Dalla psicologia sociale alla psicoanalisi politica.

 

Dalla psicologia sociale alla psicoanalisi politica.

di Laura Tussi



La teoria psicoanalitica funziona come meccanismo ad incastro con la sua pratica: la terapia, che in Freud è molto influenzata dai suoi primi pazienti, tutti appartenenti a ceti sociali medio alti e da cui emerge una visione pessimistica della civiltà, cui fa riscontro la possibilità di superarne i condizionamenti non attraverso l’ascesa sociale, ma grazie a una consapevolezza stoica del negativo.

Per Freud, la società è mutilante, ma offre, con la cultura, un soccorso all’uomo per risanarlo dalle menomazioni pulsionali inferte dalla società.

Accettare come inevitabile il disagio della civiltà, sublimarlo nella produzione culturale, delinea la figura ideale della dottrina freudiana: l’intellettuale, particolare che aggiunge al sapere e alla tecnica un patrimonio di saggezza. Freud, come intellettuale ebreo, propone alla borghesia viennese in crisi d’identità, le strategie adattative di una minoranza emarginata, ma che non aveva mai perduto l’identità culturale e la capacità di autorappresentazione, pur dando per scontato la marginalità della sua collocazione, l’impossibilità di agire nellambito del sociale in presa diretta, di essere un protagonista degli eventi.
L’analisi è caratterizzata dalla ripetizione ritualizzante che richiede di rievocare, rivivere, interpretare, in una economia privata, retta da uno scambio duale, tipico della prestazione professionale: competenza contro denaro.

Con Jung abbiamo poi visto che l’insediamento della psicanalisi nell’istituzione psichiatrica universitaria comporta una graduale trasformazione del suo congegno teorico. La figura di riferimento non è più allora l’intellettuale prestatore d’opera privato, ma il grande funzionario di un intero ideale che, sapiente, saggio, potente, è in grado di indicare come possano convivere senza antagonismi società ed individuo.

Quando la psicanalisi verrà a contatto con pazienti appartenenti a ceti diversi, si assisterà a enormi mutamenti nella sua tecnica, nel suo aspetto teorico. Il protagonista della prima lacerazione del 1911, all’interno del movimento psicanalitico, fu Alfred Adler. Nato a Vienna nel 1870 da commercianti ebrei, si laurea in medicina nel 1895, si converte al protestantesimo nel 1904 e dal 1902 al 1911 fa parte del gruppo psicanalitico riunitosi intorno a Freud.

Nel 1911 fonda la società per la psicanalisi individuale, basata su ideali politici e sociali, che dopo la fine della prima guerra mondiale si impegna in un vasto programma terapeutico e pedagogico di servizi sociali. Nel 1932 si trasferisce negli Stati Uniti e nel 1937 muore improvvisamente.

Freud fu molto duro con lui, lo definì paranoico e la sua teoria un insieme di nomi nuovi per vecchie idee. Nel saggio Per la storia del movimento psicanalitico”, Freud lo accusa di non aver saputo ammettere, come Jung, la centralità della libido e di averle preferito l’aggressività con lo scopo di rendere più accettabile la nuova teoria.
Adler, di idee socialiste, ma moderato, sostiene la necessità che la cura divenga un servizio sociale gratuito per i lavoratori, e si rivolge ad un altro tipo di utenza, il proletariato urbano che si va organizzando nei partiti socialdemocratici, nei sindacati, nelle cooperative.

Nel 1934 con l’avvento del nazismo vengono spazzate via le istituzioni sociale volute da Adler. Egli identifica come interlocutore principale il proletariato che sta avendo una forma di protagonismo storico attraverso il partito socialdemocratico. La prima psicologia sociale si chiama individuale perché avverte il pericolo di trasformarsi in sociologia, perdendo di vista l’unicità dell’individuo, la modalità singola ed irripetibile con la quale ognuno vive i fatti della propria epoca.

Inferiorità e adattamento

La cultura dell’epoca è caratterizzata dal darwinismo sociale per cui l’esistenza è concepita come una lotta che si conclude con la sopravvivenza del più adatto e la sconfitta degli altri.
Adler con la sua teoria dell’inferiorità, cerca di dimostrare che il più adatto non è il più forte, ma il più debole che contiene in sé la spinta al suo ribaltamento, alla superiorità, in quanto l’uomo tende a ipercompensare le proprie deficienze.

Nel 1928 con il saggio Conoscenza dell’uomo” la psicanalisi individuale tenta di esprimersi in una teoria compiuta basata su principi basilari: quello dell’unità per cui ogni essere umano è un tutto unico e indivisibile, quello del dinamismo, per cui la lotta per la superiorità è un principio vitale, e il principio dell’influenza cosmica che tempera l’appartenenza dell’individuo ad un ordine generale, principio di azioni e reazioni tra individuo e ambiente.
Su tutto domina il sentimento di comunità che inserisce l’individuo nella società e nel cosmo.

Il nevrotico è contraddistinto dall’individualismo sfrenato delle sue mete sempre avulse dagli scopi collettivi. Vivendo in una società basata su valori maschili, la lotta per la supremazia viene vissuta anche dalle donne, come proposta virile per la realizzazione delle componenti attive, aggressive della personalità, a discapito di quelle femminili passive.

La spinta evolutiva e essenziale è il dinamismo. La vita, l’unità della personalità, nascono dal fine che ognuno pone a se stesso. Questa visione finalistica, in comune con Jung, minimizza il ruolo della causalità freudiana nella vita psichica. Ammette però che la meta è destinata ad organizzare la nostra psiche e a determinare la nostra storia che si radica nell’inevitabile inferiorità della prima infanzia. Il bambino è imputabile per l’insufficienza organica, la dipendenza funzionale, il bisogno di sicurezza, il non possedere nulla. Il futuro diventa per lui la terra promessa della compensazione, dove la povertà si trasformerà in ricchezza, la sottomissione in dominio, il dolore in gioia. Ogni fine ultimo non ha una realtà oggettiva, ma è una meta fittizia che però deforma il piano di vita dell’inconscio.

La credenza che i buoni vadano in paradiso e i cattivi all’inferno, influenza la condotta dell’individuo, indipendentemente dalla sua realtà. Ogni individuo vive secondo uno stile di vita irripetibile, unico, caratteristico, determinato dal suo corpo, dalle sue predisposizioni, dalla sua storia familiare e sociale, dalla possibilità di elaborare attivamente e di reagire creativamente agli stimoli.

Questo fattore è denominato da Adler il sé creativo. Una piena estrinsecazione del sé creativo dovrebbe portarci all’autorealizzazione, equilibrio ottimale tra le esigenze della comunità e quelle dell’individuo.
La nevrosi si configura invece come il prevalere del polo individuale, a scapito della dimensione collettiva. La terapia è anche educazione caratterizzata da una prima fase di comprensione dell’altro per cercare di capire quale sia la meta fittizia perseguita, poi di critica, di decostruzione dell’immaginario infantile onnipotente, di risocializzazione delle energie.

La guarigione consisterà nella riconquistata capacità del paziente di vivere pienamente, attivamente le sue esigenze personali nel più vasto contesto di quelle sociali. Fromm vede Adler e Jung agli antipodi, pur dissolvendo entrambi la sintesi freudiana di elementi razionali e romantici; mentre Jung privilegia la componente romantica, Adler costruisce una terapia unilaterale, razionalistica e ottimistica che credeva che le manchevolezze innate fossero le reali condizioni di forza. Il valore del pensiero di Adler, definito dinamica delle relazioni interpersonali, può essere colto solo collocandolo nella sua pratica sociale perché come sistema teorico non è né particolarmente originale nei pienamente articolato.

Influenza della psicologia adleriana

Il pensiero di Adler è una dottrina autonoma che costituirà una vera e propria scuola di pensiero senza però avere mai la struttura forte e compatta delle società di psicanalisi.
Lo stesso Freud viene influenzato da Adler nel teorizzare, nel 1921, un istinto distruttivo primario e le osservazioni di Adler, secondo cui l’individuo sarebbe indotto ad interiorizzare le esigenze del mondo esterno, verranno sistematizzate da Anna Freud nel suo modello dei meccanismi di difesa dellio, come identificazione con l’aggressore. Influenza sulla psicanalisi esistenziale riguarda il modo di intendere l’uomo come una totalità finalizzata ad uno scopo.
Reich nacque in Galizia nel 1897 da medi proprietari terrieri di lingua tedesca e si laureò in medicina a Vienna dove entrò nella società psicanalitica. Nel 1927 si iscrisse al partito comunista, nel 30 si trasferì a Berlino ove militò nel KPD e nel 31 organizzò l’associazione per una politica sessuale proletaria, Sexpol che si proponeva di affrontare l’educazione sessuale dei giovani proletari, in termini politici, anticapitalistici e rivoluzionari. La sua intransigenza lo portò alla rottura con il partito comunista tedesco nel 37 e con l’associazione internazionale di psicanalisi nel 34. Con l’ascesa del nazismo, Reich vaga isolato e braccato per il Nord Europa e nel 39 si trasferisce negli Usa dove fonda l’Organe Instituite di New York. Denunciato per i suoi esperimenti, rifiutandosi di deporre come imputato, viene condannato per disprezzo dalla corte e muore in carcere nel 1957. La sua figura, ora così viva ed inquietante, non ha ancora permesso una serena ricostruzione della sua vita e della sua opera.

Il divario che separa Adler da Reich è occupato dal crollo del riformismo socialdemocratico. Il problema è la preparazione della classe operaia ai suoi nuovi compiti, alla sua educazione. Mentre la psicanalisi ufficiale si chiude in difesa delle sue istituzioni, sottolineando il carattere privato delle sue prestazioni e l’apoliticità delle sue teorie, Reich affronta da solo il problema del potere. Reich appartiene alla seconda generazione dei discepoli di Freud, fonda il seminario terapeutico, un laboratorio teorico dove si incontrano periodicamente i giovani analisti che avvertono come insufficiente il tradizionale modello di cura. Nel momento in cui dalla cura del nevrotico si passa ad un programma politico, la dimensione muta radicalmente facendosi da una parte sociologia, dall’altra fisioterapia. Freud aveva trovato il nucleo generativo delle nevrosi nella sessualità, nel conflitto che oppone le pulsioni sessuali alle richieste della civiltà.

Non è sempre così. L’energia sessuale benchè liberata dalle costrizioni psicologiche, resta spesso socialmente inesprimibile. Freud però ritiene comunque un successo del trattamento psicanalitico giungere a sostituire alla rimozione inconscia la condanna cosciente. Reich sostiene che questo programma non sia proponibile, non è estendibile al proletariato. Secondo Freud il sacrificio pulsionale viene considerato necessario al conseguimento ed al mantenimento delle conquiste della civiltà. Lo sviluppo normale comporta il passaggio da un funzionamento psichico, retto dal principio del piacere, all’adozione del principio di realtà, un complesso sistema di mediazioni e di rinvii che tiene conto, oltre che delle urgenze pulsionali, anche della realtà esterna. Reich si chiede di quale realtà si tratti e ne risulta che essa corrisponde ad un concreto sistema economico, quello capitalistico. Freud contrappone alle pulsioni sessuali (eros) quelle di morte, (thanatos). Reich denuncia questo processo come idealista, funzionale ad una pratica unitaria della terapia, ad un consenso diffuso della teoria.


Nella foto: Disegno di Angela Belluschi che soffre di malattia neurodegenerativa madre dell’autrice Laura Tussi. Con la presenza di Nora Romero e Johanna Aguilar

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