Dal 25 aprile 1994 ai nostri giorni
di Tiziano Tussi
Il 25 aprile 1994 vi fu una manifestazione imponente, il numero dei partecipanti veniva calcolato dai trecentomila in su. A Milano, sotto un’acqua pesante, un corteo infinito. Era appena iniziata l’epoca di Berlusconi al Governo, che si era presentato alle elezioni politiche di circa un mese prima,con la Lega al nord e con Alleanza Nazionale al sud. In aprile si era nel limbo della formazione del governo di destra.
Il Manifesto (giornale quotidiano) lanciò un appello per una grande manifestazione a Milano. Raccolto con entusiasmo e portata a termine. Ma, come disse D’Annunzio, cosa fatta capo ha.(derivazione dantesca). Io allora scrivevo anche sul giornale Nuova Unità.
Era l’organo di stampa del PCd’I (m-l). Il direttore di allora, Carla Francone, pubblicò due interventi su quella manifestazione, il suo, di partecipazione, il mio di assenza dalla stessa (In piazza il 25 aprile, perché No) Un atto di larga concezione democratica, soprattutto pensando alla fonte della pubblicazione. Ho rivisto ora il video di quello che era stato il corteo e le parole e gli atti di quella giornata.
Sono passati 32 anni da allora e pare non sia cambiato nulla,se non nell’estetica dei partecipanti e nelle parole usate, al passo di quei tempi.
Domande della giornalista sul senso della manifestazione e risposte quali “perché non accada di nuovo” (il fascismo, logicamente), “per ricordare alle giovani generazioni”, “contro il governo”. Passa Bossi, anche lui in corteo, e giù fischi ed improperi, Bossi scortato da un servizio d’ordine; si vede anche Napolitano, vari politici di centro, Rosy Bindi, e genericamente democratici.
La piazza si scalda quando passano personaggi non sopportati. Io non ero andato
per queste e altre ragioni simili. Una manifestazione che era possibile prevedere
nei suoi aspetti macroscopici e che si situava proprio all’inizio del periodo
di ubriacatura berlusconiana del nostro Paese, con il PCI che si era già diviso,
le elezioni perse dai progressisti e vinte da un improvvisato politico, con un
pastrocchio di alleanza elettorale. Un Paese che aveva virato a destra. Allora
come ora.
Da allora, sempre ogni anno, nei cortei del 25 aprile, anche quelli più vicini al nostro tempo, specialmente l’ultimo, uno sbracciarsi per farsi notare, per essere sempre più a sinistra, da parte di minuscole briciole di un ambito vasto di sinistra, oramai spento.
Ecco, quindi, la questione della Brigata Ebraica,delle bandiere dell’Ucraina, di quelle dello Scià di Persia, nella figura di suo figlio, ed anche dello stato di Israele.In aggiunta le fotografie di Trump e Netanyahu.
Come se il ricordo dei combattimenti della prima avesse qualche cosa da spartire, storicamente, con gli altri simboli che ho ricordato.Così tutto assieme in uno yogurt politico indifferenziato.
Ognuno poi recita la sua parte: il movimento ebraico facendo la vittima e pretendendo riparazione come se Israele di oggi fosse sinonimo di pace e resistenza all’ oppressore (quale, poi),come se i rappresentati della diaspora ebraica fossero dei democratici anche verso il loro Paese ed il governo attuale. Come se… Insomma, un balletto che si misura sui numeri sempre alti di partecipanti e che fanno dire ad ognuno che essere in piazza è importante perché…
Per poi, nelle settimane e mesi a seguire non si ritornasse a comportamenti timidi e tardivi su ogni cosa. Come se la radicalità di pensiero e di azione fosse da screditare totalmente, facendo di ogni avvenimento radicale un attentato alla Costituzione, allo stato,alla democrazia.
Quindi avanti con questa “pappa del cuore” (Hegel) per stare in uncatino nel quale vi è sempre meno acqua. Cambiano le facce male parole ed i comportamenti sono sempre molto simili. Manca un “gesto naturale” che faccia capire che è possibile invertire la rotta nella bonaccia politica in cui siamo tutti inzuppati.
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