Dallo Statuto dei lavoratori al codice Ipca: una discesa verso gli inferi
La
premessa si rende necessaria per rinfrescare la memoria del lettore che
giustamente non ha piena cognizione di quanto accaduto nella contrattazione
sindacale degli ultimi decenni.
In
estrema sintesi potremmo raccontare di un primo livello di contrattazione
progressivamente svuotato delle sue prerogative con diverse materie un tempo
oggetto di contrattazione nel Pubblico impiego indirizzate verso altri istituti
contrattuali. Se prima contrattavo oggi ho solo diritto alla informazione o al
confronto che poi si traduce in 30 giorni nei quali le parti si confrontano
lasciando tuttavia la decisione finale al datore. Chiunque potrà capire come la
riduzione delle materie da contrattare sia un’arma puntata contro i lavoratori
e le lavoratrici, se preferiamo una sorta di cavallo di Troia il cui risultato
sarà quello di delegittimare il ruolo stesso del sindacato.
Se
per lustri perdi potere di contrattazione e allo stesso tempo subisci la
erosione del potere di acquisto per il codice Ipca, qualche ripensamento
sull’insieme delle norme che regolano la materia previdenziale e le dinamiche
contrattuali dovrebbe essere scontato.
Nel
corso del tempo è stato detto alla forza lavoro che quanto perduto con i
contratti nazionali avremmo invece recuperato a livello di Ente o aziendale con
la contrattazione di secondo livello.
Sempre
nella PA assistiamo a una sorta di scaricabarile verso la contrattazione di
secondo livello chiamata a determinare l’importo di alcune indennità. Ma ironia
della sorte questi incrementi non sono, spesso e volentieri, supportati
dall’aumento degli importi destinati al fondo della produttività e quindi la
coperta diventa troppo corta, aumenterai da una parte per ridurre dall’altra.
Il meccanismo è consolidato nel tempo: dai la illusione alle RSU di poter
decidere ma le loro opzioni saranno alla fine divisive tra la forza lavoro e
senza mai imporre al Governo di stanziare adeguate risorse economiche nel
contratto nazionale.
Avviene
anche con il welfare aziendale nella Pubblica amministrazione, parliamo dell’insieme di beni, servizi e prestazioni
che l’impresa mette a disposizione dei dipendenti, anche attraverso soluzioni
contrattate con le rappresentanze sindacali. Queste scelte nella Pubblica
amministrazione determinano la riduzione della produttività perché ogni scelta
grava pur sempre sul Fondo del salario accessorio che non può aumentare a
piacimento essendo sottoposto a rigide regole attuate per contenere la spesa
pubblica.
Nel settore privato il welfare aziendale funziona con modalità diverse dalla PA ma viene favorito perché presenta condizioni fiscali particolarmente agevolate. Non solo è permesso l’accesso a vantaggi fiscali e contributivi ma è possibile accordare servizi in campo sanitario con un effettivo risparmio per il bilancio familiare. Previdenza complementare e assistenza sanitaria integrativa sono state le scelte più gettonate e costituiscono la struttura portante del welfare aziendale. Detto ciò per quale ragioni il sindacato dovrebbe difendere il Servizio Sanitario Nazionale quando favorisce l’assistenza sanitaria integrativa ossia accordi con strutture private?
E parlando di pensioni non
troviamo almeno discutibile la erosione dell’assegno previdenziale pensando di
compensarlo devolvendo il nostro Trattamento di fine rapporto a costruire un
secondo pilatro previdenziale? Il sindacato è chiamato a operare scelte anche
dolorose ma qui siamo davanti a un autentico corto circuito se finiamo con il
sostenere la contrattazione di secondo livello perché beneficia di
detassazione, se accettiamo sanità e previdenza integrativa avendo rinunciato a
un assegno previdenziale dignitoso arrestando l’innalzamento insensato dell’età
pensionabile.
E a forza di credere al welfare aziendale come elemento compensativo per le inefficienze, volute, del Sistema sanitario, pensando che la previdenza integrativa sia un valore aggiunto e non un cedimento alla finanziarizzazione dei contributi dei lavoratori, si arriva ai nostri giorni nei quali si parla sempre più insistentemente di wellbeing frutto della iniziativa unilaterale dell’impresa. Benessere contro welfare aziendale perché il primo è estraneo alla canonica contrattazione sindacale a livello aziendale?
A leggere qualche documento si comprende che
anche il welfare aziendale viene giudicato insufficiente dai datori che pensano
di utilizzare risorse contrattuali per operazioni di riorganizzazione della
forza lavoro o di modalità gestionali delle stesse


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