L’attacco all’Iran si riversa sull’economia mondiale
Economia di
Guerra oggi. Parte XXVIII
L’attacco
all’Iran si riversa sull’economia mondiale
A 2 mesi e
mezzo dall’attacco israelo-statunitense si va sempre più delineando uno
scenario simile alla crisi del 2022: shock energetico, rallentamento economico,
ripresa dell’inflazione e rialzo dei tassi. Lo spettro della recessione dietro
l’angolo
L’economia mondiale a partire da inizio 2026 ha subito
significative fibrillazioni, in primis, a seguito della sentenza della Corte Suprema
statunitense del 20 febbraio che ha dichiarato illegittimi i dazi imposti da
Trump ad una vasta platea di paesi, con conseguente immediato provvedimento
presidenziale di reintroduzione generalizzata di tariffe del 10% della durata
di 150 giorni, facendo ricorso alla Sezione 122 del Trade Act del 1974. Decisione
che l’8 maggio la Corte di Commercio Internazionale, un collegio di giudici del
Tribunale del Commercio statunitense, ha dichiarato illegittima in quanto non
sussistono le motivazioni previste dalla Sezione in questione, vale a dire:
grave deficit commerciale o svalutazione del dollaro[1].
Il clima di incertezza sui dazi è dunque destinato a
protrarsi ulteriormente visto l’annuncio di ricorso in appello da parte del
Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, Jamieson Greer[2]
e il fatto che i dazi rimangono in vigore fino al 24 luglio, salvo per i
ricorrenti alla Corte: lo stato di Washington, Basic Fun, un’azienda di
giocattoli della Florida, e Burlap & Barrel, un importatore di spezie di
New York[3].
I prodromi dello shock macroeconomico sono tuttavia
riconducibili soprattutto all’attacco militare israelo-statunitense all’Iran
del 28 febbraio che ha provocato la quasi totale chiusura dello stretto di
Hormuz e la distruzione di strutture energetiche, sia petrolifere che gasiere,
iraniane e, soprattutto, delle petromonarchie del golfo (Arabia Saudita,
Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Bahrein).
Sviluppi in larga misura non previsti da Trump e dai suoi stretti
consiglieri che stanno determinando sia una crisi di approvvigionamento
energetico, sia un’impennata delle quotazioni del petrolio (grafico 1) e del
gas che gli analisti prevedono non possa tornare in tempi brevi alla normalità con
la fine del conflitto. Ciò in quanto, solo per fare un esempio, per la
ricostruzione dell’impianto gasiero qatarino di Ras Laffan, il più importante a
livello mondiale, occorreranno circa 5 anni.
Grafico 1: l’impennata della quotazione del Brent in
dollari al barile da inizio marzo 2026.
Le ripercussioni sull’economia mondiale
Economisti e istituzioni come Ocse[4]
e Fondo Monetario Internazionale concordano nell’indicare ripercussioni
sull’economia mondiale e in particolare su alcuni scacchieri macroregionali,
come Europa e Asia meridionale e orientale. Ciò al netto dell’attuale estrema
difficoltà nell’effettuazione di previsioni con un certo grado di
attendibilità, essendo queste ultime legate agli sviluppi del conflitto in corso
in termini di livello di escalation e di durata.
Per quanto riguarda il Fmi nell’ultimo World Economic
Outlook di aprile[5],
redatto con i dati al 31 marzo, delinea due scenari in funzione della durata
del conflitto. Il primo, in caso di risoluzione in tempi brevi, secondo gli
esperti del Fondo, i riflessi potrebbero essere non particolarmente gravi,
infatti, in tale scenario la crescita dell’economia mondiale per l’anno in
corso è prevista in flessione al solo 3,1% rispetto al 3,3% dell’Outlook di
gennaio scorso. Un rallentamento riconducibile in primis alle Economie
Emergenti che arretrano al 3,9% dal 4,2% di gennaio, mentre le Economie
Avanzate restano stabili all’1,8%. Fra queste ultime tuttavia spicca la
situazione dell’Europa nel cui contesto l’Eurozona riporta un rallentamento della
dinamica economica dall’1,3% dell’Outlook di gennaio all’1,1% di aprile, mentre
il Regno Unito dall’1,3% scende allo 0,8%. Le altre economie avanzate non
europee subirebbero invece una flessione più contenuta: gli Stati Uniti dal
2,4% di gennaio arretrano al 2,3%, il Canada dall’1,6% all’1,5%, mentre il
Giappone resterebbe invariato allo 0,7%[6].
Uno
scenario quello appena riportato che sembra tuttavia in buona parte superato
dalla prosecuzione della chiusura di Hormuz e dallo stallo nelle trattative fra
Washington e Teheran con mediazione pakistana.
Il
rapporto del Fmi in questione riporta anche uno scenario previsionale che
contempla un avvitamento della crisi con chiusura prolungata dello Stretto di
Hormuz, che sta in effetti prendendo gradualmente corpo, con il con
mantenimento delle quotazioni del gas e del petrolio su livelli elevati e crisi
di approvvigionamento. Si delineerebbe così un sensibile rallentamento della
crescita mondiale sotto il 2%, inflazione persistente nel medio periodo e
destabilizzazione dei mercati[7].
Si concretizza la prospettiva di rialzo dei tassi nell’Eurozona
Gli scossoni geopolitici e la guerra in corso stanno
influenzando negativamente l’andamento dell’economia con l’incertezza che ormai
sta dominando il dibattito interno alle principali Banche Centrali.
Al centro
delle preoccupazioni si staglia indubbiamente lo shock energetico causato dal
conflitto che potrebbe innescare uno scenario simile, se non più grave,
rispetto a quello del triennio 2021-2023 quando l’impennata delle quotazioni
energetiche in Europa ha innescato una fiammata inflattiva, con conseguente
rialzo dei tassi, rallentamento economico con recessione in Germania nel
2023-2024 e crisi industriale e sociale con contrazione dei salari reali[8].
Nell’ultima riunione del 30 aprile, il Comitato Direttivo
della Bce, a seguito della ripresa dell’inflazione nell’Ue dall’1,7% di gennaio
al 3% di aprile (grafico 2), ha al momento deciso di non intervenire sui tassi[9],
tuttavia, come ha successivamente specificato, per bocca di Isabel Schnabel, “Ancora
una volta l’inflazione sta aumentando in maniera considerevole al di sopra del
livello obiettivo, in risposta ad un altro shock avverso sul lato dell’offerta.
Il Consiglio è pronto a fare tutto quello che è necessario per portare
l’inflazione al suo obiettivo del 2%”[10].
Confermando la linea espressa inizialmente dalla stessa Lagarde a Francoforte,
il 24 marzo “La Bce agirà valutando attentamente natura, entità e durata dello
shock”, specificando, che “se la deviazione dal nostro target d’inflazione (il
2%, ndr) si fa maggiore e più persistente, diventa più convincente la necessità
di agire”[11].
Pertanto prosegue Schnabel, “se lo shock dei prezzi, dei
prezzi dell’energia dovesse ampliarsi, la politica monetaria dovrà inasprirsi
per contenere il rischio di effetti di secondo livello che possono minacciare
la stabilità dei prezzi. Questo rischio è aumentato nelle ultime settimane”[12].
Di fronte
alla crisi dello stretto di Hormuz che sembra non trovare al momento soluzione
e col Brent che si mantiene sopra ai 100 dollari al barile, lo sguardo degli
analisti è rivolto alla prossima riunione del Comitato del 10 e 11 giugno, con prospettive
sempre più concrete di un rialzo dei tassi, anche alla luce dei messaggi
lanciati dalla Bce sulla scorta della ripresa dell’inflazione.
Grafico 2: andamento del tasso di inflazione nell’Eurozona da
aprile 2025 a aprile 2026. Eurostat
Conclusioni
L’economia
mondiale sta quindi attraversando un ciclo condizionato da un marcata
incertezza, a causa di dazi, guerre e crisi energetica, che da transitoria si
sta configurando come strutturale, suscitando allarme per una possibile crisi
economica che presumibilmente riguarderà soprattutto i paesi che si
approvvigionano nel Golfo per le forniture energetiche, come buona parte di
quelli asiatici, Giappone e Corea del Sud in primis, e quelli europei. Infatti,
la dipendenza dalle forniture di petrolio, prodotti raffinati e gas dai paesi
del Golfo prima dell’attacco israelo-statunitense all’Iran, secondo i dati
della Bce, era superiore al 50% per quanto riguarda Giappone, Corea del Sud e
India (grafico 3)[13].
Grafico 3: percentuale di approvvigionamento energetico dai
paesi del Golfo Persico. Fonte Bce.
L’aspetto inedito della fase attuale, secondo alcuni
analisti, è riconducibile al fatto che in questo scenario ripercussioni potrebbero
finire per interessare anche gli stessi Stati Uniti, i quali negli ultimi 3
anni hanno mantenuto invece un buon livello crescita, traendo vantaggio dal
disaccoppiamento economico fra Russia e Ue, perseguito con la guerra in
Ucraina, che ha consentito loro di aumentare l’esport di GNL e di attirare
investimenti produttivi (Ide) europei tramite le condizioni favorevoli offerte
tramite l’Inflation Reduction Act del 2022[14]
e il basso costo dell’energia.
Strategie che hanno contribuito alla deindustrializzazione e
alla stagnazione economica dei paesi europei, oltre che per l’aumento del costo
delle forniture del gas dovute alla rinuncia al gas russo.
Uno
scenario, quello delle provincie dell’impero in decadenza, alquanto critico in
quanto, oltre a subire rallentamento economico e crisi industriale, si trovano
costrette a supportare finanziariamente, tramite il drenaggio del cospicuo
risparmio europeo da parte dei grandi fondi statunitensi e l’incremento degli
investimenti produttivi (Ide) verso gli Stati Uniti, nonché commercialmente con
l’aumento degli acquisti di GNL.
Nonostante, l’Europa sia relegata a vittima sacrificale nella
strategia di supporto del decadente impero, lo scenario per gli Stati Uniti,
alla luce dell’aggressione scatenata contro l’Iran e dei suoi effetti
sovraesposti, si presenta alquanto delicato, in quanto, al netto del primato
mondiale nell’export di petrolio raggiunto nelle ultime 9 settimane[15],
oltre a ripercussioni strettamente economiche, potrebbero anche determinarsi
un’ulteriore spinta alla declinante egemonia del dollaro come valuta di
riferimento a livello globale, con pesanti ricadute sulla sostenibilità
dell’enorme debito federale, giunto a marzo a 39.000 miliardi di dollari
La guerra nel Golfo ha, infatti, impresso una significativa
spinta al sistema transfrontaliero di pagamenti cinese CIPS (Cross Border
Interbank Payment Sistem), alternativa alla statunitense SWIFT basata sul
dollaro, che ha registrato una sensibile crescita delle transazioni da una
media giornaliera di 620 miliardi di yuan (92 miliardi di dollari) di febbraio,
ai 620 miliardi (135 miliardi di dollari) di marzo, fino ai 1.220 miliardi (179
miliardi di dollari) della prima parte di aprile[16].
Un’espansione che fa leva, oltre che su dinamiche
geopolitiche, anche sui vantaggi offerti dallo yuan digitale (e-CNY) in termini
di costi e dei tempi delle operazioni, questi ultimi addirittura abbattuti da alcuni
giorni dello SWIFT a soli 7,2 secondi. Inoltre, dal primo gennaio scorso i
depositi in yuan digitale hanno iniziato a maturare interessi accrescendone
l’attrattività anche in qualità di strumento finanziario[17].
Al prossimo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, che
si insedia il 15 maggio al posto di Jerome Powell, non si prospetta probabilmente
un mandato agevole fra rallentamento dell’economia, strategie di contenimento
dell’erosione dell’egemonia del dollaro e pressioni di Trump per la diminuzione
dei tassi.
Andrea Vento
11 maggio 2026
Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati
[1] https://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/teleborsa/economia/usa-greer-vinceremo-l-appello-sui-dazi-173_2026-05-08_TLB.html
[2] https://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/teleborsa/economia/usa-greer-vinceremo-l-appello-sui-dazi-173_2026-05-08_TLB.html
[3] https://ilmanifesto.it/anche-i-dazi-al-10-sono-dichiarati-illegali
[4]
Prospettive economiche dell’Ocse, rapporto intermedio, marzo 2026 - https://www.oecd.org/en/publications/oecd-economic-outlook-interim-report-march-2026_d4623013-en.html
[5] https://www.imf.org/external/datamapper/NGDP_RPCH@WEO/OEMDC/ADVEC/WEOWORLD
[6] Economia di guerra oggi. Parte XXVII. “L’economia
globale all’ombra della guerra”. Pubblicate le previsioni economiche del Fmi di
aprile 2026 di Andrea Vento
[7] https://www.imf.org/external/datamapper/NGDP_RPCH@WEO/OEMDC/ADVEC/WEOWORLD
[8] Economia
di guerra. Parte XV. Le sanzioni gravano sui lavoratori di Andrea Vento
[9] https://www.mutuisupermarket.it/news-mutui/bce-riunione-19-marzo-tassi-fermi-guerra-iran/
[10] https://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/teleborsa/finanza/bce-schnabel-pronta-a-fare-cio-che-e-necessario-per-riportare-inflazione-a-obiettivo-2-269_2026-05-07_TLB.html
[11] https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/03/25/lagarde-bce-pronta-ad-agire-in-qualsiasi-meeting-sullo-shock-energetico
[12] https://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/teleborsa/finanza/bce-schnabel-pronta-a-fare-cio-che-e-necessario-per-riportare-inflazione-a-obiettivo-2-269_2026-05-07_TLB.html
[13] https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2026/html/ecb.sp260506~1bbd4ed780.it.html
[14] https://en.wikipedia.org/wiki/Inflation_Reduction_Act
[15] https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/05/03/boom-dellexport-di-petrolio-usa-con-la-chiusura-di-hormuz_0b31af74-e148-4671-8c89-8becf99ec23a.html
[16] https://www.cdt.ch/news/economia/il-progetto-di-un-petroyuan-indebolisce-il-ruolo-del-dollaro-426446?=
[17] https://www.milanofinanza.it/news/cina-dal-primo-gennaio-le-banche-pagheranno-interessi-sui-depositi-in-yuan-digitali-202512291234598263
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