Zanzare: la salute pubblica non si difende aumentando l'esposizione ai pesticidi

 

Zanzare: la salute pubblica non si difende aumentando l'esposizione ai pesticidi



C'è un modo semplice per affrontare il problema delle zanzare: considerarlo un problema di salute pubblica, di prevenzione e di organizzazione dei servizi. E ce n'è uno più semplice ancora: promettere ai cittadini che basterà spruzzare qualcosa in più. È su questa seconda strada che il sindaco di Pisa sembra voler riportare la discussione.

La CUB non intende sottovalutare la presenza delle zanzare o il rischio legato alle arbovirosi. I recenti casi di Dengue e Chikungunya hanno determinato interventi straordinari e mirati disposti dal Comune sulla base delle segnalazioni e delle indicazioni dell'Azienda USL.

In situazioni epidemiologiche specifiche, interventi di questo tipo rientrano nelle misure previste per ridurre rapidamente la presenza del vettore. Il problema nasce quando dall'emergenza si pretende di ricavare un modello ordinario.

Il sindaco Conti ha infatti chiesto alla Regione Toscana di consentire ai Comuni di effettuare trattamenti adulticidi anche in via preventiva.

Per la CUB questa proposta merita una discussione seria in ambiti diversi da quelli concepiti per un comunicato istituzionale.

Un adulticida è un prodotto chimico destinato a colpire insetti adulti. Non è una misura neutra e non è una forma di manutenzione urbana come ripulire una caditoia o eliminare un ristagno. La stessa disciplina regionale considera l'immissione nell'ambiente di sostanze nocive una fonte di rischio per la salute pubblica e prescrive che questi trattamenti siano gestiti in maniera oculata ed efficace e svolti in assenza di persone e animali. Per la zanzara tigre, le indicazioni regionali raccomandano inoltre di evitare applicazioni dal fronte strada, perché possono determinare una distribuzione non controllata dell'insetticida e risultati scarsi nella riduzione delle zanzare attive. Questi non sono dettagli burocratici. Sono il punto.

Se un trattamento richiede che le persone rimangano al chiuso, che gli impianti di ricambio dell'aria vengano sospesi, che gli animali siano messi al riparo, che ciotole e ricoveri vengano protetti e che frutta e verdura vengano raccolte o coperte, significa che qualche problema di esposizione esiste. Le stesse ordinanze del Comune adottate quest'estate prevedono queste precauzioni e, in caso di esposizione accidentale di frutta e verdura ai prodotti, indicano un intervallo di quindici giorni prima del consumo. A questo punto la domanda è inevitabile: se per un intervento circoscritto sono necessarie tante precauzioni, con quale leggerezza si può proporre di trasformare l'adulticida in uno strumento preventivo programmabile?

Non basta dire che i prodotti sono autorizzati. La questione sindacale è un'altra: come vengono utilizzati, da chi, con quali procedure, con quali dispositivi di protezione, con quale formazione e sotto quale controllo?

Chi materialmente effettua i trattamenti non è un dettaglio della procedura. È un lavoratore. E se aumentano frequenza e diffusione degli interventi, aumentano anche le occasioni di esposizione professionale. Per questo una politica seria dovrebbe rendere pubblici i protocolli di sicurezza, le modalità di formazione degli addetti, le procedure operative, le misure di protezione individuale e collettiva e le modalità con cui vengono verificati gli eventuali incidenti o le esposizioni accidentali.

Oppure dovremmo limitarci a fidarci del fatto che, se un prodotto è autorizzato, automaticamente ogni sua modalità di utilizzo diventa sicura?

La sicurezza sul lavoro non si fonda sulla fiducia. Si fonda sulla prevenzione del rischio.

Ed è proprio qui che la proposta di ampliare gli adulticidi solleva un problema organizzativo che non può essere rimosso dal dibattito pubblico.

Il Comune già oggi affida a una ditta specializzata il servizio ordinario di contrasto alle zanzare. Il piano 2026 prevede trattamenti larvicidi nelle aree pubbliche e negli immobili comunali ad uso pubblico, con almeno due interventi al mese in ogni quartiere. Il servizio non comprende invece le aree private e le residenze private.

Passare da questo modello a una politica ordinaria di adulticidi significherebbe necessariamente affrontare un problema di scala.

Quanti operatori servirebbero? Con quali qualifiche? Con quali turni? Con quali dispositivi di protezione? Quale superficie dovrebbe essere trattata? Come si garantirebbe il coordinamento con scuole, aziende, esercizi commerciali, abitazioni e spazi pubblici? Come si controllerebbe il rispetto delle prescrizioni? E soprattutto, chi garantirebbe che l'aumento degli interventi non produca un aumento corrispondente dell'esposizione degli stessi lavoratori incaricati di eseguirli?



La macchina organizzativa necessaria per irrorare è forse altrettanto importante della sostanza che viene irrorata.

Su questo, però, il dibattito pubblico sembra molto più silenzioso.

La CUB non è interessata a una guerra ideologica fra chi “ama l'ambiente” e chi “difende la salute”. Questa contrapposizione è falsa. La tutela dell'ambiente e la tutela della salute sono parti dello stesso problema.

Le indicazioni regionali, del resto, prevedono specifiche precauzioni per limitare l'impatto degli adulticidi sugli insetti pronubi, comprese le api, e impongono modalità e tempi di trattamento finalizzati a ridurre gli effetti sugli organismi non bersaglio.

Dunque non si tratta di sostenere che ogni trattamento adulticida sia automaticamente dannoso o che non debba mai essere utilizzato. Si tratta di pretendere che ogni utilizzo di sostanze chimiche nell'ambiente venga valutato per ciò che è: un intervento che comporta rischi e che deve essere giustificato dalla sua effettiva necessità ed efficacia.

E qui torniamo alla questione della prevenzione.

Una zanzara adulta eliminata oggi non impedisce la formazione di un nuovo focolaio domani. Per questo la lotta al vettore non può essere ridotta alla sola eliminazione degli adulti, ma deve comprendere la ricerca e la rimozione dei luoghi di riproduzione. Il Comune stesso, nel suo piano ordinario, indica che una parte significativa dei focolai larvali si sviluppa in ambito domestico e richiama i cittadini alla rimozione dei ristagni d'acqua. E allora la domanda sindacale diventa molto concreta: perché investire politicamente sulla possibilità di spruzzare di più, invece di pretendere una prevenzione più capillare, più controlli, più manutenzione e un'organizzazione del servizio capace di intervenire sui focolai?

Perché la prima strada si vede. La seconda èspone la politica ad un rischio ben più grave: la perdita di consenso.

Richiede operatori sul territorio, controlli, manutenzione, continuità, coordinamento fra uffici e servizi, rapporti con i privati e verifica dei risultati. È una politica meno spettacolare, ma molto più impegnativa da organizzare e da valutare.

Ed è proprio qui che la CUB vede una questione politica.

Quando la popolazione è preoccupata, è comprensibile che un'amministrazione cerchi una risposta immediatamente percepibile. Un intervento adulticida è visibile, può essere annunciato, fotografato e comunicato. La prevenzione quotidiana, invece, è fatta di lavoro che quasi nessuno vede.

Senza fare un processo alle intenzione, forse insistere pubblicamente sull’ utilizzo degli adulticidi anche in via preventiva può essere letta come la ricerca di una risposta politicamente rassicurante e immediatamente percepibile, mediaticamente efficace rispetto a una prevenzione di lungo tempo? La paura dei cittadini non può diventare il criterio con cui si decide quanto prodotto chimico distribuire nell'ambiente.

La salute pubblica non si tutela inseguendo l'intervento più visibile. Si tutela riducendo i rischi alla fonte.

Si tutela proteggendo chi lavora, garantendo servizi pubblici adeguati, facendo manutenzione, individuando i focolai, controllando il territorio e non per ultimo si tutela informando correttamente la popolazione mediante tutti gli strumenti possibili.

E quando un trattamento chimico è realmente necessario, lo si esegue con criteri rigorosi, con personale adeguatamente formato e protetto, con controlli effettivi e con una valutazione trasparente dei risultati.

La CUB non chiede di scegliere tra salute e ambiente. Chiede di smettere di presentarli come alternativi.

Perché chi lavora vive nell'ambiente e chi vive in città respira l'aria, consuma gli alimenti, frequenta scuole, giardini e luoghi di lavoro.

In più chi viene incaricato di intervenire nella distribuzione di sostanze chimiche sul territorio ha diritto a condizioni di lavoro sicure e controllate.

Questa è la vera prevenzione.

Il resto rischia di essere soltanto una risposta molto visibile a un problema che richiederebbe, prima di tutto, molto più lavoro invisibile.

La salute non si misura in litri di insetticida.

La sicurezza non si comunica: si pratica.

La prevenzione non si annuncia: si organizza.

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