Riscrivere la nostra storia dal principio etico e morale del disarmo universale
“Contro il dominio, per la sopravvivenza” non è uno slogan: è una soglia. Significa riconoscere che ciò che per secoli è stato chiamato progresso – espansione, controllo, superiorità tecnica e politica – ha superato un punto di rovesciamento. Il dominio, da strumento, è diventato condizione. E ciò che era stato giustificato come mezzo per vivere meglio si è trasformato in un rischio per il vivere stesso: guerra, violenza, odio.
Il dominio, però, non è soltanto geopolitico. Non si riduce alla forza di uno Stato su un altro o di un blocco su un rivale. È una forma mentale, una grammatica invisibile che struttura il nostro rapporto con il mondo: dominare la natura, dominare il tempo, dominare l’altro, dominare perfino il futuro. In questa logica, tutto deve essere reso disponibile, prevedibile, controllabile. Ma ciò che non si lascia dominare – la complessità degli ecosistemi, l’imprevedibilità delle società, la fragilità umana – non scompare. Si accumula, sotto forma di tensione e di crisi.
Per questo il tempo che attraversiamo appare come il tempo delle scelte radicali. Non nel senso superficiale della polarizzazione, ma in quello più originario del termine: radicale è ciò che va alla radice. E la radice, oggi, non riguarda una singola decisione politica o economica, ma la struttura stessa delle nostre priorità. Continuare a pensare in termini di potenza e deterrenza nucleare, oppure iniziare a pensare in termini di limite. Difendere l’ordine esistente o riconoscere che esso contiene in sé la propria crisi.
Le scelte radicali non sono comode, perché non ammettono compromessi simbolici: richiedono una trasformazione reale del modo in cui immaginiamo la sicurezza, la prosperità, persino la libertà.
“Disarmare il mondo, salvare la civiltà” può apparire un paradosso in un’epoca che ha fondato la propria idea di sicurezza sull’accumulo di forza e sulla deterrenza nucleare, cioè sulla violenza estrema della scissione dell’atomo. Eppure è proprio questa equivalenza – più armi uguale più sicurezza – a mostrare oggi le sue crepe più profonde.
Il livello di distruttività raggiunto ha superato la capacità politica di governarlo. La deterrenza nucleare, basata su un equilibrio fragile e in larga parte irrazionale, convive con sistemi sempre più complessi, automatizzati, esposti all’errore umano e tecnologico. Disarmare non significa ignorare il conflitto, ma riconoscere che alcune forme di potere sono diventate incompatibili con la sopravvivenza collettiva. È, prima di tutto, un atto di lucidità.
La crisi globale, allora, non è soltanto una somma di emergenze – climatica, economica, geopolitica – ma una crisi di verità. Per lungo tempo abbiamo potuto illuderci che ogni problema fosse locale, gestibile, separato. Oggi questa narrazione non regge più. Le connessioni sono evidenti, gli effetti sistemici. La crisi non è esterna al sistema: è il modo in cui il sistema funziona quando raggiunge i suoi limiti.
Dire la verità della crisi significa accettare che non esistono soluzioni semplici a problemi generati da logiche profonde e stratificate.
In questo contesto, la frase “Non è destino; è fallimento” acquista un significato radicale. Il destino assolve, il fallimento chiama in causa. Se fosse destino, potremmo limitarci a resistere, ad adattarci, a sopravvivere come si sopravvive a una tempesta inevitabile. Ma se è fallimento, allora implica una responsabilità storica e collettiva. Non di singoli individui, ma di un’intera configurazione culturale e politica.
E proprio per questo implica anche la possibilità del cambiamento. Perché ciò che è stato costruito può, almeno in parte, essere trasformato.
Questa consapevolezza è difficile da sostenere. Non offre consolazioni immediate, né promette soluzioni rapide. Ma restituisce qualcosa che l’idea di destino sottrae: la possibilità di scegliere. Non in astratto, ma dentro vincoli reali, dentro condizioni già compromesse, dentro un mondo che non può essere riportato indietro.
Scegliere significa accettare il rischio di fallire, ma anche rifiutare l’idea che il corso delle cose sia già scritto. Perché non lo è.
Forse è proprio questo il punto più essenziale: la sopravvivenza, oggi, non è soltanto una questione biologica o materiale. È una questione di immaginazione. Finché il futuro sarà pensato come estensione del dominio, ogni crisi apparirà come un ostacolo da superare con più forza, più controllo, più accelerazione.
Ma se il futuro viene ripensato a partire dal limite, dalla relazione, dalla vulnerabilità condivisa, allora anche la parola “salvezza” cambia significato. Non più vittoria su qualcosa, ma possibilità di continuare insieme.
In questo senso, il tempo delle scelte radicali non è solo un tempo di pericolo. È anche, paradossalmente, un tempo di verità. Perché costringe a vedere ciò che prima poteva essere ignorato. E, nel farlo, apre uno spazio stretto ma reale: quello in cui il fallimento non è la fine, ma l’inizio di una responsabilità nuova per l’umanità intera.
caro blog, dite a laura tussi che la smetta di riciclare sempre e solo 4 concetti. La sua sterminata produzione di luoghi comuni è insopportabile. Analizzi la realtà e non si nasconda dietro la non violenza. Vive forse su Marte o prigioniera in una biblioteca?
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