La memoria della Resistenza vive ancora: la lezione della Repubblica dell’Ossola tra libertà, giustizia e pace. Il ricordo di Michele Fiore, il comandante Mosca
La memoria della Resistenza vive ancora: la lezione della Repubblica dell’Ossola tra libertà, giustizia e pace. Il ricordo di Michele Fiore, il comandante Mosca
Attraverso il racconto di Michela Fiore, presidente della sezione Stadera-Gratosoglio dell’ANPI e figlia del partigiano Michele Fiore, conosciuto come “Mosca”, tra i fondatori della Repubblica dell’Ossola, e attraverso la memoria di Sandra Gilardelli, staffetta partigiana e oggi testimone centenaria di quella stagione storica, emerge il volto umano della Liberazione: fatto di sacrifici quotidiani, coraggio silenzioso, scelte difficili e ideali profondi.
Le loro parole restituiscono il significato autentico della lotta partigiana e ricordano alle nuove generazioni che la libertà non è mai una conquista definitiva, ma un valore da difendere ogni giorno. In questa intervista realizzata da Laura Tussi per Unimondo – Atlante delle Guerre, il passato dialoga con il presente e consegna ai giovani il testimone di una memoria che deve restare viva.
Michela, lei è figlia di due protagonisti della Resistenza. Che tipo di racconti ha ascoltato in famiglia durante la sua crescita?
I miei genitori mi hanno sempre parlato di quel periodo tanto importante della loro vita. Subito dopo la fine della guerra quelli che erano stati compagni di lotta sono diventati grandi amici, e hanno continuato a frequentarsi sia in occasione delle varie celebrazioni sia anche solo per il piacere di stare insieme. Infatti, molti di loro si riunivano nella nostra casa di campagna che si trovava proprio in quei luoghi dove la Cesare Battisti, formazione alla quale appartenevano i miei genitori, operava. Ho avuto, quindi, la fortuna di crescere in mezzo ai partigiani e di sentire i loro racconti, che mi hanno sempre molto affascinato. Ovviamente, da bambina mi sembrava di ascoltare storie avventurose, poi, crescendo, mi sono resa conto che quelle non erano semplici storie, ma Storia e, soprattutto, ho preso coscienza dell’importanza che quella Storia ha avuto nella nascita e crescita della nostra democrazia.
Suo padre, Michele Fiore, conosciuto come “Mosca”, entrò nella Brigata Cesare Battisti subito dopo l’8 settembre 1943. Che cosa l’ha colpita di più della sua esperienza partigiana?
Mio padre era un tipo abbastanza schivo, mi raccontava, rispondeva alle mie domande, ma mai con enfasi. Faceva sembrare tutto molto normale. Mi piaceva molto ascoltare quella che era la sua vita quotidiana, nelle baite in mezzo alle montagne, con le difficoltà per reperire cibo, vestiti, legna per il fuoco. E poi le azioni per procurarsi le armi, o per difendersi dalle incursioni dell’esercito nazifascista. Quello che mi colpiva maggiormente era pensare a quanti sacrifici era costretto a subire un ragazzo di poco più di vent’anni, con le idee già molto chiare e la necessità di maturare in fretta. Perché spesso era necessario prendere decisioni e prenderle in fretta e poi sperare che la fortuna facesse la sua parte e consentisse di portare a casa la pelle.
Il ruolo di intendente che suo padre ricopriva era fondamentale per la vita delle formazioni partigiane. Come le ha descritto questo incarico?
L’intendente, che faceva parte del comando della brigata, era colui che custodiva i ruolini, piccoli taccuini nei quali erano scritti i veri nomi dei partigiani, che solo i comandanti conoscevano; infatti, era necessario dotarsi di un nome di battaglia per evitare rappresaglie contro le famiglie. I ruolini erano, quindi, documenti molto preziosi, da difendere a costo della vita, perché se fossero finiti nelle mani sbagliate, avrebbero consentito di individuare i famigliari di quelli che erano considerati banditi, con conseguenze facilmente immaginabili. Inoltre, come intendente aveva anche la custodia della cassa della formazione, che serviva per pagare la legna, per comprare un po’ di cibo, anche se, spesso, la popolazione civile e i contadini aiutavano come potevano i partigiani, con i pochi mezzi che avevano. Aveva anche il compito di trattare gli acquisti di quel poco che riuscivano a comprare, e, da quanto raccontavano i suoi compagni di brigata, aveva una certa abilità nelle contrattazioni, e anche una discreta sfacciataggine. La Cesare Battisti era una formazione mista, non aveva un colore politico, al suo interno si trovavano comunisti, socialisti, cattolici, repubblicani, persino un monarchico; non percepiva, quindi, alcun contributo da partiti. Per procurarsi quei pochi soldi per il sostentamento organizzavano, in accordo con il CLN, la fuoriuscita in Svizzera di chi aveva la necessità di fuggire, fossero essi prigionieri alleati, ebrei, disertori od oppositori politici.
Suo padre fu ferito e fatto prigioniero due volte. Le ha mai raccontato quegli episodi? Che segno hanno lasciato nella sua memoria familiare?
Me ne ha sempre parlato. Venne ferito a Intra, durante un agguato ad un pattuglione di fascisti che, a tarda sera, rientrava nella propria caserma. Era appostato dietro un muro con alcuni suoi compagni in attesa di prendere alle spalle i militi, per spogliarli di armi e scarpe, quando un giovane partigiano, in maniera del tutto avventata, si è lanciato urlando davanti alla pattuglia, che ha cominciato a sparare. Una pallottola ha colpito mio padre, entrando dal collo ed uscendo dalla schiena, senza, tuttavia, ledere nessun organo vitale, né la spina dorsale.
Rendendosi conto di essere ferito, ha camminato per quasi tre chilometri, per recarsi a casa di un farmacista che aiutava i partigiani. Indossava un passamontagna che si era completamente intriso di sangue. Arrivato a destinazione, ha suonato il campanello e si è tolto il passamontagna; la domestica del farmacista, alla vista di quel volto completamente ricoperto di sangue, è svenuta. Poi il farmacista lo ha portato da un medico amico, che ha curato le ferite e lo ha affidato ad una famiglia di contadini che, nutrendolo con uova, polenta, riso e latte, ha fatto sì che dopo 15 giorni fosse già di ritorno tra i suoi compagni, completamente ristabilito.
La prima volta che venne fatto prigioniero si trovava a Cannobio, che era stata occupata dai partigiani una settimana prima; il 9 settembre del 1944, era mattino molto presto, la cittadina tornò nelle mani dei fascisti. Mio padre venne svegliato dagli spari e tentò la fuga, ma si ricordò che nella stanza che occupava erano rimasti i famosi ruolini con i veri nomi dei partigiani e i soldi della formazione. Tornò sui suoi passi, recuperò la scatola nella quale erano custoditi, la avvolse nel suo foulard e, arrampicandosi sul tetto, nascose il tutto sotto una tegola vicino al camino. Questo gli costò la cattura da parte della milizia fascista, insieme ad altri sette suoi compagni.
Vennero portati su una barca, prima a Luino e poi a Varese. Fortunatamente, i partigiani avevano catturato a loro volta dei fascisti e, a seguito di uno scambio di prigionieri, poté raggiungere i suoi compagni che, nel frattempo, avevano conquistato Domodossola.
La seconda volta venne fatto prigioniero a Milano, a causa di una soffiata; si trovò i fascisti che lo attendevano fuori dal portone della casa in cui era alloggiato, in Via San Maurilio, e venne portato prima a San Vittore, poi, dopo qualche tempo, alle Carceri Nuove di Torino, dalle quali uscì il 26 aprile del 1945, giorno della liberazione della città.
Tutte queste vicende ci hanno insegnato che il destino è imperscrutabile, che quando tutto sembra perduto, ci può essere sempre qualcosa o qualcuno che cambia le sorti della tua vita; ma che anche la fortuna gioca un ruolo importante.
Che significato aveva per lui quella breve stagione di libertà rappresentata dalla Repubblica dell’Ossola?
L’esperienza della Repubblica dell’Ossola ha avuto, per mio padre come per tutti, una rilevanza fondamentale. Innanzitutto, ha dato la prova che una Italia migliore, perché libera e democratica, era possibile. È stata una sorta di prova generale di quello che poi sarebbe successo dopo la liberazione; ha consentito di provare la sensazione di un governo popolare e partecipativo, seppur provvisorio; ha dato un ulteriore stimolo alla voglia di battersi per tutti quegli ideali che avevano spinto tanti giovani e meno giovani a rifiutare il fascismo e l’occupazione nazista e ad organizzarsi per raggiungere questi obiettivi.
Dopo la caduta della Repubblica dell’Ossola, suo padre si rifugiò in Svizzera. Che cosa sa di quel periodo di esilio?
Quello che maggiormente traspariva di quel periodo era il grande sentimento di insofferenza. Molti dei suoi compagni erano finiti in campo di concentramento o, comunque, erano in una situazione di costrizione. Mio padre non si sottopose mai a tale condizione; rimase per alcuni giorni nascosto a Lugano in casa Caracciolo (Carlo Caracciolo, che poi divenne il noto editore, aveva fatto parte, giovanissimo, della Cesare Battisti); poi non volle approfittare ulteriormente dell’ospitalità e si diede alla macchia, restando, di fatto, latitante e sempre sfuggendo alla polizia svizzera. Tant’è che durante una manifestazione a Cannobio negli anni Settanta, ricordo l’incontro tra mio padre e colui che all’epoca era il capo della polizia di Lugano, il quale gli disse che ancora a quel tempo il suo nome era iscritto nel libro nero della polizia svizzera. La cosa, ovviamente, scatenò l’ilarità dei presenti.
Tornato a Milano, collaborò con l’OSS. In famiglia si parlava di questa esperienza? Che valore aveva per lui il riconoscimento ricevuto?
Il capo del CLN di Lugano, visto che la permanenza di mio padre in quella città non era più sostenibile, decise di mandarlo a Milano, dove in un primo tempo collaborò con il CLN Alta Italia ed il Comando Piazza di Sergio Kasman, poi iniziò a lavorare per i servizi segreti alleati. Doveva, in abiti borghesi, girare per la Lombardia come un normale cittadino, ed informare gli alleati dei movimenti delle truppe nazifasciste. Di quel periodo, tuttavia, non ha mai parlato molto, e neppure del “certificato di apprezzamento” che il comando alleato gli rilasciò il 22 dicembre 1945. D’altronde a mio padre non è mai interessato alcun attestato, tanto da rifiutare, insieme all’intero comando della sua brigata, la medaglia di bronzo al valore che gli era stata assegnata, ritenendo che le onorificenze andrebbero assegnate soltanto ai caduti.
Anche sua madre, Sandra Gilardelli, fu staffetta partigiana. Che tipo di donna era e come viveva il suo impegno nella Resistenza?
Mia madre era cresciuta in una famiglia profondamente antifascista; a causa dei pesanti bombardamenti su Milano era sfollata in un villaggio sopra Verbania. Quando, dopo l’8 settembre, si è resa conto che sulle montagne nei dintorni si stavano formando le prime bande partigiane, le è sembrata una cosa naturale, alla prima occasione, chiedere di collaborare proprio con la Brigata Cesare Battisti, che aveva un comando nel paese vicino a dove era sfollata.
Con il sostegno dei propri genitori e della propria famiglia, ha cominciato a svolgere incarichi come staffetta, portando missive tra il comando della Cesare Battisti ed il CLN di Verbania; ha collaborato con il medico della formazione curando i feriti, procurando disinfettanti, ha anche assistito ad una vera e propria operazione chirurgica, aiutando il medico ad intontire il ferito con del liquore; ha messo a lavorare tutte le donne della sua famiglia per confezionare calze e bende per i partigiani.
Facendo tutto ciò, ha continuato a fare vita normale, cercando di non dare troppo nell’occhio; si muoveva per incontrare i partigiani e ricevere gli incarichi o consegnare la merce alla mattina molto presto o alla sera tardi, con il favore delle tenebre.
I suoi genitori si conobbero durante la guerra. Che storia le hanno trasmesso di quell’incontro in un momento così drammatico?
È una storia tenera, con risvolti quasi comici, anche se il momento non era certo dei migliori.
Mia madre, anche se apparteneva alla stessa formazione, non aveva mai incontrato mio padre, Mosca, ma ne aveva sentito parlare. La prima volta che l’ha visto era vestito con una divisa delle SS, tanto che (erano le sette di una domenica mattina) era corsa a svegliare i suoi genitori dicendo che la casa era circondata dai nazisti.
Subito dopo si sono resi conto che si trattava di un falso allarme, perché alcuni partigiani che mia madre conosceva molto bene, si erano avvicinati a quel giovane chiamandolo “Mosca”. Avevano organizzato un posto di blocco poiché attendevano un carico di armi.
Più tardi, uscendo da messa, mia madre si è accorta che suo padre stava parlando con Mosca; si è quindi avvicinata mentre una sua amica ed il fidanzato chiedevano, visto il posto di blocco, il permesso di scendere al paese vicino per comprare il pane della settimana con la tessera annonaria; permesso accordato.
Anche mia madre chiedeva timidamente di poter passare il posto di blocco per andare a prendere il pane, ma si vedeva negare il permesso perché, secondo Mosca, avrebbe potuto avvisare i fascisti della loro presenza. Parole molto dure, ma, come riferisce mia madre, dette con una dolcezza nello sguardo, che l’ha fatta innamorare all’istante.
Nel periodo successivo, quando Mosca passava dal villaggio, annunciato dallo sferragliare della sua macchina, mia madre si faceva trovare seduta su un muretto o su una panchina a leggere; lui si fermava e chiacchieravano del più e del meno.
Poi, per le vicende sopra descritte, Mosca sparisce, mia madre non ne sa più nulla, ma a luglio del 1945, a guerra ormai finita, si ritrovano e non si lasciano più.
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