Il Cile alle sbarre
Il Cile alle sbarre
Questo lavoro è diviso in due parti. In questa prima parte racconto, per sommi capi, la storia cilena dal 1970 al 1990. Nella seconda, i 30 anni del dopo dittatura, soffermandomi soprattutto sulla ribellione sociale del 2019, sul governo di Gabriel Boric e sulla posta in gioco delle elezioni del 14 dicembre prossimo.
Il Paese in procinto di concludere il giro politico del mondo in 53 anni.
Domenica 14 dicembre il Cile andrà al ballottaggio per eleggere il suo
nuovo presidente o, mi auguro, la sua nuova presidente.
Al primo turno, svoltosi il 16 novembre, ha partecipato l'85% degli
elettori.
Ha vinto la candidata unica del centrosinistra, Jeannette Jara, col 27% dei
suffragi.
Il secondo arrivato, José Manuel Kast, rappresentante della ultradestra, ha
ottenuto il 24%, ma i 3 candidati di destra presenti al primo turno hanno
totalizzato il 49%. Quindi, per evitare che Kast arrivi al 50% più uno, forse
ci vorrebbe padre Pio.
Com'è stato possibile che il Paese di Salvador Allende sia arrivato a
questo?
Per cercare di spiegare i giri di valzer di questo giro del mondo - senza
Jules Vernes, Passepartout e/o la NASA - si deve fare qualche passo indietro.
Quella primavera australe in cui il vento della notte soffiava nel cielo
cantando.
Il 4 settembre 1970, col 36,3% dei voti Salvador Allende, candidato della
sinistra, otteneva la maggioranza relativa nelle elezioni presidenziali.
Secondo arrivava il conservatore Jorge Alessandri col 34,9% dei voti. Terzo,
col 27,8%, il democristiano Radomiro Tomic.
Il Paese era diviso in tre blocchi quasi equivalenti e, non essendo
previsto il ballottaggio, a dover scegliere tra i primi due doveva essere il
Parlamento.
Malgrado enormi pressioni la DC, "per rispetto della volontà
degli elettori", decise di votare per il primo arrivato.
I parlamentari DC erano 75, quindi i loro voti furono
decisivi. Allende diventò presidente con 153 voti, Alessandri
ne ebbe 35.
Allende assunse l'incarico il 4 novembre 1970 ma, in quei 2 mesi
d'interregno, successe l'anticipo di tutto.
Ogni epoca passata non è stata migliore e Trump non è il primo bullo che
diventa presidente degli USA.
Con la sua consueta e raffinata eleganza il presidente Richard Nixon
tuonò: "Faremo tutto ciò che è necessario per rovesciare questo figlio di
puttana".
Il suo Segretario di Stato, Henry Kissinger, aggiunse: "Non c'é
ragione alcuna per cui si debba accettare che un popolo d'imbecilli scelga di
diventare comunista".
L'ambasciatore statunitense a Santiago, Edward Korry, precisò
ulteriormente: "Mettetevelo in testa: d'ora in avanti non permetteremo che
vi arrivi nemmeno un bullone, nemmeno un chiodo".
Simultaneamente, sui muri comparivano i disegni della svastica con la
scritta "Giacarta".
Fatti con lo stampino e l'inchiostro azzurro, firmati "Patria y
libertad" (Patria e Libertà) i riferimenti erano ovvi. Quello politico, il
nazismo, sarà riproposto fino ad oggi nella storia cilena. Quello geografico,
Giacarta, era altrettanto chiaro ma ora richiede una spiegazione.
"Il settembre nero indonesiano"
Nella notte tra il 30 settembre e il 1° ottobre del 1965 un gruppo di
ufficiali di basso rango, autodefinitosi "Movimento del 30
Settembre", rapì e uccise sei generali indonesiani. L'esercito, guidato
dal generale Suharto, ne attribuì la responsabilità al Partito Comunista
Indonesiano (PKI), allora una forza politica importante e molto vicina al
presidente Sukarno.
Quindi, dall'ottobre 1965 al marzo 1966, in tutto l'arcipelago indonesiano
la repressione raggiunse livelli parossistici.
Le stime sul numero di morti variano ma tutte concordano che ci furono
almeno 500.000 uccisi e oltre un milione di persone finite in
carcere.
Il presidente Sukarno era - con l'egiziano Nasser, l'indiano Nehru e lo
jugoslavo Tito - uno dei leader del movimento dei "Paesi Non
Allineati" ma, per motivi forse spiegabili sul piano personale, accettò di
trasformarsi in un soprammobile. Continuò a fregiarsi del titolo di presidente
fino alla sua deposizione definitiva, nel marzo 1967, quando il generale
Suharto decise di prescinderne, di prenderne il posto e di spedirlo a casa per
manifesta inutilità.
La crudeltà come strumento politico.
Nel Cile, il ragnetto nazista assunse un significato nitido, identificando
la comparsa e consolidamento della crudeltà come strumento politico, non
per risolvere qualcosa ma per introiettare la paura.
Da quel momento in avanti la crudeltà è uno strumento sempre pronto nel
cassetto degli attrezzi dei politicanti intenti a tratteggiare finte risposte a
crisi vere o immaginarie.
Pur se il Cile non ne ha né l'imprimatur né l'esclusiva, “Crudeltà e Paura”
sono il cacciavite e il trapano (forse anche la sega) di Kast.
Ci ritornerò nella seconda parte. Per ora, mi limito a ribadire che i
nazisti non scherzano mai, neppure quelli dell'Illinois evocati da John Belushi
e Dan Aykroyd in "The Blues Brothers" (1980) ma sembra che questa
esperienza non sia trasmissibile e l'esperienza deve avvenire sulla propria
carne.
Comunque: il 25 ottobre 1970, due giorni prima del voto parlamentare concluso
con l'elezione di Salvador Allende, un commando locale del sentiero dei
ragni nazisti, uccideva il comandante in capo dell'esercito, generale René
Schneider, reo di non impedire la libera espressione degli elettori.
L'assassinio, pensato per intimidire il parlamento, fu ispirato da un
generale golpista, Roberto Viaux, mai disturbato per questa minuzia, e
perpetrato con le armi, l'intelligence ed i soldi statunitensi. Piccoli
delinquenti, pure loro impuniti, realizzarono ciò che allora sembrava
inimmaginabile e poi diventò un fenomeno continentale con il "Plan
Cóndor" (Piano Condor): l'assassinio non conosce limiti morali e/o confini
geografici.
Pur conscio del pericolo, il Cile non si arrese e Salvador Allende
diventò "il compagno presidente".
Negli USA ci vollero alcuni anni perché il bullo Nixon fosse costretto alle
dimissioni in seguito allo scandalo Watergate.
Ma le sue dimissioni, 1974, non possono spiegarsi solo con lo
spionaggio politico (Bush e Obama, ad esempio, fecero spiare persino Angela
Merkel), e/o con la tenacia di due grandi giornalisti.
Si svilupparono in un contesto segnato dall'acuta crisi politica e
sociale presente da anni negli Stati Uniti acutizzata - soprattutto -
dalla guerra del Vietnam. Henry Kissinger, un Jack lo squartatore
all'ingrosso, è stato invece riverito fino alla sua scomparsa - qualche
svergognato lo fa ancora - tanto da ricevere il Nobel per la pace nel 1975.
Da allora, possono aspirare legittimamente al Nobel per la pace la Nato,
Paperino l'immobiliarista (al secolo Trump), il secondino salvadoregno
Bukele, il cerbero FMI e persino Macron, il Napo senza leone in via di
disoccupazione. Eccetera.
Socialismo e democrazia
Essendo ancora sostanzialmente incompreso e/o ignoto, spiegare il progetto di
Salvador Allende e della Unidad Popular richiederebbe molto spazio. Ne riassumo
solo alcuni tratti fondamentali: il socialismo era inteso come sinonimo della
democrazia senza fine, il pane e le rose, la terra a chi la lavora, il recupero
della sovranità da trasformare in risorse per rendere fattibile la ricerca
della felicità.
Quindi, la parola d'ordine era più diritti per tutti, da quelli di base -
salari, pensioni, salute, scuola, informazione - a quelli ascrivibili alla
dignità personale - uguaglianza di generi e di scelte; da quelli legati alla
sicurezza personale e collettiva a quelli legati alle rivendicazioni dei popoli
originari.
Il progetto prevedeva la proposta simultanea di tutto e tutti questi diritti
fondamentali e le relative politiche, senza ambiguità, in un contesto di
assoluta libertà persino - ahimè - per organizzare la sedizione.
E, infatti, nei 1.000 giorni di Allende furono assassinati molti dei nostri ma
nessun oppositore. Victor Jara scrisse nel 1973 "El Alma llena de
banderas" (L'anima pien di bandiere), per il funerale di uno dei nostri
ragazzi: "Qui, fratello, qui sulla terra, l'anima ci si riempie di
bandiere che avanzano, contro la paura, avanzano".
La paura di Washington e delle piazze finanziarie non aveva alcun rapporto
col collettivismo forzato o con l'estremismo della sinistra cilena. Derivava
dall'esempio che il processo cileno poteva offrire perché, come la paura, pure
l'esempio è contagioso.
La fine del sogno
Sono stati 1.000 giorni difficili e straordinari.
Il recupero delle risorse del Paese, tramite la nazionalizzazione delle
miniere, la riforma agraria e la costruzione di un’area di proprietà sociale in
grado d'indirizzare l'economia - con regolari indennizzi - furono utilizzati
per isolare internazionalmente il Cile.
Mentre gli USA facevano requisire i prodotti esportati e disegnavano un
blocco economico globale, l'Europa osservava placidamente, il campo socialista
ci propinava qualche applauso e qualche zolla (vendendoci trattori e macchinari
agricoli inadeguati, ad esempio), e buona parte della sinistra, per dirlo
con la Rossanda, assisteva perplessa ad "un sperimento
socialdemocratico" che, senza insurrezione, prese di palazzi d'inverno né
armi, intendeva costruire il socialismo adoperando quali strumenti la
libertà e la democrazia.
Più pratici e sensati, nel frattempo la destra interna ed i servizi
organizzavano il golpe, i trasportatori uno sciopero lungo un mese pagato dalla
CIA, i commercianti l'imboscamento delle merci e il mercato nero, i
bulloni e chiodi non arrivati si traducevano nel fermo di macchinari e
fabbriche ...
Ma nulla fu sufficiente e, malgrado le interminabili file per la benzina o
l'acquisto di un pollo, nell'elezioni parlamentarie del maggio 1973 l'Unidad
Popular alle legislative prese il 44% dei voti, l'8% in più di quanto aveva
preso Allende.
Era la dimostrazione pratica che il progetto acquistava forza, che quella
"battaglia di Santiago" - raccontata da Patricio Guzman - era stata
vinta dai poveracci e che Neruda sembrava avere ragione: "... non
soffrire perché vinceremo, vinceremo noi, i più semplici, vinceremo, anche se
tu non lo credi, vinceremo" ("Ode all'uomo semplice").
A quel punto, la congrega degli orchi arrivò alla conclusione che solo un
golpe militare poteva risolvere il problema.
Viscidi traditori
Alle 8 di sera del lunedì 10 settembre 1973 Salvador Allende comunicò ai
dirigenti della coalizione di sinistra convocati alla Moneda:
La Marina e l'Aeronautica vogliono il golpe.
Siamo sull'orlo della guerra civile e/o del golpe.
Bisogna evitare che una di queste ipotesi si concretizzi.
Quindi domattina, 11 settembre, convocherò i cileni ad un referendum da
realizzare entro questo mese.
Ci sarà una sola domanda: Volete che l'attuale governo continui a svolgere le
sue funzioni o volete nuove elezioni presidenziali immediatamente?
Perderemo il referendum ma saremo vicini al 50%.
Il giorno dopo, mi dimetterò. Sarà la prova provata del nostro incondizionata
rispetto per la democrazia.
Poi, il nostro candidato potrebbe persino vincere ma, se perdiamo, saremo la
prima forza politica del Cile e ricominceremo da condizioni molto migliori ...
Ora, compagni, dovete scusarmi, ma vi devo lasciare. Mi hanno
appena comunicato che è arrivato l'amico e comandante in capo
dell'esercito, Augusto Pinochet.
L'ho convocato per comunicargli il piano che vi ho appena illustrato.
Sono andato a dormire a casa, non accadeva sempre in quel periodo, con un
misto di sollievo e di tristezza.
Mi svegliai con le cannonate verso le 6,30 del mattino.
Accessi la radio. Quasi tutte trasmettevano inni militari ma da Radio
Magallanes seppi che Allende era in arrivo al palazzo di governo.
Feci le cose ovvie e concordate, bruciai ogni agendina e uscimmo di casa
con mia moglie. Arrivati al primo posto di blocco ci separammo e ognuno partì
verso le rispettive strutture organizzative.
Non ho mai più visto quella casa ma, poco prima di mezzogiorno, vidi da molto
vicino il bombardamento della Moneda.
A partire delle 14,00, ero coinvolto nel coprifuoco totale in
ottemperanza al proclama militare: "Chiunque sarà trovato per strada senza
esserne autorizzato, verrà fucilato sul posto".
Poi, arrivarono clandestinità, tante morti e l'esilio.
Se i pirla volassero, sarebbe sempre nuvolo.
Ma, se a volare fossero solo gli "ingenui", riuscirebbero a
rabbuiare il cielo?
A pensarci oggi, eravamo proprio degli ingenui perché le nostre riflessioni
non incorporarono mai l'idea che la vita e la morte fossero delle bazzecole per
alcuni governi e politicanti, e perché pensavamo che una
sinistra democratica e rivoluzionaria potesse essere accettata dai padroni
del vapore.
Ingenui e illusi, ergo perdenti, abbiamo avuto bisogno di tempo per capire che
l'orrore esiste e non è solo un ricorso letterario di Joseph Conrad o di Primo
Levi.
Ebbero inizio così oltre 17 anni di una dittatura feroce e rapinatrice,
protagonista di un progetto, il neoliberismo, sorto da teorici austriaci,
diffuso da università statunitensi, sperimentato nel pollaio indifeso
dell'America Latina sottomessa agli stivali militari proprio per condurre
tale sperimentazione.
L'allievo sacrificale fu proprio il Cile, da dove il sistema venne presto
esportato in Europa e negli USA per rispondere alla crisi sistemica derivata
dal calo del tasso di profitto.
Forse, quando la signora Thatcher diffuse la "Sindrome TINA"
("There Is Not Alternative"), e affermò che "non esistono
le società ma solo gli individui", pensava al Cile di Pinochet e ai
"Chicago boys".
E, forse, quando Pinochet disse, sogghignando, "ci sono tante fosse
comuni perché, da ecologisti, abbiamo voluto risparmiare territorio",
pensava a qualche governante del Nord globale.
Comunque, Pinochet se ne dovette andare, sconfitto democraticamente il 5
ottobre 1988 quando, ormai convinto di dominare il Paese come un Francisco
Franco qualsiasi, indisse un referendum per approvare una costituzione che
l'avrebbe consacrato presidente, eletto, per un'altra decina d'anni.
Ne era talmente certo che autorizzo persino l'ingresso per qualche settimana di
quasi tutti gli esuli ed osservatori internazionali.
Solo di giornalisti ne arrivarono 5.000, tra cui io.
Avevamo la speranza che si potesse sconfiggere la dittatura pur se
l'analisi e alcune forze della sinistra cilena lo contraddicevano.
Pinochet perse, 54 a 44% e quella sera stessa, mentre trasmettevo in
diretta ad una manifestazione milanese, Pinochet ricomparve "in alta
uniforme". Intentò un nuovo golpe, ma era ormai fuori tempo poiché a
Washington era passato il tempo dei golpe duri. Quindi, rimase isolato tra
i generali e una parte della destra politica lo abbandonò pubblicamente.
Seguirono giorni di esacerbata repressione ma, alla fine, dovette cedere
concedendo la tenuta delle elezioni presidenziali per la fine del 1989.
Nel marzo 1990 giurò come presidente il democristiano Patricio Alwyn,
che aveva vinto alla testa di un'alleanza di centrosinistra, la Concertación de
partidos por la democracia (Concertazione dei partiti per la democrazia).
Nel suo ultimo discorso Allende aveva predetto che “le grandi strade si
sarebbero riaperte presto al passaggio di uomini e donne liberi”.
Alwyn disse invece che i cambiamenti sarebbero avvenuti "nella misura
del possibile".
La differenza non era trascurabile ma, quasi 18 anni dopo, i giorni
tornarono gradualmente ad essere amichevoli e le notti spesso amorevoli e, col
ritorno della vita, malgrado tutto il Cile ricominciò il lungo viaggio di
ricostruzione della sua democrazia.
Parte II
Secondo Carlos Gardel, morto a Medellin nel
1936 ma contemporaneo di quasi ogni latinoamericano, "si vive sempre con
l'anima appesa ad un dolce ricordo che si rimpiange e se n'è andato"
("Volver"). L'ho pensato l'11 marzo 1990 mentre, nei giardini
della Moneda, celebravo con altri sopravvissuti al lungo intervallo
criminal-mafioso, il primo presidente eletto del nuovo Cile, Patricio
Alwyn.
La mattina dopo sono partito con l'amico e
complice di quell'avventura, Pietro Petrucci, verso Puerto Montt, 1.000 km a
sud, per vedere il Pacifico ed i vulcani e salutare mio padre, ivi morto il 17
novembre 1973, una settimana dopo i suoi 47. Da clandestino prima, da esule
poi, non avevo mai potuto salutarlo fino allora.
Dal cimitero sul cucuzzolo del monte vedemmo
l'oceano, le isole, i vulcani, le montagne e il cielo, ma non trovammo la
tomba. Quindi, mi limitai a salutare l'aria e in serata siamo tornati a
Santiago dove, all'ombra del Cerro San Cristobal, annegai con del buon rosso lo
schiacciante e inatteso senso di abbandono che mi aveva colpito.
Non è gratuito scoprire di essere davvero
orfano con quasi vent'anni di ritardo e pur se secondo Gardel "la vita è
un soffio e vent'anni sono nulla", ritrovai pure Talete: "Non si può
fare il bagno due volte nello stesso fiume".
Effettivamente, il Mapocho mi sembrò diverso
ma, in fondo mi dissi, ha assistito a tanti assassinii. E scoprì di sentirmi
diverso pure io. Fuori, ricordo, era buio e piovigginava.
Trent'anni dello stesso
Dall'11 marzo 1990 al 2025, il Cile ha avuto 6
presidenti (Michelle Bachelet e Sebastian Piñera sono stati rieletti).
In questi 35 anni ha riacquistato le libertà
politiche e si è modernizzato, ma senza risolvere i suoi vecchi problemi: un
sistema economico ingiusto; una società paternalista, maschilista e
autoritaria; una minoranza mapuche discriminata e maltrattata.
Di fatto, ama riproporsi come un'Europa di
seconda classe, aggiungendo all'offerta tipo ampi spazi liberi, vista al mare
garantita, un'ampia diversità climatica e paesaggistica e un bel assortimento
di pinguini.
Aggiungo "di seconda classe" non per
la sua dimensione economica giacché, secondo l'OCSE, ha il PIL pro capite
più alto della regione, superiore persino a non pochi Paesi europei, ma perché
nessun Stato europeo ha raggiunto - finora - la concentrazione dei redditi
cilena, tipica di un Paese sottosviluppato: nel 2025, il 3% delle aziende
concentra oltre l'80% delle vendite totali, 115 famiglie controllano
l'economia, il potere economico domina quello politico e ne approfitta per
indebolire concorrenza ed equità, aumentare la diversità di redditi ed opportunità,
pregiudicare gravemente il sistema educativo e aggravare la segregazione
urbana; ostacolare gli investimenti in formazione e innovazione, quindi in
produttività; creare barriere all'ingresso di nuovi attori economici e favorire
le grandi aziende e, va da sé, nemmeno una tra le 725 imprese regalate dallo
Stato ad amici, soci e parenti dei militari, è stata recuperata ...
Problemi economici che derivano dal
neoliberismo, dalle strutture oligarchiche e da un modello statale concepito
per continuare ininterrottamente a concentrare la ricchezza.
In questo Paese per metà milanese e per metà
romeno, bauscia, cacciavit e vucumprà corrono e lavorano sempre, finché
campano. Ma, scrive il "Financial Times", il 65% fatica ad arrivare a
fine mese.
Da gemelli diversi, i sei presidenti hanno
offerto lo stesso cocktail di modernità e disuguaglianza e, pur se Michele Bachelet e Gabriel Boric hanno messo maggiore
enfasi nei diritti, nessuno ha diminuito il diffuso senso di fastidio, la
noia di una popolazione che si attendeva ben altro dalla democrazia e la
politica è diventata "più dello stesso".
Nelle acque agitate dal fastidio collettivo ha pescato chi voleva scalare il cielo, e fu rivolta sociale, e intende pescare chi vuole ricostruire le capanne dello zio Tom e le fosse comuni pinochetiste, prospettiva spaventosa ma possibile che costruirebbe, un inedito giro del mondo: tra 1970 e 2025, i figli delle stelle che sognavano ad occhi aperti diventerebbero i servi da stalle e da incubi.
El estallido social ed il governo Boric
La popolazione non ha mai smesso di
mobilitarsi contro questo stato delle cose.
Lo fecero gli studenti nel 2006, 2011 e 2019;
i pensionati e le organizzazioni sociali nel 2016 e 2017; le donne nel
2018; ogni anno le comunità colpite dall'inquinamento e dalla siccità ...
E tutti uniti nell'ottobre 2019.
All'epoca, i ridanciani ministri del secondo
governo di Sebastian Piñera prendevano malignamente in giro i poveracci.
Commentando i dati sull'inflazione, il
ministro dell’economia consigliava l'acquisto dei fiori di stagione perché
"costano di meno" e il ministro della salute affermava che "le
code all'alba davanti ai consultori si formano perché la gente ama fare vita
sociale". Ma, il 17, il sottosegretario di economia esagerò con gli
studenti: "Se volete evitare l'aumento dei ticket del metro, alzatevi
prima. Fino alle 7 del mattino le tariffe sono ridotte ... Ragazzi, la vostra
protesta non prende. La gente non vi considera. È più civilizzata di quanto
voi pensate".
Perché secondo i vecchi pedagogisti "i
consigli col sangue penetrano più facilmente", quel pomeriggio i
carabinieri lanciavano lacrimogeni dentro le stazioni della metropolitana.
I gas penetrarono nei treni. Si scatenò un fuggi
fuggi generale mentre gli addetti chiudevano gli ingressi.
Il trasporto di superficie collassò e milioni di
persone dovettero tornare a casa a piedi.
In serata, il presidente Piñera ammoniva:
"Siamo in guerra contro un nemico potente e implacabile che non rispetta
nulla e nessuno e che utilizza la violenza e la delinquenza senza ritegno,
nemmeno riguardo la vita umana, essendo interessati solo a produrre più danni
possibili". E sua moglie preavvisava: "Siamo invasi dagli
alieni".
La furfanteria del governo scatenava il
caos. A Santiago bruciavano 77 stazioni del metro e la furia s'impossessava del
Paese.
Una settimana dopo, oltre 2 milioni di persone
esigevano la fine del governo a Santiago, mentre centinaia di proteste
paralizzavano il Paese della pazza geografia. Si urlava: "Ci avete tolto
troppo, persino la paura".
La rivolta fu domata solo dal Covid-19 nel
marzo 2020.
Non ci erano riuscite l'esercito, il ritorno
del coprifuoco, la repressione feroce e la paura.
Con Piñera erede di un virus, altri politici
trovarono una soluzione resa possibile perché la popolazione era segregata in
casa: insieme all'elezioni presidenziali e legislative si sarebbe eletta una
Commissione incaricata di redigere una nuova Costituzione. Avrebbe avuto un
anno di tempo per redigerla. Poi, un referendum ne avrebbe sancito
l'approvazione definitiva.
La situazione pre-insurrezionale era
caratterizzata da una rivolta spontanea che - come succede in ogni ribellione -
rispondeva agli insulti, alle umiliazioni, alla rapina costante. Sorgeva dal
passato e da questo traeva le sue motivazioni, ragioni e metodi. Forse avrebbe
potuto evolversi in rivoluzione - non esiste rivoluzione senza una precedente
ribellione - ma, pur nascendo dallo stesso albero, si tratta di fenomeni
ben diversi.
La ribellione, così come uno sciopero o
un'occupazione di spazi fisici o simbolici, è un modo di essere assieme tra
uguali liberi da comandi esterni, è un metodo per stabilire legami solidali più
in là dei legami familiari e mercantili, ivi incluso quello salariale. Legami
che vengono dal passato e risiedono nel comune lavoro o nella comune vita,
portando con sé l'orgoglio dei luoghi che i ribelli hanno fatto con il loro
lavoro e le loro vite, laddove è sorto il senso di comunità proprio di ogni
ribellione, sentimento comunitario che visita le narrazioni, le canzoni, i
racconti fatti dagli antichi e dei vecchi ai moderni e ai giovani, qualunque
sia l'uso che i moderni ed i giovani ne possano fare in seguito.
La ribellione ricorda, ribadisce, ricrea i
momenti in cui è stata spezzata la continuità dell'umiliazione che il potere
impone sui dominati, il razzismo che lo caratterizza. Privilegia quei momenti
perché la ribellione si nutre del passato: "Spesso le culture hanno più a
che fare coll'essere che col divenire ma, nella misura in cui alcuni dei
principali attori della storia si allontanano dalla nostra attenzione - i
politici, i pensatori, gli imprenditori, i generali - un immenso comparto
secondario, che credevamo fatto solo da figuranti del processo, avanza fino ad
occupare tutto il palcoscenico" (Edward P. Thompson, "History and
Anthropology").
Ogni ribellione è un'irruzione dell'essere nel
divenire della storia che non diventa necessariamente una rivoluzione. Per
comprenderla, si deve osservare e considerare ciò che i corpi esprimono con il
loro fare invece di occuparsi di quanto trasmettono con le parole. Ma la
ribellione è eredità e genealogia mentre la rivoluzione è programma e politica,
tutt'altra cosa.
Nel dicembre 2021, la rivolta era ormai sedata
ma restava viva nelle menti e nei corpi, quando Gabriel Boric
diventò presidente col 56% dei voti.
Per la stampa internazionale era "il
leader più progressista e di sinistra della storia del Paese dai tempi di
Salvador Allende". Fu festeggiato dalle sinistre di mezzo mondo come colui
che avrebbe riformato radicalmente la società e la politica cilena, il
depositario delle ambiziose aspettative di cambiamento del Paese.
Boric s'insediò l’11 marzo 2022 portando questo
fardello ma, già alla fine del suo primo anno di governo, aveva raccolto
due grosse bocciature: il primo della nuova Costituzione e il secondo della
riforma fiscale che avrebbe dovuto finanziare gli ambiziosi programmi sociali.
La sua parabola successiva, pur ottenendo alcuni
significativi successi, mi ricorda un altro Gardel, quello di "Cuesta
abajo" (Andare in malora): "Ora, mentre rotolo in malora, non riesco
a contenere le illusioni passate. Sogno il passato che mi ha abbandonato, il
tempo vecchio che mi manca e che non ritornerà".
Il largo rifiuto del testo elaborato da una
Costituente dominata dai movimenti sociali consacrò la rottura tra politica e
società, rese palese una società ormai senza alcun processo in corso,
scoppiata, carente di ogni progetto.
Sul governo Boric, che non considero il
peggiore della serie iniziata nel 1990, si dovrà fare un'analisi
seria dopo queste elezioni. Anticipo che non potrà essere un'analisi
contabile, perché la corretta gestione della cosa pubblica non è stata la causa
principale della sua elezione, e dovrà costruirsi sulla mancata corrispondenza
tra le grandi aspettative della popolazione e il tran-tran di un governo che ha
fatto scomparire la stessa idea di un progetto di trasformazione e
di superamento del neoliberismo.
Allende rappresenta un'epoca in cui, nel male e
nel bene, le soggettività dei cileni erano fondamentali e la felicità personale
si legava a qualche progetto collettivo, il Cile di oggi è tra i Paesi a più
alto tasso di rifiuto dei partiti politici e della politica stessa. Quindi, la
sfida della politica e proprio quella di elaborare un progetto in grado di
parlare al Paese.
In questo senso, che nulla ha a che fare col
disastro descritto dalla destra, lo considero un governo fallimentare, poiché
ha confuso la normalità neoliberista con la normalità popolare.
Epilogo: la trappola per topi
Forse il 14 dicembre 2025 il Cile eleggerà un
presidente fascista: José Manuel Kast, figlio di un ufficiale delle SS e
ammiratore di Pinochet.
Il semplice elenco dei suoi primi obiettivi fa
pensare che a votarlo può essere solo una popolazione masochista:
Non proseguirà con la diminuzione degli orari di
lavoro, non aumenterà i salari, diminuirà la spesa pubblica su sanità e scuole,
concederà la piena libertà di uso delle armi all'esercito e ai carabinieri,
taglierà le pensioni solidali colpendo soprattutto le casalinghe,
licenzierà 100mila impiegati pubblici, creerà un "elenco dei vandali
sociali", libererà i pochi torturatori in carcere, espellerà 350mila
"immigrati irregolari", sospenderà la devoluzione dell'IVA sui
farmaci, abolirà ogni causale per l'aborto legale, eccetera.
Ma non è masochismo. È frutto della vittoria
comunicativa di una destra che, controllando i media, ha convinto la
popolazione che il suo principale problema non è la sua insicurezza economica
ma l'insicurezza che deriva dalla debolezza del governo.
Nel Cile ci sono, ha detto Kast, 1.200.000
assassinii ogni anno. E allora, perché i cileni dovrebbero volere lavorare di
meno quando appena escono dal lavoro saranno assaliti e forse sgozzati?
Se i cileni potranno scampare a questo destino
infausto lo scopriremo la sera di domenica 14 dicembre.
Incrocio le dita, lancio un appello a votare per
Jeannette Jara.
Raccontano che, incazzata con Cip e Ciop, la
lepre sparse dovunque del cibo avvelenato.
Vi creparono tutti. Persino il cinghiale che
conviveva solo coi cinghiali. Persino gli avvoltoi e i gipeti che
mangiano ossa. Persino i corvi opportunisti. E, dopo la lepre, ci lasciarono le
penne persino gli insetti che si cibano di carcasse per sopravvivere.
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