Se le caserme dismesse vengono reclamate dall'Esercito italiano
Le dichiarazioni del Generale Carmine Masiello sono limitate ad un'area ristretta ma vanno tenute nella giusta considerazione se si parla di beni congelati riferendosi alle basi militari dismesse destinate inizialmente alla vendita e poi tolte dal mercato
Dopo la fine della leva obbligatoria centinaia di caserme sono state dismesse, talvolta abbandonate per anni senza una idea di come utilizzare questi grandi spazi, risucchiate nei piani immobiliari comunali che destinavano sovente queste aree alla speculazione, alla edilizia privata ma assai meno a beneficio del pubblico.
Resta innegabile che con il Riarmo, la rimilitarizzazione del paese, l'annuncio di accrescere gli organici militari, alcune delle basi dismesse tornino utili, anzi indispensabili per l'Esercito italiano e la NATO.
E così, immobili destinati ad altro uso vengono ripresi dalle forze armate cancellando progetti già definiti per i quali abbiamo speso risorse pubbliche Si ferma la dismissione delle aree militari a favore delle amministrazioni pubbliche, vale per l'Alto Adige e interessa oggi circa 1700 edifici, non è dato sapere se il ritorno all'Esercito degli immobili avverrà anche in altre parti del Paese. Dietro front: circa 1.700 edifici che attendevano di tornare alle città restano alle forze armate. Una scelta che cancellerà centinaia di progetti già avviati.
MASIELLO ha rilasciato queste dichiarazioni alla inaugurazione della ex Pretura di Merano e della ex Caserma Rossi trasformate in un'area residenziale per ospitare agenti
I beni ritenuti fino ad oggi superflui dalle Forze Armate saranno intanto congelati, tolti dal mercato in attesa di deciderne il futuro uso. Dal 2014 ad oggi sono migliaia le cessioni degli immobili agli Enti locali sotto la guida del Demanio, in diverse occasioni sono nati comitati locali, movimenti, raccolte di firme per chiedere una riconversione pubblica di questi spazi, il recupero verde di aree spesso vaste che avrebbero aiutato i territori cittadini a combattere l'innalzamento delle temperature.
Nessuno di questi progetti è stato accolto per quanto i tempi per il passaggio dall'Esercito agli Enti locali siano stati in molti casi lunghi e tortuosi.
Teniamo conto che nell'arco di pochi anni è avvenuto anche un altro fenomeno rilevante ossia la fine dell'indotto costruito attorno all'Esercito di leva e al modello di gestione delle Forze armate deciso all'indomani della seconda guerra mondiale. Città per decenni dominate dalle servitù militari come Taranto e La Spezia hanno visto anche la drastica riduzione degli impieghi civili all'ombra del militare. Per fare solo un piccolo, e marginale esempio, nella città di Pisa, quartiere di Porta a Lucca, con la fine dell'esercito di leva alcuni esercizi commerciali hanno chiuso i battenti, dalla lavanderia alla sartoria, dal bar tabacchi alla pizzeria. A distanza di anni potremmo assistere , almeno in parte, ad una inversione di tendenza se pensiamo che nell'arco di pochissimi anni le spese sulle basi navali, per dirne una sono passate da meno di 900 milioni a 1,7 miliardi di euro. E pensare allora agli immobili non venduti, ma solo congelati, come beni destinati al riutilizzo a fini militari diventa una ipotesi reale, concreta, fattibile alla luce dei nuovi indirizzi guerrafondai della NATO e della UE:
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