Finanziaria 2026: quadro marco-economico e principali misure
Finanziaria 2026: quadro marco-economico e principali
misure
E. Gentili, F. Giusti
I.
Premessa
Siamo
intervenuti ripetutamente sulla Legge di Bilancio sviscerandone i contenuti
principali per arrivare agli appuntamenti degli scioperi generali con una documentazione
esaustiva e in grado di formulare critiche ragionate all’impianto della
Manovra, ai suoi obiettivi reali e apparenti, per confutare infine una lunga
sequela di luoghi comuni da ascrivere alla propaganda governativa. Il lettore
pertanto potrebbe avere già letto parte di quanto andiamo a scrivere. Teniamo
tuttavia a precisare che rispetto a questa Manovra nel paese non abbiamo
registrato la dovuta attenzione, molti lavoratori sono anestetizzati da anni di
sgravi fiscali visti come una conquista, ritengono le detassazioni un buon
risultato per aumentare il potere di acquisto dei salari, non prestano la
dovuta attenzione ai contenuti normativi dei contratti nazionali abituati da
anni di accordi al ribasso e continui rinvii alla contrattazione di secondo
livello, ambito privilegiato per la opportunità di accedere a sgravi fiscali,
detassazioni e deroghe peggiorative rispetto ai CCNL.
NON RUBATECI IL FUTURO!
II.
Il Quadro macro-economico
In base al
Patto di Stabilità dell’Unione Europea il rapporto deficit/PIL di un Paese
membro non deve superare il 3%. Questa regola avrebbe lo scopo di ridurre i
valori assoluti del deficit, cioè del debito pubblico, e costituisce il mantra
dell’austerità. A quanto pare, però, gli effetti reali non sono quelli attesi e
l’effetto depressivo delle politiche di contenimento della spesa pubblica
sull’economia e sui consumi sembra condizionare la crescita del PIL in negativo
– contribuendo, quindi, non solo alla riduzione del deficit ma anche a quella
del PIL.
In questo
contesto, pertanto, non possono esservi manovre espansive – ossia che aumentino
la spesa – a meno di rompere coi trattati UE: dopo il picco di deficit
osservato nella pandemia, durante la quale le regole di stabilità erano state
sospese, l’Unione ha riformato e rimesso in vigore il Patto e adesso sta obbligando
i vari Paesi a rientrare entro il fatidico valore del 3%.
Il Governo
Meloni ha ereditato l’8,6% del 2022, portato l’anno successivo a 7,2% e
drasticamente ridotto a 3,4% nel 2024. Per il 2025 le proiezioni parlano di un
leggero aumento, dovuto prevalentemente al rallentamento della crescita
economica, e difatti è giunta puntuale una Raccomandazione da parte del
Consiglio Europeo[1] che
indica all’Italia di contenere l’aumento nominale della spesa pubblica entro «l'1,3%
nel 2025 e l'1,6% nel 2026». Di norma vi è sempre un aumento della spesa – per
via dell’inflazione e dell’aumento della massa degli investimenti, che sono
caratteristici di un’economia capitalistica. Per cui non ci si lasci ingannare
e si pensi giusto a un fatto: nel 2023 – complici i fondi del PNRR – il valore
era addirittura del 5,6%, ma senza ottemperare alle indicazioni comunitarie
il Governo Meloni perderebbe la possibilità di accedere ai nuovi fondi europei
per la difesa (SAFE), che consistono prevalentemente in crediti e
co-finanziamenti – dei quali Leonardo e Fincantieri, i due poli industriali più
rilevanti nel settore militare nostrano, sarebbero i principali beneficiari.
In tutto ciò
la Finanziaria 2026 è chiamata a programmare il rapporto deficit/PIL per i prossimi
anni. Ebbene, i valori definiti sono del 2,8% nel 2026, del 2,6% nel 2027 e
addirittura del 2,3% nel 2028: ben oltre quanto richiesto dall’Europa! Si
consideri, poi, che fra le entrate di Bilancio sono stati ricompresi anche i
fondi PNRR non spesi: questi ultimi, originariamente destinati in massima
parte a infrastrutture di pubblica utilità, vengono spostati e destinati a
copertura di altre spese effettuate, in maniera tale da ridurre
artificiosamente il deficit. Per il 2026 stiamo parlando di 5,07 miliardi.
Dulcis in
fundo, nella nuova Finanziaria non sono state rinnovate le misure di
calmieramento dei prezzi delle bollette. Queste, pur se in maniera
insufficiente, avevano reso più sostenibile la spesa energetica delle famiglie
durante gli ultimi anni, a partire cioè dall’applicazione delle sanzioni alla
Russia. Il motivo del mancato rinnovo è sempre lo stesso: tali misure erano
state finanziate grazie alla sospensione del Patto di Stabilità, ma ora che è
tornato in vigore sono state immediatamente abrogate.
III.
Le misure contenute nella Manovra
Volendo
individuare un elemento qualificante della Manovra potremmo considerare la
revisione dell’aliquota Irpef, che passerà dal 35% al 33% per il reddito
compreso tra una cifra superiore ai 28.000 € e fino a 50.000 €. Questa misura
costerà allo Stato 2,9 miliardi per il 2026 ma, secondo le stime dell’Ufficio
Parlamentare di Bilancio, circa la metà delle risorse risparmiate dai
contribuenti con la riduzione dell’aliquota verrà assorbita dall’8% con reddito
più elevato.[2]
Osservando la cosa dal punto di vista delle categorie lavorative, invece, fra i
beneficiari si troveranno il 96% dei dirigenti, il 53% degli impiegati e solo
il 16% di chi svolge lavori operai. Inoltre i dirigenti percepiranno uno sconto
fiscale medio di 408 € all’anno – che diventano 379 € per via dei prelievi sui
redditi alti inseriti in Finanziaria –, gli impiegati di 123 € e gli operai di
ben 23 €![3] Una
Manovra per i ricchi, dunque, mascherata come se fosse per il “ceto medio”.
In fatto di sanità siamo
al quarto anno di Governo Meloni e, rispetto al suo insediamento, secondo
quanto previsto in Manovra per il 2028 il settore avrà perso risorse pari a
circa mezzo punto del PIL. Il finanziamento del SSN cresce nominalmente
ogni anno – e infatti nella Finanziaria vengono stanziati 2,4 miliardi in più
per il 2026 –, ma tale crescita non è sufficiente a compensare l’inflazione,
che si riflette sul Fondo nazionale sia in termini di svalutazione del denaro
che di incremento del costo delle forniture sanitarie. Per quanto riguarda la
forza-lavoro del settore, invece, il Governo si è messo in una botte di ferro
prevedendo aumenti sotto il 6% a fronte di un’inflazione cumulata del 17%[4]
L’ultimo aspetto su cui soffermarsi e ragionare collettivamente riguarda quella serie di misure temporanee che intervengono detassando le componenti incrementali e aggiuntive della retribuzione (rinnovi contrattuali, straordinari, premi di produttività): lo Stato in estrema sintesi si sostituisce alle imprese, sostenendone i costi. La misura introduce inoltre un doppio effetto di stabilizzazione: in primis di tipo fiscale, perché porta la tassazione di queste componenti della retribuzione ai livelli ordinari, facendo costare all’impresa un’ora straordinario quanto un’ora di lavoro normale e, con ciò, normalizzando l’utilizzo flessibile della forza-lavoro oltre l’orario e dando luogo conseguentemente a un aumento della precarietà per altri lavoratori assunti; in secundis di tipo politico, perché consolida quel margine ufficiale di contrattazione rappresentato dal secondo livello delle trattative (quello aziendale per capirci), che potrà essere sfruttato dai sindacati cosiddetti “maggiormente rappresentativi” per rafforzare il loro ruolo.
[1] Consiglio
Europeo, Raccomandazione del 21 Gennaio 2025, che rinnova la
Raccomandazione del 26 Luglio 2024.
[2] Audizione
della Presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, 6 Novembre 2025, p.
57.
[3] Ivi, pp.
58, 59 e 61.
[4] R. Lisi, Sanità
più povera, cittadini più soli: la verità nascosta nella manovra
Meloni-Giorgetti, 3 Novembre 2025,
https://www.collettiva.it/copertine/economia/legge-bilancio-sanita-salute-poche-risorse-meloni-cqhuvxey.
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