L’insopportabile dolore dell’uccisione in Iran di quelle bambine che a scuola si sentivano al sicuro

 L’insopportabile dolore dell’uccisione in Iran di quelle bambine che a scuola si sentivano al sicuro  

di Laura Tussi

Le guerre hanno un tratto che le accomuna tutte, al di là delle bandiere e delle ragioni proclamate: divorano gli innocenti. Ogni conflitto lascia dietro di sé non soltanto macerie materiali, ma un oceano di sofferenza fatto di vite spezzate, famiglie distrutte, infanzie cancellate.

In questi giorni, accuse gravissime investono Israele per presunti bombardamenti contro obiettivi civili in Iran, tra cui scuole frequentate da bambine e ragazze. A Minab, nel sud del Paese, e nei pressi di Teheran, si parla di raid che hanno colpito edifici scolastici in pieno giorno. Episodi simili rappresentano una violazione intollerabile di ogni principio umanitario e di ogni norma del diritto internazionale.

Come possiamo accettare la morte di 171 bambine? Esseri innocenti che si svegliano, si vestono, infilano lo zaino sulle spalle. Pensano ai compiti, alle amiche, alle piccole paure quotidiane. Poi, all’improvviso, il fragore delle esplosioni. In un istante, il futuro si spegne. Non restano che nomi su una lista, fotografie tra le macerie, genitori che cercano volti negli obitori improvvisati.

Scene simili le abbiamo già viste a Gaza, dove nel corso degli anni scuole, ospedali, campi profughi e abitazioni civili sono stati colpiti in diverse operazioni militari, con un tributo altissimo pagato dalla popolazione. Le autorità israeliane hanno spesso sostenuto di mirare a obiettivi militari e di non colpire deliberatamente i civili; organizzazioni umanitarie e osservatori internazionali hanno più volte denunciato un numero inaccettabile di vittime innocenti. In mezzo a queste versioni contrapposte, restano i corpi dei bambini.

Il punto, tuttavia, va oltre la singola responsabilità — che spetta alle inchieste indipendenti accertare — e chiama in causa una dinamica più profonda e pericolosa: l’assuefazione. Quando la morte dei civili diventa un fatto “collaterale”, quando le immagini di scuole distrutte non suscitano più indignazione globale, quando le condanne si trasformano in formule rituali senza conseguenze concrete, si apre la strada a una spirale che sembra non avere fine.

Ogni bambino ucciso sotto le bombe non è soltanto una tragedia individuale: è un seme di rancore piantato nel terreno della storia. I fratelli, i genitori, gli amici crescono con una ferita che difficilmente si rimargina. L’odio trova terreno fertile nella memoria del dolore. E così la violenza genera altra violenza, in un ciclo che si autoalimenta.

Il rischio più grande non è soltanto la prosecuzione della guerra attuale, ma la normalizzazione dell’idea che “si può fare”. Che si possa colpire un quartiere se si sospetta la presenza di un nemico. Che si possa sacrificare un’intera generazione in nome della sicurezza. Che le vite dei bambini valgano meno delle strategie militari.

Quando il mondo guarda e non interviene  – o interviene solo a parole – manda un messaggio implicito: non esiste un limite invalicabile. E senza limiti, la guerra perde anche l’ultimo residuo di umanità che il diritto internazionale aveva tentato di preservare.

Le vittime innocenti sono il vero volto di ogni conflitto. Non portano uniformi, non prendono decisioni politiche, non tracciano confini sulle mappe. Eppure pagano il prezzo più alto. Se la comunità internazionale non ritrova il coraggio di affermare con forza che colpire civili è inaccettabile, sempre e ovunque, la spirale dell’odio continuerà ad avvitarsi su se stessa.

E allora non parleremo più solo di scuole bombardate o di città devastate. Parleremo di generazioni cresciute nell’idea che la vendetta sia l’unica giustizia possibile. Di un mondo in cui la sofferenza accumulata diventa carburante per guerre future.

Fermare questa deriva non significa scegliere una parte, ma scegliere un principio: nessuna causa, nessuna sicurezza, nessuna ragione storica può giustificare l’annientamento degli innocenti. Se questo limite cade, cade tutto. E l’oceano di sofferenza continuerà ad allargarsi, senza più rive. 

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