare le singole vertenze a una visione più ampia, capace di mettere in discussione l’intero modello produttivo fondato sul profitto.

Le aziende, i luoghi della produzione, rappresentano oggi il terreno decisivo. È lì che uomini e donne si incontrano ogni giorno per far funzionare la società. Ed è proprio lì che può nascere una nuova organizzazione collettiva, capace di trasformare i rapporti di forza esistenti.

La visione socialista non si limita a denunciare. Costruisce. Immagina e pratica un mondo in cui il lavoro non sia sfruttamento, ma realizzazione; in cui la tecnologia non serva ad aumentare i profitti di pochi, ma a ridurre la fatica di tutti; in cui la sicurezza non sia un costo, ma un diritto assoluto.

Le morti di Palermo gridano giustizia. Ma chiedono anche qualcosa di più: chiedono organizzazione, coscienza, lotta.

Perché finché un solo lavoratore morirà per mancanza di un’imbracatura, non sarà solo una tragedia. Sarà la prova che questo sistema deve essere cambiato dalle fondamenta.

E questo cambiamento non verrà dall’alto. Verrà da chi lavora. Da chi resiste. Da chi decide, insieme, di non accettare più.

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