No Kings”. Rifiuto del potere assoluto e impegno a investire nello Stato sociale e non in armi e in guerra

 No Kings”. Rifiuto del potere assoluto e impegno a investire nello Stato sociale e non in armi e in guerra 

di Laura Tussi


Sabato scorso, 28 marzo 2026, non è stato soltanto un giorno di manifestazioni oceaniche negli Stati Uniti e in centinaia di città del mondo, Roma compresa dove 300 mila persone hanno partecipato al raduno. È stato qualcosa di più profondo: la conferma concreta che l’“esperimento con la verità” della nonviolenza non appartiene al passato, ma alla nostra più urgente attualità.

Se la nonviolenza può essere considerata una scienza, allora i milioni di persone scese in piazza rappresentano il dato sperimentale che ne conferma la validità: la coscienza collettiva può ancora emergere come forza storica capace di opporsi alla logica della distruzione.

E tuttavia è proprio qui che si apre una tensione decisiva. La piazza, per quanto vasta e potente, non è ancora trasformazione. È un momento, non un processo. La storia dei movimenti nonviolenti – da Mahatma Gandhi a Martin Luther King Jr. – mostra con chiarezza che la verità, per incidere, ha bisogno di organizzazione, continuità, strategia. L’intuizione morale deve diventare infrastruttura politica, altrimenti resta un lampo che illumina senza modificare davvero il paesaggio.

Oltre il rifiuto del potere assoluto

Lo slogan “No Kings” ha colpito un nodo profondo della modernità: l’idea che esista un potere capace di decidere unilateralmente sulla vita e sulla morte. Questo “sovrano” non coincide più soltanto con la figura del leader autoritario; assume la forma impersonale e assoluta della capacità di annientamento, incarnata dall’arma nucleare.

In questo senso, il rifiuto espresso nelle piazze non è stato semplicemente politico, ma antropologico: nessuna ragione di Stato può legittimare il rischio della fine della civiltà. È, simbolicamente, l’Eros collettivo che si oppone a Thanatos, la pulsione di vita che rifiuta di essere subordinata alla logica della distruzione.

Dalla coscienza all’azione politica

Affinché questa opposizione non resti simbolica, deve tradursi in forme stabili di azione. Le piazze dimostrano che una coscienza condivisa è possibile, ma non garantiscono che essa diventi efficace.

La mobilitazione globale rivela una consapevolezza nuova dell’interdipendenza: la sicurezza non è più divisibile, non può essere costruita contro qualcuno senza mettere a rischio tutti. Ciò che accade in una regione di crisi si riflette immediatamente sulle economie, sugli equilibri climatici, sulla percezione quotidiana di sicurezza anche a migliaia di chilometri di distanza.

Eppure questa consapevolezza diffusa non si traduce automaticamente in decisioni politiche coerenti. Tra coscienza e istituzione si apre uno spazio che deve essere colmato.

Nonviolenza come strategia, non solo come ideale

È qui che l’obiezione di coscienza, evocata collettivamente dalle manifestazioni, incontra al tempo stesso il suo limite e la sua possibilità. Rifiutare la guerra è necessario, ma non sufficiente.

La nonviolenza, quando è efficace, non si limita a negare: costruisce alternative, esercita pressione, individua obiettivi concreti. Il Trattato di proibizione delle armi nucleari rappresenta, in questo senso, un possibile punto di incontro tra coscienza morale e azione politica. Ma perché diventi realmente incisivo, è necessario che la mobilitazione si trasformi in campagna, che la testimonianza diventi leva istituzionale, che la presenza nelle piazze si traduca in capacità di incidere sui processi decisionali.

Esiste infatti un equivoco ricorrente, tanto affascinante quanto pericoloso: l’idea che il potere crolli semplicemente quando smettiamo di riconoscerlo. Questa intuizione coglie una verità simbolica, ma rischia di oscurare la realtà delle strutture. Gli apparati militari, economici e politici non si dissolvono per mancanza di consenso esplicito: sono sostenuti da interessi consolidati, inerzie profonde, organizzazioni complesse.

Per questo la nonviolenza non è soltanto un gesto etico, ma una pratica strategica: implica la capacità di disarticolare progressivamente il potere, sottraendogli legittimità e, allo stesso tempo, efficacia operativa.

Dall’evento al processo storico

In questo passaggio si gioca la differenza tra un evento e un processo storico. L’energia del 28 marzo può disperdersi, come è accaduto a molte mobilitazioni del passato, oppure può sedimentarsi in forme durevoli: reti, campagne, istituzioni alternative, pressione democratica costante.

Ciò richiede un lavoro meno visibile e meno spettacolare, ma infinitamente più decisivo. Richiede disciplina collettiva, capacità organizzativa, chiarezza degli obiettivi. Richiede, in altre parole, di riconoscere che la nonviolenza non è solo un ideale, ma una tecnica esigente.

Fermare la logica della distruzione

L’Orologio dell’Apocalisse, che simboleggia la vicinanza alla catastrofe nucleare, non può essere fermato da un singolo gesto, per quanto potente. Può però essere rallentato attraverso un processo: la costruzione paziente di una forza sociale capace di incidere sulle scelte politiche, di modificare le priorità economiche, di rendere impraticabile la logica della deterrenza.

Le milioni di persone scese in piazza hanno dimostrato che questa forza potenziale esiste. La vera domanda, ora, è se saprà riconoscersi non solo come coscienza, ma come soggetto storico organizzato.

Welfare, non warfare

In questo senso, il 28 marzo non rappresenta una conclusione, ma un inizio. Non dimostra che il “sovrano” sia caduto, ma che può essere messo in discussione. Non realizza ancora l’alternativa, ma ne rende visibile la possibilità.

E soprattutto, sposta la responsabilità: dalla denuncia alla costruzione, dall’indignazione alla strategia, dall’evento alla storia.

Non è un caso che il movimento “No Kings” europeo abbia già annunciato una nuova mobilitazione per il 14 giugno 2026 a Bruxelles. Il tema è chiaro, diretto, non più rinviabile: welfare, non warfare.

Investire nello Stato sociale, nei diritti, nella cura, nell’istruzione e nella sanità, anziché nella produzione e nell’accumulo di armi. È questa la vera alternativa. Non solo politica, ma profondamente umana.

 

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