Interculturalità come antidoto alla paura: educare in un tempo segnato da razzismi e chiusure.
Interculturalità come antidoto alla paura: educare in un tempo segnato da razzismi e chiusure.
di Laura Tussi
In un clima sociale attraversato da ritorni di razzismo, intolleranza e xenofobia, il tema dell’interculturalità non è più un orizzonte teorico, ma una necessità politica ed educativa. Le società contemporanee, segnate da movimenti migratori, globalizzazione e nuove complessità culturali, impongono alla scuola, alla famiglia e alle istituzioni il compito di costruire convivenza, dialogo e relazioni nonviolente.
L’educazione interculturale diventa così l’unico vero antidoto alle paure costruite, alle retoriche dell’odio e alle semplificazioni sovraniste che riducono l’altro a minaccia. Comprendere l’umano nelle sue differenze è la condizione per difendere la democrazia e rafforzare una cittadinanza attiva capace di vivere nel pluralismo senza subirlo.
La Scuola è il luogo del riscatto in quanto chiamata a contrastare l’individualismo competitivo
La donna e l’uomo contemporanei si trovano di fronte a occasioni inedite sul piano sociale, relazionale e comunicativo, che consentono di conoscere, esplorare, sperimentare e confrontare. Eppure queste possibilità convivono con l’aumento di numerose “crisi” dell’esistenza umana: dall’ecologia all’economia, dalla politica alle relazioni sociali, fino alla profonda crisi della cultura, delle ideologie e dell’identità.
La precarietà e l’insicurezza permeano ogni settore dell’esistenza, dal lavoro agli affetti, alle dinamiche interpersonali (Bauman 1998). Gli esseri umani appaiono spesso confusi, privi di riferimenti stabili, immersi in un’epoca segnata da passioni tristi, frustrazioni, inquietudini e da un senso di impotenza di fronte alla complessità del mondo. Si è assistito al crollo del mito dell’onnipotenza dell’uomo come costruttore della storia e della propria identità.
Un tempo l’anzianità rappresentava un riferimento implicito ma stabile, che permetteva la trasmissione della cultura e della memoria storica. Oggi prevalgono linguaggi seduttivi, evasivi, privi di profondità concettuale.
Il futuro richiede il contrario: la Decrescita (Latouche 2007), ovvero un ritorno all’investimento sull’educazione, sulla cultura e sulla pedagogia, in forme dialogiche e interculturali. Viviamo nel tempo della globalizzazione, del pluralismo, delle complessità etniche e linguistiche: elementi che rendono indispensabile un’educazione interculturale sostenuta a tutti i livelli della società civile e democratica, come base della cittadinanza attiva.
La globalizzazione, radicata nel neocapitalismo flessibile e nelle nuove tecnologie, ha trasformato il pianeta in un “villaggio globale” (McLuhan 1964) caratterizzato da complessità, interdipendenza, mobilità e cambiamento. In questo scenario emergono identità sempre più ripiegate su sé stesse, prive di riferimenti credibili e guidate da una ricerca immediata del piacere individuale, spesso in conflitto con la vita sociale e comunitaria.
Il neoliberismo ha accentuato gerarchie e diseguaglianze, spingendo la scuola — a livello globale e locale — sotto la pressione di logiche di mercato, di conformismo politico e culturale. Ciò rischia di svuotare il ruolo centrale della formazione come luogo di promozione del pensiero critico, antidogmatico, indispensabile per la costruzione di società giuste e inclusive.
Solo così si possono contrastare razzismo, xenofobia e intolleranza, che prosperano nel vuoto educativo e nella paura dell’altro.
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