Giornalismo, etica e dignità, una lotta secolare
Giornalismo, etica e dignità, una lotta secolare
Sergio Ferrari
Traduzione a cura del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati
A poche settimane dal Congresso Mondiale della Federazione Internazionale
dei Giornalisti (IFJ) a Parigi tra il 4 e il 7 maggio, questa intervista con
Anthony Bellanger, il suo segretario generale, ripercorre la storia della
Federazione, presenta una radiografia della situazione attuale del giornalismo
e avanza ipotesi di futuro per difendere la professione e il suo contributo
alla democrazia. Le sue riflessioni, alla vigilia della celebrazione del
centenario di tale organizzazione, appaiono anche in “Una voce per informare il
mondo - Un secolo di combattimenti e solidarietà”. Coordinata dallo stesso
Bellanger e da Florence Le Cam, professoressa dell'Università Libera di
Bruxelles (ULB), quest'opera ritrae un secolo di lotte per la libertà di stampa
e i diritti dei giornalisti.
Anthony Bellanger (AB): In effetti. Il 13 giugno 1926, quando i sindacati dei giornalisti di tutto il mondo si riunirono a Parigi su invito del Sindacato dei Giornalisti Francesi per creare la nostra Federazione, l'idea poteva sembrare audace: organizzare su scala mondiale una professione che già allora si definiva per la sua indipendenza. Questa scommessa si è rapidamente imposta come una necessità. Di fronte ai poteri politici, militari ed economici, i giornalisti hanno compreso che possono difendere il loro mestiere solo se lo fanno insieme. Un secolo dopo, quella visione è ancora attuale. La storia della IFJ è quella di una lotta permanente in difesa di una professione essenziale per la democrazia, ma costantemente esposta a pressioni, violenze e tentativi di controllo.
Giornalismo in
tempo di guerra
La IFJ nasce nel periodo tra le due guerre… Oggi viviamo un'altra esplosione
bellica in molte regioni del mondo. Le sfide rimangono le stesse per i
lavoratori e le lavoratrici dei media?
AB: Sì. In effetti, la IFJ è nata in un momento in cui l'Europa scopriva sia il
potere della stampa che la sua fragilità. I giornalisti volevano proteggere la
loro autonomia professionale, ma anche affermare che l'informazione non è una
semplice merce. Essa costituisce un bene pubblico. Fin dai suoi primi anni, la
Federazione ha agito su vari fronti. Sostenendo il riconoscimento dello status
professionale dei giornalisti, difendendo l'idea di una Carta Internazionale
della stampa e ponendo le basi per una deontologia comune. L'obiettivo è stato
chiaro: distinguere l'informazione professionale dalla propaganda e dalle
manipolazioni politiche. Quando i regimi autoritari si stabilirono in Europa
negli anni '30, la IFJ si confrontò con le sue prime grandi prove. Ad esempio,
escluse l'organizzazione della stampa tedesca quando questa adottò regole
antisemite imposte dal regime nazista. Questo gesto simbolico ricorda una linea
che non cambierà mai: un sindacato di giornalisti non può accettare la
discriminazione o la censura come norma.
AB: La situazione in Palestina, e in particolare a Gaza, da ottobre 2023, è stata una delle prove più gravi per la nostra organizzazione. Il numero di giornalisti assassinati lì ha raggiunto un livello senza precedenti e le condizioni di lavoro sono estreme. Ma, sfortunatamente, questo non è l'unico fronte. I giornalisti vengono assassinati anche in Ucraina, Messico, Sudan, Yemen, Iran o Filippine. Quello che Gaza rivela, in modo brutale, è una tendenza globale: nei conflitti moderni, controllare l'informazione diventa un obiettivo strategico, e i giornalisti pagano il prezzo. È per questo che la IFJ sostiene una Convenzione Internazionale vincolante che garantisca la protezione degli uomini e delle donne di stampa.
Torniamo alla storia della Federazione, in quel momento tra le grandi guerre del ventesimo secolo.
AB: Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il movimento internazionale dei giornalisti si fratturò come prodotto della Guerra Fredda. Due organizzazioni rivali si contendevano la rappresentanza mondiale della professione. Nonostante queste divisioni ideologiche, la IFJ ha continuato con il suo lavoro di base: difendere la libertà di stampa, migliorare le condizioni lavorative e rafforzare la solidarietà tra i giornalisti. Con l'ondata di decolonizzazione, si è aperta progressivamente all'Africa, all'Asia e all'America Latina.
Questo movimento ha trasformato profondamente l'organizzazione, che ha smesso
di essere una federazione prevalentemente europea per diventare una vera rete
mondiale. In queste regioni, spesso segnate da dittature o conflitti, la
Federazione svolge un ruolo discreto ma determinante e diritto del pubblico a
un'informazione affidabile.
Organizzazione
veramente mondiale
Questa trasformazione della IFJ è un cambiamento essenziale nella sua storia
istituzionale.
AB: È vero che si è trasformata profondamente. Originariamente molto europea,
oggi è un'organizzazione davvero mondiale, con una presenza particolarmente
forte in America Latina, Africa e Asia, dove i sindacati dei giornalisti spesso
svolgono un ruolo essenziale nella difesa della professione e della libertà di
stampa. E, quindi, della democrazia stessa.
AB: In effetti. E voglio sottolinearlo: il futuro della nostra Federazione non ammette tensioni tra membri di una regione contro un'altra. Le sfide che affrontano i giornalisti -- precarizzazione, concentrazione dei media, violenza, pressioni politiche o persino l'impatto dell'intelligenza artificiale -- sono attualmente globali. La nostra forza risiede, precisamente, nel connettere queste realtà, creare solidarietà tra i continenti e difendere standard comuni per la professione.
Un altro momento essenziale della storia della professione si colloca alla fine del secolo scorso…
AB: Sì. A partire dagli anni '90 si impone una realtà brutale: il giornalismo diventa uno dei mestieri più pericolosi del mondo. La IFJ inizia allora a raccogliere sistematicamente nella sua "Killed List" i nomi dei giornalisti assassinati nell'esercizio della loro professione. Il bilancio è vertiginoso: più di tremila giornalisti e operatori dei media sono stati assassinati in trentacinque anni. Contrariamente a una credenza diffusa, la maggior parte di loro non è morta sui campi di battaglia. Furono assassinati per aver indagato sulla corruzione, il crimine organizzato o gli abusi di potere. Di fronte a questa violenza, la Federazione sviluppa strumenti concreti. Ha creato un Fondo Internazionale di sicurezza destinato a sostenere i giornalisti minacciati e le loro famiglie. Organizza formazioni sulla protezione e la sicurezza nelle zone di conflitto e svolge un costante lobbying presso le istituzioni internazionali per porre fine all'impunità. Inoltre, nel 2006 e poi nel 2015, la sua azione ha contribuito all'adozione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di due risoluzioni (1738 e 2222). Entrambe condannano gli attacchi contro i giornalisti nei conflitti armati.
Presente complesso, sfide future
AB: La nostra Federazione non si limita a difendere i giornalisti, ma difende
anche il giornalismo stesso. Nel 1954 adottò la Dichiarazione di Bordeaux, il
primo codice deontologico internazionale del giornalismo. Questo testo afferma
principi semplici ma essenziali: ricerca della verità, rispetto per i fatti,
protezione delle fonti, rifiuto della manipolazione. Questi principi sono stati
aggiornati nel tempo, fino all'adozione della Carta Mondiale di Etica dei
Giornalisti a Tunisi nel 2019. La stessa tiene conto delle nuove sfide
dell'ambiente digitale, dei social media e delle pressioni economiche (https://www.ifj.org/es/quien/reglas-y-politica/carta-mundial-de-etica-para-periodistas). In un mondo saturo di
informazioni e disinformazione, questa questione dell'etica è diventata
centrale. Senza credibilità, il giornalismo perde la sua funzione sociale.
AB: Attualmente, il giornalismo attraversa una crisi profonda. I modelli economici dei media si stanno sgretolando, le redazioni diventano precarie e le grandi piattaforme digitali, così come i giganti tecnologici, catturano la maggior parte delle entrate pubblicitarie. Allo stesso tempo, i regimi autoritari non esitano più ad attaccare apertamente i giornalisti. I processi abusivi, le campagne di molestie online e la sorveglianza digitale sono diventati strumenti comuni per intimidire i giornalisti. Le rivelazioni sui programmi spia utilizzati contro i giornalisti, o le cause contro i denuncianti, mostrano che la battaglia per la libertà di stampa non si combatte più solo nelle redazioni. Si gioca anche nei tribunali, nei parlamenti e nello spazio digitale.
Si percepisce, negli ultimi mesi, una profonda rottura dell'ordine mondiale
-basato sulle istituzioni dell'ONU- e del multilateralismo. Questo richiede di
ripensare il ruolo del giornalismo da nuove prospettive?
AB: Sì, molto chiaramente. Il mettere in discussione il multilateralismo e l‘indebolimento
delle istituzioni internazionali cambiano profondamente l'ambiente in cui
lavorano i giornalisti. Da diverse decadi, esisteva almeno un quadro di
riferimento --Nazioni Unite, diritto internazionale, alcune norme condivise--
che serviva da punto di appoggio per difendere la libertà di stampa e la
protezione dei giornalisti. Attualmente, questo quadro è sempre più messo in
discussione o ignorato da alcuni Stati. In questo contesto, il ruolo del
giornalismo diventa ancora più centrale: documentare i fatti, verificare i
discorsi di potere e ricordare le norme internazionali che alcuni cercano di
indebolire. Questo obbliga anche la professione a ripensare certe pratiche: rafforzare
le collaborazioni transnazionali, proteggere meglio i giornalisti dalle minacce
digitali e fisiche e difendere più attivamente l'indipendenza economica ed
editoriale dei media. In un mondo in cui le relazioni di potere tornano a
occupare il primo piano, il giornalismo rimane uno dei pochi contrappesi capaci
di rendere visibili e, quindi, discutibili, le azioni degli Stati.
AB: La nostra missione è più attuale che mai. Non solo difendere una professione, ma ricordare a tutti che la libertà di stampa è inseparabile dalle condizioni di lavoro dei giornalisti.
Un giornalista precario, minacciato o isolato, non può svolgere correttamente il suo compito. La qualità dell'informazione dipende quindi anche dalla protezione sociale, dall'indipendenza professionale e dalla solidarietà tra i giornalisti. È, senza dubbio, la principale lezione di questo secolo di storia: l'esercizio del giornalismo non è mai totalmente garantito. Deve essere difeso, organizzato e protetto. In un momento in cui la disinformazione si diffonde e i giornalisti sono bersaglio di attacchi in molti paesi, questa lotta è più necessaria che mai. Perché informare non è solo un mestiere. È anche una condizione della democrazia.
Nella situazione mondiale attuale così complessa, qual è l'importanza dell'evento che la IFJ convoca a Parigi a maggio? Ci sono decisioni strategiche da prendere?
AB: Il congresso si svolgerà in un momento particolarmente critico per la
professione. I giornalisti si trovano ad affrontare un accumulo di crisi:
guerre, deviazioni autoritarie, pressioni economiche sui media e rapide
trasformazioni tecnologiche. In questo contesto, il congresso sarà innanzitutto
un momento essenziale per riunire i sindacati dei giornalisti di tutto il mondo
e riaffermare una visione comune del ruolo della nostra professione. Avrà anche
una dimensione strategica. I delegati dovranno definire le priorità della
Federazione per i prossimi anni: rafforzare la protezione dei giornalisti nelle
zone di conflitto, continuare l’azione di lobbying per un accordo
internazionale vincolante alle Nazioni Unite, difendere i diritti sociali di
fronte alla precarizzazione della professione e rispondere alle sfide poste
dall'intelligenza artificiale. In fondo, la sfida del congresso è semplice:
adattare l'azione collettiva dei giornalisti a un mondo che diventa sempre più
instabile, mantenendo allo stesso tempo i principi fondamentali della
professione: indipendenza, solidarietà internazionale e diritto del pubblico a
un'informazione affidabile.
Sergio Ferrari
Journaliste
RP/periodista RP
Tel: (00 41)
078 859 02 44
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