Noterelle su una pagina della nostra storia

 di Tiziano Tussi


Uno scritto di Miguel Gotor in Nuova Antologia, n° 1, 2026. Il titolo è già invitante. Una strana disfatta. Note sul «Partito Armato» in Italia negli anni Settanta. Con buona pace del delitto Moro Gotor prende questo crinale come punto di svolta della storia del terrorismo e delle morti che provocarono, quelle associazioni. Gotor scrive di 95 gruppi di destra e di sinistra nel 1977, un profluvio di sigle quindi, ma anche e specialmente dopo l’uccisione d i Moro.

 E a chi afferma che dopo quel momento, della sua morte, 9 maggio 1978, le BR si sarebbero liquefatte oppone un’altra analisi, in parte complementare, in parte simile. I morti per mano delle BR, infatti, dopo Moro si sommarono numerose: “In effetti, le Brigate rosse e Prima Linea continuarono a mietere vittime, avendo elevato il livello dello scontro sulla scia del successo incamerato con l’operazione Moro. Soltanto dopo l’omicidio di un uomo politico del suo calibro le autorità civili e militari dell’antiterrorismo e i servizi segreti abbandonarono la politica del laissez faire, caratterizzata da una forma di repressione a intermittenza del fenomeno terroristico di destra come di sinistra.” 

Questo, e ciò che segue, sono il cuore della sua analisi: “Solamente allora lo Stato italiano riassorbì il fenomeno eversivo con un tempo ragionevolmente contenuto e la straordinaria inefficienza che gli apparati di sicurezza avevano mostrato sino a quel momento si trasformò improvvisamente in una capacità di contrasto del terrorismo forse senza uguali al mondo per efficacia repressiva, capacità di infiltrazione e attitudine nella raccolta di informazioni. 

Un’abilità che in tutta evidenza poté godere di un bagaglio di conoscenze e di notizie pregresse, acquisite nel tempo delle prime azioni del «Partito Armato» in Italia nel biennio 1972-1973, ma impiegate in modo selettivo e discontinuo con l’obiettivo di utilizzare strumentalmente il fenomeno terroristico a fini di lotta politica interna per ottenere una stabilizzazione in senso moderato del sistema di potere nazionale.»[1] 

Con questo presupponendo che le BR siano state in qualche modo allevate, prima coccolate e poi distrutte, alla bisogna. Altri passaggi: “In effetti, nel corso di un triennio, il terrorismo venne sostanzialmente sgominato grazie alla legge sui pentiti (maggio 21982) che, in cambio di sostanziosi sconti di pena, permise di raccogliere preziose informazioni sulla struttura e le attività della galassia del «Partito Armato».» 

E qui viene ricordato il caso di Marco Barbone, pentitosi appena arrestato, e nel corso della sua vita post arresto e pentimento approdato a Comunione e Liberazione.  Per chiudere il passaggio: «E quella legge fu forse anche un modo di recuperare gli infiltrati oltre le linee, una storia ancora tutta da scrivere.”[2] 

Una temporalità, quindi, sospetta per la vita del terrorismo in Italia che lascia spalancate la porta a dubbi di fondo per tale fenomeno - fu eterodiretto, a chi giovava nel profondo, inesperienza, avventurismo o, appunto, lucida spinta verso obiettivi di secondo livello mai dichiarati al partito armato, infiltrati come capi dello stesso ecc. ecc. Gotor poi mette nel finale dello scritto un peana alle istituzioni ed ai partiti di massa, Democrazia Cristiana, Partito comunista italiano e Partito socialista italiano, assieme ad altre organizzazioni di massa, i sindacati ad esempio, che avrebbero tenuto di fronte agli scrolloni terroristici.

 Ma, forse, il discorso invece di chiudersi si riapre. E se, seguendo la tesi di Gotor, cuore del suo scritto, proprio uno o più partiti che vengono lodati come democratici fossero stati i burattini di quel fenomeno? 

Domanda forse sconvolgente ma che rimetterebbe in piedi analisi e considerazioni delle opposte parti politiche che hanno calcato lo scenario politico in Italia in quegli anni, terroristi e politici parlamentari. Gotor sembra suggerire, anche questa è una possibile interpretazione, senza strafare, un poco sommessamente, concludendo con il consiglio di lettura di un libro del figlio di Aldo Moro, Giovanni Moro, Speranze e tempeste (2007, Einaudi) che lo mette al riparo da sospetti di malevoli analisi e pericolose proposte di lettura.



[1] Miguel Gotor, rivista indicata, p. 95 e 96.

[2] Ibidem, p. 97.

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